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    Diario dal Congo Brazzaville

    In Congo Brazzaville sta per arrivare il presidente francese Chirac. Arriva domani, venerdì 4 febbraio. Insieme agli esperti africani dovrebbe trovare una posizione comune, (comune agli stati dell’Africa centrale: Angola, Camerun, Centrafrica, Congo, Gabon, Guinea Equatoriale e Repubblica Democratica del Congo), in materia di gestione e preservazione delle risorse boschive e faunistiche dell’area centro-africana; per l’istituzione di finanziamenti duraturi; per il rinforzo dei programmi sulle aree protette, specialmente quelle transfrontaliere; per lo sviluppo di sinergie all’interno di tutte quelle istituzioni che si occupano di tali materie. Questo comprende anche la discussione sulle risorse del bacino del Congo, sullo sfruttamento di materiali minerari e petroliferi.
    3 febbraio 2005

    Arriva, il capo dello stato europeo, per parlare di tutto ciò, ma, ancora oggi, su nessun giornale congolese è apparso il memorandum che l’ACERAC (Association des Conférences Episcopales d’Afrique Centrale), ha lanciato alle strutture politiche, sociali, economiche e culturali, congolesi ed internazionali. Delle conferenza episcopale fa parte anche Monsignor Kaombò, il vescovo che ha sostenuto personalmente il potere politico nella transizione alla democrazia in Congo-Brazzaville.

    Il documento, firmato a N’Djamena il 22 gennaio scorso, è un’analisi lineare, chiara e particolarmente sentita sui problemi causati dal disboscamento illegale della foresta pluviale centro-africana, sull’impatto che questo ha nelle economie, sullo sviluppo umano e sull’ecologia ed ancora sui traffici illeciti che vi si legano.

    Se si considera che l’indice di sviluppo dei paesi centro-africani oscilla tra lo 0.3 e lo 0.7 ed è molto inferiore ai limiti della soglia di povertà fissata tra il 32.7 ed il 56.7; la speranza di vita non arriva ai 40 anni; il 44% della popolazione non ha l’accesso all’acqua potabile; ed il 73% della popolazione è analfabeta; e, che malattie come l’AIDS e la malaria minacciano costantemente la vita dei cittadini, meglio si capisce come, l’amministrazione oculata delle multiformi ricchezze minerarie e forestali di questi territori potrebbero contribuire in maniera sostanziale alla lotta contro la povertà.

    La foresta equatoriale, al centro del terzo vertice franco-africano, si estende su una superficie di 423 341 000 ospitando una popolazione di 100 500 000 individui. È uno dei più importanti centri di biodiversità esistenti sul nostro pianeta.

    L’agricoltura itinerante su terreni precedentemente bruciati, l’apertura di nuove strade, la creazione di nuovi centri abitati, la pressione demografica in costante aumento e la spoliazione forestale e mineraria sono i principali fattori dell’impoverimento animale e vegetale della foresta.

    Tutti i paesi dell’area hanno ratificato gli accordi e le convenzioni internazionali in materia di tutela e protezione. Tutti si sono dotati di sistemi per il controllo e lo sviluppo. Tutti hanno espresso il loro accordo con quanto deciso a Rio nel 1992, a Johannesburg nel 2002 e nel Qebec lo scorso 2003.

    Eppure in tutti i paesi le leggi sono costantemente violate con la complicità di responsabili, agenti di sicurezza e amministratori. L’illegalità che governa il settore estrattivo e di disboscamento, si traduce nell’espropriazione senza permessi, nella deforestazione illimitata, nell’aumento del volume esportato ed infine nella caccia agli animali a rischio d’estinzione. L’esportazione, più elevata di quanto le leggi consentono, concede alle imprese straniere di mantenersi carenti nei sistemi competitività: le tessa di esportazione sono elevatissime, i piani regolatori raramente rispettati ed i capitolati d’oneri quasi mai eseguiti.

    Senza dimenticare la carenza di risorse materiale ed umane e la corruzione Come sottolinea la Conferenza Episcopale è difficile ottenere risultati soddisfacenti quando un solo agente di sorveglianza deve controllare 20 mila ettari di territorio… Le pratiche illegali sfruttano anche l’assenza di pene severe e vincolanti.

    I mercati europei che maggiormente si sono avvantaggiati da questo status quo sono la Svezia e la Finlandia: il 40% della loro economia è trascinata dal settore boschivo per cui, a causa dei dinamismi che regolano in Africa il medesimo settore, rendono maggiormente vive le rispettive economie. Di contro gli stati africani perdono introiti indispensabili: si parla di miliardi di franchi çfa, (la moneta corrente negli stati ex-colonie francesi, nda.) che non sono reinvestiti nelle economie locali, né nei sistemi sociali, scuola, sanità, infrastrutture per i trasporti e le strade.

    “A qui profitent donc notre forêts”? Le società che lavorano nel settore boschivo sono le prime beneficiarie. In gran parte a capitale straniero. I benefici economici solo apparentemente restano, quindi, nelle aziende locali. Le zone maggiormente ricche di risorse naturali sono quelle maggiormente private di infrastrutture; le loro popolazioni prigioniere di analfabetismo e malattie; i loro sistemi economico-sociali corrotti. Tant’è vero che le multinazionali considerano le popolazioni residenti semplici affittuari ed i territori una loro proprietà, e come tale espropriabile...

    Che fine faranno i fondi stanziati dalla banca mondiale per impedire il disboscamento, per potenziare le infrastrutture ed i sistemi di controllo???

    Dove sono quelli dell’Unione Europea erogati per creare zone protette, calmieri dei prezzi per le materie prime e sovvenzioni per accordi specifici???

    I paesi del G8 hanno deciso di stanziare, in collaborazione con la Banca Mondiale, fino a 100 milioni di dollari USA. Per tentare di salvare la ricchezza forestale del bacino del Congo, per rinforzare la solidarietà internazionale e contribuire a mantenere la biodiversità dell’ecosistema africano!

    E’ stato per primo il britannico “The Guardian” a dare per primo la notizia dopo il summit mondiale sullo sviluppo sostenibile, tenutosi a Johannesburg. Precisando che il finanziatore maggiore, per i prossimi cinque anni saranno gli Stati Uniti (con 60 milioni di dollari) seguiti dalla Francia (30 milioni), seguono Germania, Giappone ed Unione Europea. Il legno, tagliato nella foresta, è esportato principalmente in Europa, la maggio parte del quale illegalmente. Si stima, continua il “The Guardian”, che nei prossimi 15 anni, con le implicazioni potenziali dei cambiamenti climatici, le inondazioni e la sparizione di alcune specie vegetali, quasi il 20% del potenziale della foresta potrebbe essere perso.

    Le responsabilità dovrebbero essere equamente suddivise, i compiti egualmente gestiti. Organi nazionali ed internazionali dovrebbero cooperare per lo sviluppo di sistemi sociali, attuali e futuri, più sani.

    I governanti dovrebbero: rinforzare i sistemi di controllo; accentuare i governi democratici e la lotta alla corruzione; vigilare attentamente sulle attività estrattive, minerarie e di disboscamento; reinvestire un parte importante degli introiti a favore delle comunità locali.

    Le compagnie internazionali che operano nei territori africani dovrebbero: rispettare le legislazioni in vigore, senza forzare le leggi vigenti; realizzare i loro guadagni mantenendo attenzione agli sviluppi economici e sociali; rinforzare le partnership con le comunità locali.

    La comunità internazionale, gli istituti e le organizzazioni, dovrebbero: aumentare la loro esigenza alla trasparenza; rafforzare le leggi per la salvaguardia ecologica ed i sistemi di controllo; cooperare nei programmi nazionali, finanziari e tecnici, per la conservazione delle biodiversità e delle risorse, umane e naturali.

    Infine, le comunità locali, che nell’ignoranza dei diritti e doveri che dovrebbero perseguire, sono spesso complici e causa delle loro dilapidazione e corruzione, dovrebbero: organizzarsi per soddisfare meglio i diritti delle popolazioni; collaborare al controllo, partecipare ai processi di sviluppo.

    Anna

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