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250.000 iracheni sono stati uccisi con la più totale impunità e davanti alla indifferenza del mondo

Iman Ahmad Jamàs, ex direttrice dell’Osservatorio per l’Occupazione a Bagdad, viaggia in tutto il mondo raccontando quello che il popolo iracheno vive; desidera aprire gli occhi e le coscienze dell’occidente ed esige dar volto alle gelide cifre dei morti. Racconta una sola storia, quella di qualsiasi iracheno, incentrata sulla distruzione di un mondo e nello sconvolgimento della propria vita.
5 gennaio 2005 - Alberto Gil (trad. S. Antognoni)
Fonte: Diario de Noticias

Se le venisse chiesto di riassumere in poche parole la situazione del suo paese che cosa sottolinerebbe?

Che le persone vengono uccise in maniera sistematica e quotidiana dalle truppe statunitensi. Vengono massacrate dalle esplosioni dei loro missili, dai colpi di carro armato, dalle incursioni aeree…e la cosa peggiore è che tutto questo accade con la più totale impunità e davanti agli occhi indifferenti del mondo.

Sappiamo che il numero di soldati occidentali caduti in Iraq è di circa 1200, ma conosciamo il numero di iracheni morti?

Prima dell’offensiva di Falluja un giornale inglese stimava che i morti iracheni negli ultimi due anni fossero circa 100.000. Tuttavia il numero reale è molto più grande. Noi, dall’Osservatorio di Bagdad, calcoliamo che, dall’inizio della guerra e dell’occupazione, il numero di vittime irachene è di circa 250.000. Stimiamo che nella sola offensiva di Falluja gli americani uccisero fra le 60 e le 90 mila persone nei due attacchi che prepararono. Nell’ultima settimana di attacchi la Croce Rossa ha registrato, proprio in questa città, più di 6.000 morti. La cosa più sconcertante è che, nonstante i nostri timori, non possiamo verificare queste cifre perché né le autorità statunitensi né le marionette irachene che hanno preso il comando del paese hanno permesso che si facesse un secondo conteggio affidabile delle vitime della guerra e dell’occupazione. Tutti conoscono il numero dei so! ldati alleati che sono caduti in Iraq ma non possiamo sapere con certezza quanti nostri compatrioti sono morti, e impedire questo nuovo calcolo è già, di per sé, un crimine.

Di questa cifra, qual è la percentuale di civili uccisi?

La maggiorparte delle vittime non facevano parte dei combattenti. Dei 250.000 morti di questa occupazione circa la metà sono donne o bambini mentre, fra gli uomini, la maggiorparte erano civili. Tutte le famiglie del mio paese hanno una storia cruenta da raccontare e anche la mia è fra loro: gli americani hanno ucciso cinque membri della mia famiglia mentre in quella di mio marito tre. Il più piccolo aveva 13 ani quando fu ucciso e il più anziano era un medico di 60 anni. Ai marines non importò niente, spararono e basta…

Immagino che in questo contesto e sopportando questa realtà la gente appoggerà la resistenza…

La maggiorparte degli iracheni e i partiti politici lo fanno. Tutti applaudono l’azione della resistenza e appoggiano questa lotta e quello che significa poiché dà dignità al nostro popolo. Tuttavia deve essere chiaro che sostenere la lotta della resistenza non implica essere attivisti anche se i soldati degli Stati Uniti trattano tutti nello stesso modo, cosa che finisce per accrescere l’odio che si nutre verso di loro.

Come si comportano ?

In maniera umiliante, brutale, crudele e razzista. Questa è un’occupazione militare e i soldati che vi partecipano odiano stare qui, si sentono frustrati, sono spaventati, e tutto questo sfocia nell’ira. Siamo noi civili che alla fine paghiamo le conseguenze della loro ira e della loro paura. Il loro comportamento è brutale: prima sparano e poi domandano. Il loro compito è terrorizzare i cittadini e lo fanno fino in fondo. Quando entrano in una casa la prima cosa che fanno è sparare a qualcuno e poi umiliano gli altri.

Questo comportamento, sebbene in occidente non sveli tutta la sua crudeltà, cerca di trovare una giustificazione nelle immagini brutali che vengono mostrate come quelle delle decapitazioni, che vengono messe in relazione alla resistenza. Come vengono percepiti in Iraq questi atti?

Oggi in Iraq ci sono due gruppi differenti di omicidi politici. Il primo è quello che coinvolge i collaboratori per convinzione o necessità, ovvero sia quelli che collaborano con gli americani perchè li considerano una forza di liberazione sia quelli che, per vivere, hanno accettato lavori da servente.
Questi morti, in molti casi, vengono percepiti soprattutto come omicidi sebbene non abbiano l’appoggio del popolo iracheno. L’altro gruppo di persone uccise sono occidentali che sono venuti in Iraq per aiutare il popolo, e la cui morte brutale, come quella dell’inglese Margareth Robertson, è quella che viene esportata. La gente comune, così come i partiti islamici, condannano fortemente queste uccisioni e lo riflettono nelle loro dure dichiarazioni verso questi gesti o nella partecipazione dei loro leader per la liberazione di ostaggi come i tre giapponesi o le due ragazze italiane. Inoltre l’Islam proibisce di umiliare o insultare i prigionieri; tanto meno permette di ucciderli senza prima un processo. Coloro che lo fanno disprezzano totalmente gli iracheni.

Questo rifiuto tassativo che lei rivela mostra una realtà molto differente da quella che ci viene venduta in occidente…

Che ci siano stranieri uccisi in Iraq è un fatto reale, ma quello che si dovrebbe chiedere la gente in questi paesi è chi li uccide; la resistenza?
La risposta è no. Coloro che lottano nella resistenza non considerano logico questo tipo di esecuzione perché va contro la loro immagine
all’estero e limita i loro appoggi all’interno del paese. E se non sono loro la seconda domanda che dovrebbero farsi gli occidentali è quella che anche noi ci facciamo: perché non si cerca di capire chi siano gli autori di queste morti che stanno danneggiando così tanto il popolo iracheno? Perché gli Stati Uniti, la forza d’occupazione, non si fa carico di queste indagini?Io credo che chi stia dietro a queste morti è chi ne trae vantaggio…

Seguendo il suo ragionamento, un’immagine negativa della resistenza beneficerebbe solo le forze occupanti…

Lo ha detto. Il fatto è che in Iraq tutto è possibile per gli Stati Uniti; basta vedere quello che hanno fatto a Falluja senza che nessuno contestasse…6.000 morti in una sola settimana…

Visto che le cose stanno così, che cosa ci si può aspettare dalle prossime elezioni ?

Solo altri problemi, prima di tutto perché molti pensano che le elezioni sotto un’occupazione straniera siano illegali, e secondo perché buona parte dei partiti più rappresentativi le biocotteranno davanti al clima di
insicurezza che si respira. Ci sono già stati attentati contro i collegi elettorali e diversi candidati sono stati uccisi. Ma c’è anche un’altra cosa da prendere in considerazione: le elezioni stanno aggravando i problemi etnici e religiosi minacciando di provocare scontri interni che potrebbero sfociare in una guerra civile.

Secondo lei è questo che gli Stati Uniti stanno cercando ?

Assolutamente, e fin dal primo giorno. Vogliono un Iraq debole diviso in tre zone per i Kurdi, gli Sciti e i Sunniti; inoltre alimentano gli scontri fra loro per indebolirli e stabilire il loro dominio.

Che cosa si aspetta dalla gente alla quale si rivolge?

Che aprano gli occhi e sappiano quello che sta succedendo in realtà; che chiedano giustizia e rivendichino anche qui la fine dell’occupazione.

Note:

traduzione di Sara Antognoni per www.peacelink.it

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