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    Sequestrato in Cecenia un difensore dei diritti umani che si era battuto contro i sequestri di persona

    27 gennaio 2005 - Memorial (Organizzazione russa per la difesa dei diritti umani)

    A Grozny, il 20 gennaio del 2005, verso le 18.30, Machmut Dzhaparovič Magomadov (nato nel 1954) è stato portato via da un palazzo ubicato accanto alla fabbrica “Elektropribor” da alcuni sconosciuti in divisa mimetica, che lo hanno condotto verso una direzione ignota. Magomadov è nativo del villaggio di Pobedinskoe (15 sovkos per la produzione del latte) della regione (rurale) di Grozny. È residente, insieme alla famiglia, a Grozny, ul. Gornjakov, 2/a, appartamento 40 e ha quattro figli. Al momento del sequestro si trovavano con lui la figlia di 4 anni, Iman, e la moglie, Al’bika Ščabazova, che portava in braccio il figlioletto di 6 mesi, Arbalo.
    Dopo aver compiuto il rito del sacrificio, Machmut Magomadov aveva deciso di portare la carne dell’animale sacrificato ad Abubakar Amirov il quale, da quando i militari avevano ucciso la moglie incinta (questo crimine viene dettagliatamente descritto dalle organizzazioni per la difesa dei diritti umani e, in particolare, da “Memorial”), si occupava da solo dei suoi bambini. Magomadov si era recato a casa di Abubakar Amirov con la sua macchina, una “VAZ 2107” (targa 702 07/rus). Lungo la strada erano stati seguiti da un’altra macchina – una “Zhiguli” 10, color acciaio. Al’bika Ščabazova dice di averla notata, ma di non aver prestato particolare attenzione a questo fatto.
    Dopo essersi fermati sotto casa di Abubakar Amirov, Machmut Magomadov ha preso per mano sua figlia ed è salito al primo piano. Nel frattempo sua moglie è rimasta in macchina insieme al figlio. Pochi minuti dopo, verso la casa sono arrivate a grande velocità alcune autovetture: “Niva”, VAZ-2110 (parte della targa: 863) e VAZ-21099, di colore rispettivamente acciaio e rosso, BAZ-2107 (008 95/rus) di colore bianco e GAZ-31029. Dalle macchine sono usciti correndo degli sconosciuti col volto scoperto, che portavano delle armi da tiro e parlavano in ceceno.
    Si pensa che collaborassero con le forze speciali locali guidate da Ramzan Kadyrov (i cosiddetti “Kadyrovcy”).
    Al’bika Ščabazova è uscita dalla macchina e si è diretta verso la casa in cui si trovava suo marito, ma è stata fermata dagli uomini armati. Uno di loro si è rivolto alla donna con la domanda: “Dov’è il proprietario della macchina?”. Dopo aver detto che il proprietario della macchina era suo marito, che era andato a donare la carne dell’animale sacrificato, ha cercato, a sua volta, di avere delle informazioni su quanto stava avvenendo. Ma tutte le domande della donna venivano troncate dalla frase: “Abbiamo dei conti in sospeso con lui!”.
    Gli uomini armati hanno circondato la casa e dopo un po’ di tempo hanno “trascinato fuori” (questo verbo viene sottolineato da A. Ščabazova) Machmut Magomadov e Iman che, piangendo, si aggrappava al padre. La bambina era scalza.
    Al’bika Ščabazova si è gettata verso la figlia e il marito, ma gli uomini armati l’hanno allontanata e hanno comandato al prigioniero di calmare la moglie. Lanciando verso di loro le chiavi dell’automobile, Machmut Magomadov li ha pregati di non toccare la sua famiglia.
    Lo hanno fatto sedere a forza nell’automobile GAZ-31029 e lo hanno portato verso il centro di Grozny.
    Nel 1981, Maxmut Dzhaparovič Magomadov si è laureato in legge all’università di Sverdlovsk. Ha lavorato per più di dieci anni per il Ministero degli interni, al confine di quella che era ancora la Repubblica Autonoma della Ceceno-Inguscezia. È stato giudice istruttore della polizia nella regione di Don Tula. È ritornato in patria solo nel 1992. Non si occupava di politica e non aveva preso parte ad operazioni militari. Aveva sempre sottolineato che il suo compito principale era la lotta contro la criminalità. Proprio per questo, durante la prima guerra cecena (dal 1994 al 1996), aveva accettato di lavorare per la procura e per l’ufficio tributario dell’amministrazione della Cecenia, diretto prima da Salambek Khadzhiev e poi da Dok Zavgaev.
    Dopo la firma degli accordi di Khasavjurt, non volle andar via dalla Cecenia. A causa della mancanza di personale esperto, le nuove autorità gli proposero di lavorare per la procura. Dopo un po’ di tempo fu messo a capo di una brigata speciale per la lotta contro i sequestri di persona. Grazie alla sua squadra sono state liberate centinaia di persone, condotte inchieste e presentate decine di cause al tribunale, portati davanti al giudice numerosi criminali.
    Fin dall’inizio della seconda guerra cecena, Machmut Magomadov ha cominciato a collaborare con le organizzazioni per la difesa dei diritti umani. È stato il legale del “Comitato ceceno per la sicurezza nazionale”, e da qualche tempo collaborava come esperto con la Federazione Internazionale di Helsinki per il Caucaso del Nord. Gli era capitato di recarsi all’estero. È stato incaricato di partecipare a diverse iniziative e incontri sulla difesa dei diritti umani. Per esempio, nel 2004 è stato invitato al Foro civile panrusso, partecipando attivamente alle sue attività. I familiari, i colleghi e gli amici di Machmut Dzhaparovič Magomadov sono preoccupati per la sua vita e per la sua salute. Essi chiedono a chiunque possa aiutarli, di cooperare per ottenere il più presto possibile la sua liberazione.

    Note:

    Tradotto da Maria Angela L’Erario per www.peacelink.it
    Il testo e' liberamente utilizzabile a scopi non commerciali citando la
    fonte e l'autore

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