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    Iraq: le ragioni inconfessabili della guerra

    Il conflitto bellico iracheno non risponde a una logica militare, ma economica. Per favorire le imprese private e per governare il prezzo del petrolio. La tesi provocatoria del volume «The Iraq War» dello storico militare inglese John Keegan
    27 febbraio 2005 - Enzo Modugno
    Fonte: Il Manifesto


    Il nuovo libro dello storico militare inglese John Keegan (The Iraq war, Utchinson, London) può contribuire a chiarire un punto di vista più volte affiorato nella discussione del movimento per la pace sull'Iraq come «caos programmato dagli Usa», un'interpretazione fondata sulle teorie sull'uso economico della guerra e delle spese militari come strumenti di politiche economiche. Infatti, quando il governatore della Banca d'Italia afferma che «con la politica di stampo keynesiano condotta dal 2001 l'economia Usa è tornata a crescere», sta dicendo in realtà che la guerra ha salvato gli Stati uniti. Di keynesiano sono rimaste infatti quasi solo le spese militari. Spese che, prima e dopo Keynes, hanno sempre sostenuto la domanda nei periodi di crisi economica.

    Il movimento operaio ha sempre contestato la gestione militare del ciclo economico e le ingenti commesse militari all'industria denunciando il militarismo e le sue due funzioni. La prima più evidente è quella più propriamente militare: l'uso della forza per la repressione all'interno e la guerra di rapina all'esterno (l'imperialismo come fase «suprema» del capitalismo). Già negli anni Trenta e più diffusamente negli decenni successivi, l'economista Michal Kalecki ha infatti sottolineato che per sopravvivere alle ricorrenti crisi economiche il capitalismo ha bisogno di dominare mercati e campi di investimento per procurarsi «profitti esterni». Li realizza ricevendo per le sue esportazioni di capitali e di merci più di ciò che paga per le sue importazioni, con l'indebitamento degli altri paesi.

    L'altra importante funzione del militarismo è la funzione economica di sostegno alla domanda delle spese militari. Ne la Teoria della dinamica economica sempre Kalecki ha affermato che la formazione artificiale di «profitti esterni» si attua mediante il disavanzo del bilancio, cioè con l'indebitamento dello stato verso il settore privato. Il militarismo dunque è indispensabile al capitalismo perché assicura sia l'una che l'altra fonte dei «profitti esterni». Ora si capisce che la sinistra neoliberista abbia abbandonato l'analisi di entrambe queste funzioni, ma non si riesce a capire perché sinistre più radicali abbiano invece abbandonato l'analisi della funzione economica del militarismo, interpretando quindi ogni intervento bellico come guerra di rapina e politica di potenza. Questi evidenti motivi invece vengono spesso dilatati fino a diventare un travestimento che cela l'urgenza di contrastare la crisi economica e l'inconfessabile necessità di sostenere il settore privato con un enorme disavanzo del bilancio.

    Per questo l'antimilitarismo non ha mai smesso di denunciare la manipolazione della stampa e dei parlamenti da parte del complesso militare-industriale per ottenere sempre maggiori commesse militari. Fenomeno che ha segnato tutto il Novecento, dalla Krupp accusata di corruzione di un ministro nei primi venti anni del secolo scorso a Kennedy che vinse le elezioni con un rapporto Cia che giudicava l'armamento nucleare sovietico di ben trenta volte superiore alla sua effettiva consistenza, alle menzogne sull'incidente del Golfo del Tonchino che nel 1964 giustificò l'intervento militare in Vietnam, fino alle recenti menzogne della Cia sull'Iraq. Ma è questa «necessità economica della guerra» che è all'origine delle bugie di guerra, volte ad ingannare non i nemici ma i propri cittadini, come ha più volte notato Hannah Arendt nei suoi appassionati interventi sull'intervento statunitense in Vietnam.

    Ma questi interventi bellici lasciano sbigottiti gli analisti militari come John Keegan perché in realtà sono più interventi di politica economica che operazioni militari, non tendono alla vittoria ma al prolungamento dello scontro, non annientano il nemico ma lo evocano, lo enfatizzano, lo costruiscono se non c'è. La guerra in Iraq sembra essere un intervento di questo tipo, che si presenta come militare ma si rivela militarmente privo di senso: «misterioso» secondo John Keegan.

    Le operazioni degli invasori quindi più che a una logica militare rimandano a ciò che von Clausewitz definiva «scopi e condizioni politiche che appartengono ad un insieme più vasto». In realtà quella pratica capitalistica che Joan Robinson, economista tra i maggiori del `900, ha sintetizzato con queste parole in un saggio uscito nel 1962 ne la «New Left Review»: «la guerra fredda ha provato che le recessioni non si possono evitare se non con le spese militari e poiché per giustificare gli armamenti si deve tenere viva la tensione internazionale, risulta che la cura è molto peggiore del male».

    Dunque quando la crisi economica si aggrava, compito principale delle amministrazioni Usa diventa quello di «tenere viva la tensione internazionale». E con una crisi così grave come quella iniziata a marzo del 2001, l'amministrazione Bush ha dovuto ravvivare la tensione.

    Un riarmo in grande stile tuttavia determina la ripresa generale dell'economia se a trarne vantaggio non sono solo le industrie degli armamenti ma anche altre industrie collaterali. Per questo era prevedibile che gli Usa cercassero in Iraq un «conflitto prolungato», che giustificasse l'invio massiccio di mezzi di ogni tipo per un tempo significativo: ma è stato Augusto Graziani a prevederlo in un articolo apparso ne il manifesto ben due anni fa (31\12\2002). La ripresa dell'economia infatti si verifica quando, «con l'occupazione del territorio, occorrono forniture di ogni genere, e se la guerra si trasforma in guerriglia - scriveva Graziani - non vi sono tecnologie o equipaggiamenti che possano avere ragione con certezza della resistenza delle popolazioni attaccate. I conflitti prolungati esercitano un influsso sull'attività economica di tutti i paesi che, direttamente o indirettamente vi sono coinvolti».

    E' comunque facile supporre che questo «prolungamento» del conflitto sia stato previsto non solo da Graziani. Ma in assenza di documenti ufficiali non è altrettanto facile stabilire come si sia ottenuto. Interpretarlo come fallimento dell'invasione è generoso con le popolazioni attaccate ma non corrisponde alla situazione reale. Si può quindi interpretarlo come attuazione di un intervento programmato che utilizza come nemico la guerriglia irachena. D'altronde Wolfowitz ha assicurato le industrie interessate che «la guerriglia in Iraq durerà altri cinque anni». Rientrerebbe dunque nei piani d'attacco provocare la popolazione che è stata lasciata in condizioni di totale insicurezza, bombardata, torturata, spinta continuamente sulla linea del fuoco. Rientrerebbe nelle previsioni anche un aumento considerevole del prezzo del petrolio - nello stile dei Bush - con quello iracheno fuori dal mercato ancora per molti anni, e con il Medio oriente in guerra permanente anche il controllo dei rifornimenti per Europa, Cina e Giappone.

    E così il riapparire di ex ufficiali di Saddam e di mujaheddin già al soldo degli Usa che alternano taglie e taglio delle teste: perché l'Occidente non sa vivere senza nemici e quindi continua a ricercare e a provocare conflitti tra civiltà con nemici debolissimi, se paragonati ai missili atomici sovietici, e che proprio per questo «devono indossare maschere mostruose per diventare credibili» (Daniele Archibugi, il manifesto 8/5/2004). E' la dottrina Bush, che Ramonet ha riassunto così: «L'anticomunismo vi era piaciuto? L'antislamismo vi entusiasmerà».

    In assenza di documenti ufficiali si può però procedere ex suppositione sulla scorta del saggio di John Keegan. Storico militare molto noto nel suo paese a cui alterna il ruolo di columnist sul quotidiano The Guardian, Keegan elenca una lunga serie di «misteri» - «una strana parola per un analista militare» si scusa l'autore, che non nasconde il suo appoggio a Tony Blair -. Innanzitutto la stessa guerra che l'amministrazione Bush ha combattuto «secondo parametri convenzionali non è stata affatto una guerra». Il primo capitolo infatti si intitola «una guerra misteriosa» e nel primo mistero si contempla la durata, tre settimane, «la guerra più breve della storia»: «come hanno ottenuto la sparizione dell'esercito iracheno forte di 400.000 uomini e migliaia di carri armati e di cannoni, dove sono finiti?». Forse non esisteva, forse non ha combattuto.

    Nel dopoguerra poi i misteri si infittiscono perché «gli Americani commettono ora, tra i tanti, i due errori più gravi», lo sbandamento dell'esercito iracheno e l'assenza di polizia, che sommati alla misteriosa assenza di controllo ai confini «hanno permesso la formazione di combattenti con l'infiltrazione di estremisti islamici da altri paesi arabi che si sono aggiunti ai miliziani di Saddam e del partito Baath».

    Queste dunque le premesse della guerriglia rilevate da Keegan, a cui si aggiungono i Fundamental Errors of Inflexible Army rilevati dal commentatore del Guardian (13/4/2004). Potremmo concludere che gli Usa hanno invaso l'Iraq senza combattere determinando le condizioni per una guerriglia almeno quinquennale condotta con armi leggere. Ma forse siamo già all'interno del programma della «guerra trentennale al terrorismo» voluto dall'amministrazione Bush, che ha però bisogno di nemici per «tenere viva la tensione internazionale» e così rilanciare l'economia statunitense.

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