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Una miniera d'oro - Ecco il bottino per cui George W. Bush ha ucciso più di 100.000 persone

16 febbraio 2005 - Di Chrys Floyd
Fonte: TheMoscowTimes - 11 febbraio 2005

Oro Nero

Quel vecchio detto che dice: “nessuno è più cieco di chi non vuol vedere” dovrebbe essere scolpito su pietra nel National Press Club di Washington, il Circolo Nazionale della Stampa. Sicuramente non c’è motto migliore per l’accogliente circolo dei guru del giornalismo americano, che sembrano irrimediabilmente incapaci di riconoscere la verità, anche quando sta lì di fronte a loro, mostruosa e impossibile da eludere, come un gigantesco Ciclope insanguinato.

Infatti, subito dopo aver fatto un pastrocchio a proposito della notizia più importante degli ultimi tempi, vale a dire riguardo la campagna apertamente ingannevole dell’Amministrazione Bush per lanciare la guerra di aggressione contro l’Iraq, ecco che i guru festaioli del giornalismo americano stanno per dimenticare e far passare inosservata anche la degna conclusione di questo crimine su vasta scala: la madre di tutti gli accordi nascosti, un cinico patto sigillato con l’assassinio, che si sta consumando sotto i nostri occhi.

Il vero obiettivo dell’Amministrazione in Iraq è semplice e brutale: il dominio statunitense del petrolio del Medio Oriente. Ma questo non è un segreto. Dick Cheney e Paul Wolfowitz hanno cominciato a scrivere di questa “necessità strategica” nel 1992, come Alternet ci ricorda. E nel Settembre 2000 un gruppo capeggiato da Cheney e Donald Rumsfeld aveva fatto un esplicito appello per una occupazione militare Statunitense in Iraq, anche se il regime di Saddam Hussein non fosse stato più al potere. In ogni fase del feroce attacco dell’Iraq, i seguaci di Bush hanno continuato senza tregua a fare pressioni per raggiungere il loro obiettivo petrolifero.

L’obiettivo è stato rivelato, ancora una volta, in una recente visita a Washington del Ministro delle Finanze iracheno Adil Abdel-Mahdi. In piedi accanto ad un ufficiale del Dipartimento di Stato, Abdel-Mahdi ha annunciato che il governo iracheno vuole aprire i giacimenti di petrolio agli investimenti stranieri, riferendosi non solo al prodotto estratto che fluisce negli Oleodotti, ma anche al petrolio ancora sotto terra, patrimonio
comune del popolo iracheno.

Secondo quanto riporta InterPress, il ministro ha detto chiaramente che questo felice accordo, che porgerà la seconda riserva mondiale di petrolio nelle mani di pochi privati, sarà “molto promettente per gli investitori americani e per l’impresa americana, certamente per le compagnie petrolifere”.

Questo è il bottino per il quale George W. Bush ha ucciso più di 100.000 esseri umani.

I media americani hanno completamente ignorato la dichiarazione di Abdel-Mahdi, ma anche questo non sorprende affatto. Dopo tutto è avvenuta nel luogo più nascosto che si potesse mai immaginare: di fronte ai baroni del petrolio e ai giornalisti del National Press Club.

Quale luogo migliore per nascondere una confessione pubblica di crimini di guerra che in mezzo al branco dei giornalisti di Washington, disattenti e senza talento? Eppure qui si svolgeva una vicenda di immensa importanza. Infatti Abdel-Mahdi non è soltato un funzionario dello screditato governo collaborazionista ora ai suoi ultimi giorni di vita. E’ anche uno dei leader dell’Alleanza Irachena Unita (UIA), la fazione sciita che è stata portata ad un potere in qualche modo più legittimo dalle elezioni nazionali imposte a George W. Bush dal Grande Ayatollah fondamentalista islamico Ali al-Sistani. Infatti, Abdel-Mahdi è spesso citato come uno dei candidati principali al posto di primo ministro del nuovo governo, e qualsiasi cosa accada, avrà certamente un ruolo dominante.

Così ci troviamo di fronte ad un rappresentante importante, forse il più alto rappresentante del governo che si sta formando, che offre ai petrolieri americani i diritti di proprietà sul petrolio iracheno. E contemporaneamente, secondo quanto riportato da Newsweek, i più alti funzionari americani, come Cheney e Rumsfeld questa settimana, mostrano un occhio di riguardo per le richieste dell’UIA che vuole che il nuovo stato iracheno sia basato unicamente sulla legge islamica, il che comporterà restrizioni che colpiranno duramente i diritti delle donne, la libertà di espressione, le libere associazioni, e se Sistani avrà la meglio, divieti Talebani sulla musica, le danze e perfino il gioco degli scacchi.

In altre parole siamo di fronte alla nascita di un mostruoso, ciclopico accordo: non solo “Sangue per il Petrolio”, come i critici contro la guerra hanno detto fino ad ora, ma anche “Dio in cambio del Petrolio”. I funzionari sciiti evitano il controllo diretto, ma i loro precetti possono essere trasformati in potere statale da parte di rappresentati laici come Abdel-Mahdi, e sembrano favorevoli a cedere una buona porzione delle risorse petrolifere irachene in cambio della possibilità di istituire una “Repubblica Islamica” de facto nella terra conquistata, con la tacita approvazione americana.

Una parola di Sistani potrebbe far scendere milioni di persone per le strade e mettere in ginocchio le forze americane, ma nonostante la sua notoria disapprovazione dell’occupazione, egli è rimasto finora fermo ad aspettare che il potere, come un frutto maturo, ricadesse nelle mani degli Sciiti. Come Bush, anche lui è apparentemente disposto a tollerare le uccisioni di massa da parte della Coalizione guidata dagli Usa per raggiungere i suoi obiettivi; ma d’altronde Sistani, come Bush, non è neanche Iracheno: è Iraniano. Ora sono proprio questi due stranieri a lanciare i dadi per decidere il destino della nazione.

Ma non è finita, c’è ancora un’altra evidente verità che è sfuggita sia ai maghi della stampa che alla maggior parte degli oppositori della guerra. Anche se l’obiettivo principale del controllo petrolifero dovesse in qualche modo essere mancato, per via, che so, di contrasti con Sistani, o di una guerra civile, Bush ha già vinto la partita. La guerra ha infatti trasferito miliardi di dollari dal tesoro pubblico degli Stati Uniti e dell’Iraq nelle casse di gruppi elitari di petrolieri, mercanti d’armi, compagnie di investimenti, giganti dell’edilizia e amministratori politici legati alla famiglia Bush. E questo va ben oltre i contratti ufficiali e con guadagno garantito per le industrie prescelte, lo stesso ispettore generale di Bush questo mese ha infatti riportato che fondi per 8.8 miliardi di dollari sono semplicemente “svaniti” sotto la voce generica e non giustificata della “ricostruzione”. In realtà, secondo quanto riportato dalla BBC, la maggior parte sono andati a finire in tangenti ai funzionari di Bush e bustarelle a gruppi di società.

Questo denaro macchiato di sangue rinsalderà ulteriormente l’elite bushista, che potrà valersi di un potere e di un privilegio insuperabile nei decenni futuri, e che non dovrà preoccuparsi del bagno di sangue causato, e neppure della occasionale perdita del potere politico. La struttura del potere in America è stata alterata per sempre dalla guerra, proprio allo stesso modo in cui la società americana è stata incommensurabilmente corrotta dall’uso orgoglioso da parte di Bush dell’aggressione, della tortura, del disprezzo della legge e del militarismo come valori nazionali.

Bush ha mentito. Ha rubato. Ha ucciso. Sotto la luce del sole. Eppure l’ha fatta franca. Questa è la storia. Ma non la sentirete mai al Club della Stampa.

Note:

Traduzione di Paola Merciai per www.peacelink.it
Il testo e' liberamente utilizzabile a scopi non commerciali citando la fonte e l'autore.

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