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    Petrolio ed elezioni

    Se tutto va secondo il piano di Bush, gli investitori e le multinazionali americane entreranno presto in possesso di grosse fette della compagnia petrolifera di Stato dell'Iraq.
    27 gennaio 2005 - Antonia Juhasz

    Vi ricordate quando dicevamo che la guerra in Iraq era una guerra per il petrolio? Vi ricordate i cartelli con la scritta "No blood for oil (Niente sangue per il petrolio)"? Ultimamente non si è più parlato molto di petrolio, ma credo sia arrivato il momento di farlo, in vista delle elezioni irachene
    che si terranno domenica prossima.

    Per rinfrescare la nostra memoria collettiva, il presidente Bush, poco prima dell' invasione dell'Iraq, dichiarò: "Se le più grandi riserve di petrolio del mondo dovessero cadere nella mani di Saddam Hussein, ne soffrirebbe il nostro sistema occupazionale, il nostro sistema di vita, la nostra libertà e la libertà di paesi amici nel mondo."

    Queste le parole del vecchio Bush, nell'agosto del 1990, alla vigilia della prima guerra del Golfo.

    Ancora più esplicito fu Kenneth T. Derr, direttore generale della Chevron, in un discorso tenuto a San Francisco nel 1988: "L' Iraq possiede enormi riserve di petrolio e di gas, riserve alle quali mi piacerebbe che la Chevron potesse avere accesso" . Dopo due guerre ed un' occupazione, Derr può finalmente vedere esaudito quel desiderio.

    Il 22 dicembre 2004, il Ministro delle Finanze iracheno, Abdel Mahdi, ha dichiarato ad un gruppo di giornalisti e di operatori dell'industria al National Press Club di Washington D.C., che l' Iraq ha intenzione di promulgare una nuova normativa sul petrolio che renderebbe accessibile la compagnia petrolifera di Stato irachena agli investimenti privati di stranieri. Mahdi ha spiegato: "Credo che questa sia una prospettiva molto promettente per gli investitori e per le imprese americane. Certamente lo è per le compagnie petrolifere."

    In altre parole, Mahdi sta proponendo di privatizzare il petrolio iracheno e di metterlo nelle mani delle multinazionali americane.

    Secondo il ministro della finanza, gli stranieri potrebbero così avere accesso sia agli investimenti petroliferi "downstream" che a quelli "upstream". Questo sta a significare che gli stranieri potranno vendere il petrolio iracheno ed essere i proprietari anche delle riserve sotterranee: esattamente il motivo per il quale gli USA venivano accusati di essere andati in guerra.

    Per citare il rapporto del Vice Presidente Dick Cheney sulla linea politica della Difesa, nel 1992: "Il nostro obbiettivo primario è quello di rimanere la potenza predominante nella zona (il Medio Oriente) per mantenere l'accesso degli USA e dell' Occidente alle riserve di petrolio della regione".

    Sebbene solo pochi mezzi di informazione, eccetto Emad McKay dell' Inter Press Service, avessero partecipato alla conferenza stampa di Mahdi, al suo fianco, durante il suo annuncio, si trovava il sottosegretario di Stato USA, Alan Larson. Doveva forse essere un messaggio per qualcuno? Ma per chi?

    Si viene poi a sapere che Abdel Mahdi parteciperà alle elezioni del 30 gennaio come candidato per il Consiglio Supremo della Rivoluzione Islamica (SCIR), il più importante partito sciita. Mentre l'annuncio della vendita delle risorse che costituiscono il 95% delle entrate totali dello Stato potrà non garantirgli molti voti iracheni, sicuramente gli garantirà un sostanzioso supporto da parte del governo USA e delle multinazionali americane.

    Lo SCIR di Mahdi è ben lontano dalla vittoria nelle prossime elezioni, specialmente in considerazione del fatto che le possibilità di andare a votare per i sanniti si stanno facendo sempre più remote, visto il terribile caos che sta devastando proprio le loro regioni. Se Bush dovesse suggerire al primo ministro ad interim, Allawi, di rimandare le elezioni, si esaurirebbero anche le poche, residue speranze di vittoria di Mahdi e dello SCIR.

    Allora si potrebbe dedurre che l'amministrazione Bush abbia fatto un accordo con lo SCIR: il petrolio dell' Iraq in cambio del potere politico. Gli americani potrebbero essere in grado di mettere in atto un simile accordo, dato che Bush tiene ancora le fila, in Iraq.

    Qualunque cosa succeda e qualunque sarà il risultato delle elezioni, almeno per il prossimo anno, durante il quale l' Assemblea Nazionale scriverà la Costituzione e gli Iracheni voteranno un nuovo governo, l'amministrazione Bush avrà il controllo della più grossa fetta di "liquidi" sul territorio iracheno ( i 24 miliardi di dollari provenienti dalle tasche dei contribuenti USA e destinati alla ricostruzione), del più grande esercito e delle regole che governeranno l'economia irachena.
    Sia i soldi che le regole saranno, oltretutto, supervisionati e controllati da uditori e ispettori generali, nominati dagli USA, che faranno parte di ogni i ministero iracheno per una durata di cinque anni, facendo il bello ed il cattivo tempo sia con i contratti che con le regole.
    Comunque, l'unica cosa che l'amministrazione non è riuscita a garantirsi esclusivamente è l' accesso al petrolio iracheno. Almeno, fino ad ora.

    Secondo i rapporti sia dell'esercito USA che delle autorità irachene, le elezioni di domenica prossima potrebbero trasformarsi in un bagno di sangue sia per gli Iracheni che per l'esercito americano. C'è anche la certezza di essere ben lontani da un sistema di rappresentanza vero e proprio. Non si possono tenere elezioni democratiche in queste condizioni, nè in condizioni nelle quali il governo statunitense e le sue multinazionali abbiano un tale e predominante controllo economico e politico.

    Non si può permettere all'amministrazione Bush di dichiarare guerra per "la libertà dell' Iraq" e rispondere con una invasione economica che trasforma di fatto l' Iraq nell' albero della cuccagna delle multinazionali americane.
    "Niente sangue per il petrolio" : è ancor più vero oggi di quanto lo fosse 15 anni fa.

    Note:

    Antonia Juhasz è una ricercatrice di Foreign Policy In Focus. Risiede a San Francisco e sta lavorando ad un libro sull'invasione economica dell' Iraq.

    Articolo originale: http://www.alternet.org/waroniraq/21100/

    Tradotto da Patrizia Messinese per peacelink

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