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"C'era qualcosa di sbagliato"

Il cameraman racconta ai marines di Falluja perché ha mandato in onda la
controversa uccisione
Kevin Sites
Fonte: The Guardian http://www.guardian.co.uk/Iraq/Story/0,2763,1357396,00.html - 23 novembre 2004

La messa in onda la scorsa settimana della sequenza che mostrava un marine statunitense che colpiva un combattente iracheno a Falluja ha provocato un enorme clamore internazionale.

Ieri il cameraman, Kevin Sites, ha pubblicato sul suo sito web una lettera aperta ai marines con i quali era "embedded".

"Dal momento in cui è avvenuta quella uccisione nella moschea, sono tormentato dal fatto di non essere riuscito a dirvi direttamente cosa ho visto, o spiegare il modo attraverso cui anche il mondo intero è giunto a vedere quella scena.

Come sapete, non sono un "turista in zona di guerra" con una telecamera, che non capisce che in guerra accadono cose terribili. Ho passato la maggior parte degli ultimi 5 anni a filmare conflitti globali. Ma non sono neanche mai stato un reporter "gotcha", di quelli che sperano che la gente commetta malvagità cosicché io le possa riprendere sul fatto.

Questa settimana sono rimasto scioccato nel vedermi descritto come se fossi un attivista contro la guerra. Chiunque abbia visto i miei reportage alla televisione o abbia letto i miei dispacci sul web sa perfettamente a che punto sono arrivato per poter mantenere una posizione di centralità, per non diventare uno strumento di propaganda per la sinistra o per la destra. Ma mi trovo comunque al centro di un'accesa controversia per aver ripreso ciò che ho visto accadere proprio davanti a me, a camera accesa.

E' giunto il momento che voi possiate ascoltare i fatti, dalle mie parole, a proposito di ciò che ho visto, senza che siano dati giudizi di innocenza, colpevolezza o anche che sia proposta una visione intermedia su quel marine. Voglio che leggiate il mio racconto e che vi facciate la vostra opinione. Ecco come sono andati i fatti.

E' sabato mattina e siamo ancora alla nostra piazzaforte dalla notte precedente, un'area tra una serie di edifici nell'estremità sud della città. L'avanzata è stata rapida, ma ancora sussistono sacche di resistenza. Infatti stiamo subendo il fuoco dei cecchini sia di fronte a noi che dalle retrovie.

La compagnia armata usa i suoi mortai "81" dove individuano gli scoppi dalle bocche dei fucili.

I carri armati fanno un po' di esplosioni per conto loro. A metà mattinata, ci viene detto che ci sposteremo di nuovo a nord. Torneremo sgomberando una parte dell'area dove siamo passati ieri.

Io decido di lasciare voi ragazzi e aggregarmi ad una delle squadre di fanteria che stanno tornando verso la moschea movendosi casa per casa. Molti degli edifici sono completamente deserti, non ci sono persone, ma sono pieni di armi. Fuori da una casa un membro della squadra lancia una granata oltre il muro. Tutti fanno lo stesso, compreso io.

Mentre i marines entrano nella casa, seguo le fiamme provocate dalla granata nel cortile. Quando il fumo si dilegua, riesco a vedere attraverso il mirino della mia macchina da presa che il fuoco sta divampando accanto ad una grossa pila di colpi anti aereo.

Urlo al sergente che dobbiamo andarcene. Avevamo appena sgomberato dalla casa, che cominciano delle piccole esplosioni dovute allo scoppio delle cartucce nel fuoco.

A quel punto, sentiamo che i carri armati stanno colpendo la moschea con i loro mitragliatori 240.

Ci sono voci alla radio secondo le quali gli insorti potrebbero rispondere al
fuoco da dentro la moschea. I carri armati cessano il fuoco e noi entriamo attraverso un'apertura nel muro esterno.

Sentiamo degli spari che sembrano venire da dentro la moschea. Un marine della mia squadra urla: "Ci sono marines qui?"

Quando arriviamo all'entrata principale, vediamo che un'altra squadra è entrata prima di noi.

Il sergente chiede: "Ci sono persone dentro"?

Uno dei marines alza la mano indicando che sono 5.

"Li hai colpiti?", chiede il sergente.

"Affermativo, signore", risponde lo stesso marine.

"Erano armati?", il marine alza le spalle e noi tutti entriamo dentro.

Appena entrati, vedo le solite buste di plastica nere per i corpi sparse per la moschea. Si tratta dei morti del giorno prima. Ma, sorprendentemente, vedo anche gli stessi 5 uomini che erano stati feriti da venerdì. Sembra che uno di loro sia morto adesso e 3 stanno morendo dissanguati per le nuove ferite di mitraglia.

Il quinto è in parte coperto da una coperta e si trova nello stesso posto e nelle stesse condizioni in cui era venerdì, vicino a una colonna. Non è stato colpito ulteriormente. Guardo da vicino sia i morti che i feriti. Non sembra che ci sia nessun'arma in giro.

"Sono gli stessi che sono stati feriti ieri", dico al sergente. Questi dà un'occhiata in giro ed esce dalla moschea con la radiotrasmittente per riferire la situazione al Battaglione Successivo HQ.

Vedo un anziano signore con una keffiya rossa che giace contro il muro posteriore. Un altro ha la faccia a terra vicino a lui, la sua mano sul grembo dell'anziano, come se cercasse di nascondersi. Mi metto accovacciato accanto a loro, a pochi centimetri di distanza, e comincio a riprenderli. Poi noto che il sangue che scende dal naso dell'anziano presenta delle bollicine, segno che respira ancora. E lo stesso l'uomo accanto a lui.

Mentre continuo a riprendere, un marine va verso gli altri due corpi, che si trovano circa 15 piedi più in là ma che giacciono ugualmente contro lo stesso muro di fondo.

Poi sento che dice a proposito di uno degli uomini:

"Sta fottutamente facendo finta di essere morto- sta facendo finta di essere un fottuto morto".

Attraverso il mirino della telecamera posso vederlo sollevare la bocca del fucile in direzione dell'iracheno ferito. Non ci sono movimenti improvvisi, nessun tentativo di raggiungerlo o di fare un balzo.

Comunque il marine poteva ritenere legittimamente che l'uomo rappresentasse un qualche genere di pericolo. Forse cerca di tenerlo a bada mentre un altro marine cerca le armi.

Invece, preme il grilletto. C'è un piccolo schizzo contro il muro di fondo e le gambe dell'uomo si accasciano al suolo.

"Beh, ora è morto", dice un altro marine da dietro.

Sto ancora girando. Sento un peso alla bocca dello stomaco. Il marine poi si gira bruscamente e se ne va, passando accanto al quinto ribelle ferito che giace accanto ad una colonna. Lui senza dubbio è vivo e fa capolino dalla coperta.

Si muove, prova anche a parlare. Ma per qualche ragione, sembra che non rappresenti un pericolo come quell'altro, anche se potrebbe essere più facilmente in grado di nascondere un'arma o dell'esplosivo sotto la coperta.

Ma poi altri due marines che sono lì presenti sollevano le loro armi mentre l'uomo tenta di parlare.

Per un attimo sono ancora immobile a riprendere l'uomo anziano sullo sfondo. Dopo un colpo mi alzo e dico di nuovo ai marines quanto avevo detto al sergente, e cioè che quell'uomo, e con lui tutti questi uomini feriti, erano gli stessi del giorno prima. Erano stati disarmati e lasciati lì.

A quel punto il marine che aveva sparato il colpo diviene all'improvviso consapevole che ci sono anch'io. Viene da me e mi dice: "Non lo sapevo signore, non lo sapevo". La rabbia che sembrava avere appena qualche istante prima si era trasformata in paura e terrore.

L'uomo ferito allora prova di nuovo a parlarmi in arabo.

Dice: "Ieri sono stato colpito.per favore.ieri sono stato colpito laggiù - e ho parlato a tutti voi alla telecamera - sono uno degli uomini di questo gruppo. Vi ho informato. Parlate arabo? Voglio darvi informazioni".

(Quest'uomo a quanto pare da quel momento è stato individuato dal Servizio Investigativo Navale Criminale che si sta occupando del caso)

In un secondo momento la prima domanda che mi venne in mente è stata: perché questi feriti erano stati lasciati nella moschea?

La risposta è arrivata dal Sergente Colonnello Bob Miller della magistratura militare, il quale interrogò i marines coinvolti nel fatto. Dopo essere stati medicati per le loro ferite il venerdì da un militare della marina (ho visto di persona le loro bende) gli insorti avrebbero dovuto essere trasportati nel retro non appena il tempo e la situazione lo avrebbero permesso.

L'area però era ancora calda. E c'erano delle vittime tra gli americani che dovevano essere trasferiti per primi.

Inoltre la squadra che aveva fatto irruzione nella moschea di sabato non era la stessa che aveva condotto l'attacco il venerdì.

E' ragionevole presumere che questi ultimi potessero non sapere che questi ribelli erano stati già affrontati e sconfitti il giorno prima.

Eppure quando la nuova squadra affrontò gli insorti feriti il sabato, forse credendo davvero che stessero combattendo o che fossero una minaccia, ecco, quei marines che erano all'interno sapevano, in base al loro addestramento, di dover controllare se gli insorti avevano armi o esplosivi dopo averli immobilizzati, invece di lasciarli dov'erano e aspettare fuori dalla moschea l'arrivo della squadra che io stesso seguivo.

Nel corso di questi eventi, c'erano numerose circostanze attenuanti come quelle che ho appena citato e che ho riferito nella mia storia. Il marine che sparò il colpo a quanto pare era stato lui stesso colpito al volto proprio il giorno prima.

Sono anche pienamente consapevole, dopo anni di esperienza da reporter di guerra, che ci sono state volte, specialmente in questo conflitto, in cui ribelli morti e feriti erano in realtà pieni di esplosivo e usati come esca, come pare che sia successo in un incidente accaduto proprio un isolato più in là dalla moschea, in cui un marine è rimasto ucciso e altri 5 sono stati feriti. Un dettaglio questo che è stato molto chiaramente affermato nel mio servizio televisivo.

Nessuno, specialmente uno come me che è vissuto in zona di guerra, negherebbe he un soldato o un marine possa aver legittimamente sbagliato per eccesso di cautela in circostanze come quelle. La guerra del resto consiste nell'uccidere il tuo nemico prima che lui uccida te.

Nella circostanza specifica di cui ho riferito, mi ha infastidito il fatto che il marine non sembrava considerare l'altro ribelle come una minaccia, cioè quello che si stava palesemente movendo sotto la coperta, e neppure gli altri due che erano vicino a me, che invece stavano ancora respirando.

Non so che cosa avesse in mente quel marine. Lui solo lo sa.

Ma osservando tutto questo in qualità di reporter di guerra di esperienza, che ha sempre presente i pericoli di questo conflitto, e sa anche le possibilità legate alle circostanze attenuanti, mi è sembrato evidente che ci fosse qualcosa che non tornava. Secondo il Sergente Colonnello Bob Miller, le regole stabilite per gli scontri di Falluja richiedevano ai soldati o ai marines di determinare l'esistenza di un intento ostile prima di colpire a morte. Io non guardavo da una distanza di 100 piedi. Ero nella stessa sala. A parte il respiro, non ho notato alcun movimento da parte degli insorti.

Per me è altrettanto importante che voi sappiate quale è stato il fondamento delle mie scelte successive al fatto, quanto sapere come è successo l'incidente.

Non ho mai in alcun modo pensato di aver girato un video da "premio".

In effetti ero scoraggiato. Subito dopo l'incidente alla moschea, ho raccontato quanto era accaduto all'ufficiale di comando dell'unità. Ho deciso di condividere con lui il video, e il suo impatto si è esteso fino ad arrivare alle posizioni più alte del comando. I comandanti dei marines hanno immediatamente garantito la loro collaborazione.

Sapevamo tutti che era una storia complessa e, se non fosse stata trattata in maniera responsabile, avrebbe potuto infiammare ulteriormente una regione già esplosiva. Ho offerto di non diffondere il video finché avessero avuto il tempo di indagare sull'incidente e cominciare un'inchiesta, nel qual caso mi avrebbero offerto informazioni per riempire in qualche modo i vuoti.

Per coloro che non praticano il giornalismo come professione, può essere difficile capire perché dobbiamo diffondere storie come questa, specialmente quando sembrano essere delle aberrazioni e non sono rappresentative del comportamento o del carattere di un organo nel suo complesso.

La risposta non è facile.

In guerra, come nella vita, ci sono milioni di occasioni di vedere fino a che punto le persone possono arrivare nel bene e nel male. In qualità di giornalisti è nostro dovere riportare sia il bene che il male, anche se né l'uno né l'altro possono mai essere pienamente rappresentativi delle persone di cui stiamo riferendo.

Ma la nostra copertura di questi eventi unici, inserita in una prospettiva più ampia, permetterà alla verità di una certa situazione, in tutta la sua complessità, di emergere. Questo non rende più facile la decisione di riportare eventi come questo. Al contrario mi ha portato ad una lotta interiore che è come un'agonia, la tipica lunga, notte nera dell'anima.

Quando alla NBC è stata diffusa la storia 48 ore più tardi, abbiamo cercato di farlo in modo tale da porre in risalto ogni possibile circostanza attenuante per le azioni del marine. Volevamo che i telespettatori comprendessero appieno le circostanze che sono attorno ai combattimenti su quel fronte. Molti dei nostri colleghi si sono sentiti ugualmente responsabili.

Altre reti straniere hanno preso decisioni diverse, e a causa di ciò, sono diventato il controverso tramite che ha portato questo di fronte al mondo.

Ho intervistato il vostro ufficiale comandante, il Sergente Colonnello Willy Buhl, prima che la battaglia di Falluja cominciasse. Disse qualcosa di molto significativo, qualcosa che ora sembra profetico. Ecco cosa disse:

"Siamo dei bravi ragazzi. Siamo americani. Stiamo combattendo la guerra del gentleman qui, perché non decapitiamo la gente, non scendiamo allo stesso livello della gente che combattiamo.

"Questa è una cosa molto difficile per un marine di 18 anni che è stato addestrato a localizzare, avvicinare e distruggere il nemico con il fuoco e chiudere il combattimento. Questa è una cosa molto difficile per un sergente colonnello di 42 anni, con 23 anni di esperienza in servizio e che è stato addestrato a fare la stessa cosa una volta, e che ora deve guidare più di mille uomini, dargli istruzioni, prepararli, consigliarli, e assicurarsi che rimangano dei bravi ragazzi e tenere il morale bene alto". Ho ascoltato attentamente quando pronunciò queste parole. Ho creduto alle sue parole.

Ecco allora, alla fine, come si svolge il tutto: quando l'iracheno nella moschea rappresenta una minaccia, è il tuo nemico; una volta sconfitto, è tua responsabilità, quando viene ucciso davanti ai miei occhi e davanti alla mia telecamera, la storia di questa morte è diventata mia responsabilità.

I pesi della guerra, come sapete bene, non perdonano nessuno.

Prego per il vostro rientro, che sia rapido e sicuro.

http://www.kevinsites.net

Note:

Tradotto da Paola Merciai per www.peacelink.it
Il testo e' liberamente utilizzabile a scopi non commerciali citando le fonti, l'autore e il traduttore.

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