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    Cittadinanza Elettronica

    10 luglio 1994 - Stefano Rodotà
    Fonte: "Buio Digitale" - Inserto "Il cerchio quadrato" de "Il Manifesto"

    CITTADINANZA ELETTRONICA

    Le parole s'inseguono: videocrazia, sondocrazia... Con il mutare dei termini tuttavia, non si passa da un ordine di problemi all'altro, ma via via si scopre una dimensione nuova e comune, dove la televisione "generalista" diventa soltanto un pezzo di un sistema comune in cui s'insediano con forza crescente i nuovi media e nel quale le modalita' d'uso dell'insieme delle tecnologie disponibili non solo permettono connessioni tra attivita' fino a ieri lontanissime, ma soprattutto connotano in maniera del tutto inedita sfera pubblica e sfera privata.
    Se si volge lo sguardo a quell'ultimo repertorio di problemi e di opportunita' che e' il documento comunitario su "l'Europa e la societa' dell'informazione globale" (il cosiddetto Rapporto Bangemann), subito si ha la conferma proprio dell'impossibilita' di tener fermi i criteri tradizionali per distinguere il mondo dell'imprenditorialita' e quello della politica. La versatilita' dei nuovi mezzi e la loro pervasivita' sociale sembrano prospettare una versione aggiornata del carattere bifronte delle tecnologie: arricchiranno la sfera pubblica o ne consacreranno il definitivo passaggio nell'ordine delle merci? Ma, nel cercare una risposta a questo interrogativo, sarebbe vano e sbagliato muoversi secondo la logica delle alternative secche e inconciliabili, mercato o diritti, commodification of pubblic sphere o decollo della democrazia elettronica.

    LE CHANCE IN CAMPO
    Qualche anno fa, riflettendo proprio su queste dinamiche, uno studioso del sistema politico americano, Theodore Lowi, aveva detto che "la tecnologia apre le porte, il capitale le chiude" . Nella realta', gli intrecci si sono fatti via via piu' complessi. Vi sono stati casi nei quali effettivamente la pura logica del profitto ha spinto a interrompere esperimenti importanti di comunicazione e di partecipazione dei cittadini, e oggi assistiamo a continui tentativi di cancellare la dimensione civica e volontaria del lavoro avviato con le reti telematiche, che coinvolge ormai milioni di persone. Al tempo stesso, pero', si scorgono possibilita' offerte agli impieghi sociali proprio dal successo commerciale di alcune reti e, soprattutto, la necessaria creazione di reti pubbliche (quelle dell'amministrazione, ad esempio) puo' fornire opportunita' di cui e' urgente valutare la portata e le prospettive nel momento stesso in cui queste reti vengono progettate.
    Certo, conosciamo le letture radicali vecchie e nuove della ragione tecnica, della sua capacita' di dominio e dell'impossibilita' di farla governare da logiche diverse da quella che essa stessa produce. Ma sarebbe sbagliato chiudersi nella loro definitivita' e nel loro tagliente rigore, senza tentare una verifica continua sulla base delle situazioni che via via si producono, creando cosi' le condizioni che possono consentire almeno politiche di "riduzione del danno".
    Il punto di partenza, comunque, e' proprio quello di una profonda modifica qualitativa dell'agire politico, non di un arricchirsi delle sue modalita' tecniche. Gia' constatiamo come le forme dell'attivita' politica riescano a sottrarsi ai vincoli dello spazio e del tempo: e' per questa ragione che sulle reti nascono nuovi "soggetti elettronici". La rete si rivela una forma organizzativa che consente un rapporto e una comunicazione stabile tra persone lontane, che possono intervenire nella discussione in momenti diversi La comunicazione orizzontale e paritaria caratterizza questo tipo di organizzazione.
    Proprio le potenzialita' democratiche di questa dimensione della tecno politica esigono l'introduzione di regole capaci di salvaguardarne le caratteristiche. Questa eventualita' e' considerata con sospetto, o francamente avversata, da quanti pensano che le reti possano rimanere il terreno d'una liberta' illimitata, d'una infinita anarchia. Ma se si insistesse su questa impostazione, sarebbe fatale la delusione nel momento in cui la forza degli interessi economici, giganteschi in questo settore, si fara' sentire e mutera' radicalmente la prospettiva tutta artigianale nella quale finora ci si e' mossi, soprattutto in Italia. Basta riandare alla storia delle radio e delle piccole televisioni private, sopraffatte dalla logica delle grandi organizzazioni, per rendersi conto della urgenza di un intervento legislativo che offra le indispensabili garanzie per un uso democratico delle reti e per la tutela dei diritti di tutti i soggetti che in esse si manifestano (e i pesanti interventi giudiziari e di polizia contro talune reti confermano la necessita' di muoversi in questa direzione, e con urgenza).

    UN'EMERGENZA DEMOCRATICA
    Si tratta di un intervento non facile perche' soprattutto in Italia, la questione delle reti e' stata considerata quasi esclusivamente come un affare di politica industriale e commerciale, e non come una dimensione emergente e cruciale dell'organizzazione democratica. Anzi, quest'ultimo aspetto e' stato finora volutamente respinto sullo sfondo proprio per evitare che la disciplina del settore sia influenzata da logiche diverse da quelle puramente mercantili. Dovrebbe essere evidente, invece, che la partita in corso intorno al tema della telematica e' di importanza enormemente superiore a quella della disciplina antitrust nel settore della televisione tradizionale (e' per questa ragione che diventa determinante l'assetto della Stet).
    E' in gioco la "cittadinanza elettronica", che davvero rappresenta la frontiera piu' impegnativa per la democrazia alla fine del secolo. Quando si parla di autostrade elettroniche, di civic networking, di reti telematiche, il problema centrale e' quello di garantire a tutti i cittadini l'accesso a quest'insieme di tecnologie in condizioni di parita'.
    Questo vuol dire tariffe bassissime, e forme di accesso gratuito, per l'uso sociale delle reti; e nessuna discriminazione tra i potenziali utenti, per evitare che in questa nuovissima dimensione si riproduca con intensita' maggiore che in passato la distinzione tra abbienti (di risorse finanziarie e culturali) che priverebbe le nuove tecnologie d'ogni capacita' liberatoria e democratica. E' il tema dei servizi "universali" come componente essenziale della cittadinanza familiare alla cultura americana, che approda faticosamente in Europa, che sembra del tutto estraneo alla discussione italiana e che certamente la sgangherata voglia di mercato cerchera' in ogni modo di tenere ai margini.
    La discussione politica e' appena all'inizio, mentre corrono le iniziative imprenditoriali e si avviano soluzioni organizzative e legislative attente soltanto agli aspetti economici del problema. Si riuscira' a evitare che la cultura dell'inconsapevolezza, o di una ben calcolata ignoranza, produca in questo decisivo settore guasti che moltiplicherebbero per mille quello che e' avvenuto nel mondo della televisione?

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