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Byte avvelenati (per il risveglio di una coscienza collettiva non-virtuale)

10 luglio 1994 - Gomma
Fonte: "Buio Digitale" - Inserto "Il cerchio quadrato" de "Il Manifesto"

Le recenti vicende giudiziarie riguardanti la scena della telematica italiana, sono state un banco di prova e un test significativo per verificare quanto certi principi di democrazia "moderna" siano stati recepiti dalla gente e dalle istituzioni. Con rammarico, ma al contempo con una forte dose di realismo, si deve prendere atto di una serie di vere e proprie miserie culturali, politiche ed etiche che sono state il contorno di una situazione gia' molto triste di per se'. Il quadro e' sconfortante, vediamo dunque di analizzarlo con crudezza:
1) Il set di leggi riguardanti la duplicazione abusiva del software e i cosiddetti computer crime, e' totalmente a favore dei padroni dell'informazione digitale. Il suo iter parlamentare, per quanto consta a chi scrive, e' passato totalmente sotto silenzio. Nessuna "opposizione" si e' fatta sentire e, probabilmente, nemmeno si e' accorta della gravita' delle norme che stavano per essere approvate. A nessuno e' venuto in mente di contestare, ad esempio, la legittimita' di un obbrobrio giuridico che viene difeso dalle sanzioni penali che puniscono la "duplicazione": la cosiddetta "licenza d'uso". Questa stabilisce che chi compra un programma, in realta', ne acquista solo il permesso di poterlo "usare", in quanto la proprieta' esclusiva rimane del titolare dei diritti (ossia la ditta che lo mette in commercio). In pratica, dunque, cio' di cui noi a caro prezzo veniamo in possesso e' esclusivamente la possibilita' di installare del software su una sola macchina. Ci e' vietato poterlo modificare se non ci piace, venderlo a qualcun altro se non lo usiamo piu', prestarlo o affittarlo senza l'assenso del detentore del copyright. Se sgarriamo, non solo la licenza d'uso ci puo' essere tolta, ma il nostro comportamento diventa penalmente perseguibile.Inoltre, spesso, il modo in cui stipuliamo l'accordo di base e' la formula del "contratto a strappo". "Strappando" la busta in cui i dischetti sono contenuti si viene informati, dalle solerti software-house, di accettare tutte le clausole scritte unilateralmente (da loro) sulla busta stessa. Tale formula, di cui non si conosce la reale rilevanza giuridica, suona in ogni caso per lo sprovveduto acquirente come una sorta di monito intimidatorio e, incredibilmente, nonostante questo modo di porsi nei confronti del cliente sia tipico delle famigerate aste televisive, nessuno vi si e' mai pposto con fermezza.
2) Nessuno storico democratico dell'economia, nessun difensore "istituzionale" dei principi etici si e' finora soffermato a riflettere sulle relazioni che esistono tra "merci" informatiche o digitali e problema dell'accesso ai saperi. Nessuno ha considerato il fatto che il software non debba essere considerato come un prodotto esclusivamente nato per fini di mercato, gestito in regime di monopolio e a disposizione esclusiva del maggior offerente ma, al contrario, uno strumento di utilita' sociale indispensabile per l'accrescimento culturale, il miglioramento della qualita' del lavoro e dell'educazione. Questa assenza di critica non fa altro che aumentare le possibilita' di espansione del potere e del controllo di pochi sull'informazione, la comunicazione e, in definitiva, sul mantenimento di larghe fasce di popolazione in una condizione di ignoranza che si ampliera' nel tempo con conseguenze devastanti.
Basti, anche in questo caso, citare un solo esempio: nel 1993 la Business Software Alliance, l'associazione che difende gli interessi delle compagnie produttrici di programmi, lanciava, senza intralci, una campagna di invito alla "delazione quasi-anonima" diffusa attraverso i maggiori quotidiani economici nazionali. Veniva infatti messo a disposizione un coupon, da inviare per posta, per segnalare nominativi di persone o societa' che copiavano o solamente utilizzavano software copiato. Il motto di tale campagna era "Chi copia software sottrae risorse alla ricerca e danneggia anche te", come se la responsabilita' della scarsita' di fondi per la sperimentazione dipendesse dai consumatori.
3) Gli effetti di tale condizione d'ignoranza si sono potuti verificare con mano, in relazione alla scarsita' di reazioni che si sono rilevate non solo all'esterno, ma soprattutto all'interno della cosiddetta "comunita' telematica" che e' stata direttamente colpita dalle nuove leggi. Non esiste al momento alcun segnale di presa di coscienza netta dei propri diritti riguardanti l'accesso alla comunicazione digitale. L'ideologia, in questa caso assolutamente intesa come "falsa coscienza", imposta con un intervento concussivo per dieci anni dalle multimiliardarie "software-house", regna sovrana: si e' fatto passare il luogo comune che il "mercato" viene al primo posto e il soggetto viene per ultimo. Le stesse vittime della legge, spesso innocenti, ormai senza alcun punto di riferimento politico e culturale, pateticamente chiedono ancora piu' legge e ancora piu' ordine, convinte che queste siano le soluzioni per togliersi dai guai.
In conclusione non resta da affermare che il lavoro da compiere e' di grandi proporzioni e riguarda tutti i soggetti che ritengono che l'informazione, la conoscenza e la lotta contro l'ignoranza siano battaglie fondamentali da combattere. Servono interlocutori politici che sottraggano il predominio della rappresentanza alle lobby mercantili. Servono atti concreti che aiutino a diffondere quei valori culturali relativi a una presa di coscienza sui propri diritti nell'"info-sfera" da parte della comunita' telematica. Serve una mentalita' "moderna" d'azione politica, non asservita alle logiche del mercato ma rivolta a migliorare le condizioni di vita dei soggetti. Serve la nascita di un concetto, nuovo per il cyberspazio, come la solidarieta', che non si e' espressa assolutamente nei confronti dei 150 gestori di banche dati amatoriali accusati di reati gravissimi, lasciati soli dalla sinistra istituzionale e, purtroppo, anche dall'estrema sinistra non istituzionale.
Serve infine supportare le rare iniziative di carattere legislativo o culturale che in questa nazione vengono organizzate da "informatici per la democrazia", "cyberpunk" e da altri strani personaggi che pensano che l'informazione e l'accesso a questa sia un bene comune e un diritto fondamentale dell'uomo.

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