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“…Quell’angolo di mondo più d’ogni altro m’allieta…” (Orazio, “Odi II,6”)

Che il mare si riprenda il mare mi vien da dire. Dopo che per anni l’industria ha visto nel mare di Taranto la possibilità di poterli sfruttare a loro piacimento, raffreddando gli impianti e sversandoci quanto di più schifoso possa esistere sulla faccia della terra, è giunto il momento che il mare ritorni al mare, è giunta l’ora che i Tarantini si riprendano il loro mare.  Taranto Mar Grande

 

Premetto che essendo ingegnere, ho un codice deontologico da seguire, e per tanto dirò subito che la produzione energetica da fonte marina è tutt’oggi in via sperimentale anche se, è notizia recente, la Svezia sta per produrre il suo primo MW da fonte marina (http://www.rinnovabili.it/energia/moto-marino/svezia-prima-nazione-energia-dalle-onde-333/).

Essendo una tecnologia in via sperimentale, non si può avere la presunzione di abbandonare tutte le fonti energetiche fin qui utilizzate e dire: “Facciamo all-in sul mare”; sarei un pazzo se dicessi ciò. Sono però convinto del fatto che, in una città come Taranto, indottrinata per cinquant’anni nella stretta strada della monocultura, dove o era siderurgico o era morte (per scoprire cinquant’anni dopo che non si trattava di  un’opzione bensì di un’affermazione: “Siderurgico è morte”), sia venuto il momento di offrire una speranza nuova che viene dal mare, proprio ciò che ci circonda da sempre e dire: “Esiste dell’altro oltre l’industria”.

L’uso del mare fu sperimentato già nel 1799 da Girard & Son (ahimè Francesi, vedi “Wave energy in Europe: current status and perspectives”  rivista “Renewable and Sustainable Energy Revies, 2002) ma fu abbandonato per essere poi riscoperto a seguito della primi crisi petrolifera del 1978.

Ora mi domando e dico, sarò ingegnere, sarò limitato e stupido, ma perché aspettare una crisi energetica per testare ed implementare una tecnologia? È verò che essa è tutt’ora in via sperimentale, ma perché non vedere nel mare di Taranto la possibilità di “far crescere” questa risorsa?

Esistono differenti tecnologie utilizzabili come ad esempio gli attenuatori denominati Pelamis che sono quelli dei quali mi piacerebbe parlarvi oggi.

Descrizione della tecnologia e possibili usi  locali

I dispositivi Pelamis appartengono alla famiglia degli attenuatori, collocati parallelamente  alla direzione dell’onda ed ancorati al fondo marino, questi dispositivi galleggiano in superficie come delle boe salvagente.  Il flusso ondoso favorisce il movimento di 3 giunti che collegano i 4 salsicciotti che costituiscono il Pelamis; questi giunti, collegati a dei pistoni idraulici interni, portano il fluido interno a pressioni tra 100 e 350 bar. Tale pressione viene poi usata per la produzione di energia elettrica.  Rappresentazione dei giunti appartenenti al Pelamis

 

Mediamente ogni giunto eroga una potenza nominale di 250 kW e per tanto i 3 giunti dell’ “amico Pelamis” potrebbero erogare al più  una potenza nominale di 750 kW.  Esempio di dispositivi Pelamis

 

Ora, facendo il conto del salumiere al quale spesso noi ingegneri ci affidiamo (e già il fatto che gli ingegneri si affidino ai salumieri dà l’idea di quanto la società stia andando a rotoli) considerando che nella città vecchia di Taranto risiedono 2.400 meravigliosi abitanti, considerando una famiglia media di 4 persone dove il carico nominale di ogni abitazione è di 3 kW, il fabbisogno energetico della città vecchia è circa pari a 1.800 kW.

Morale, basterebbero solo 3 dispositivi Pelamis per coprire il carico nominale della sola Città Vecchia.

Ora, volendo continuare a nobilitare la mia categoria,  sono obbligato a ripetere quanto detto sopra e vale a dire che, la risorsa non è continua e per tanto non si può pensare di erogare continuativamente questi 1.800 kW di cui sopra. Il fine sarebbe, però, di  testare questa tecnologia nei nostri mari per  garantirne una crescita tecnologica che la porti ad essere competitiva con le altre fonti rinnovabili.

Perché non pensare di chiedere aiuto alla Comunità Europea che ben finanzia queste nuove fonti rinnovabili per consentire lo sviluppo delle tecnologie marine?

Dopo tutto se la Comunità Europea finanziò il progetto “Urban II” a quella buona donna (buona donna in senso buono) della Di Bello, perché dobbiamo essere timorosi a chiedere questo tipo di finanziamento?

Spero di non avervi annoiato e spero quanto prima, se ne avete voglia e soprattutto piacere, di potervi parlare delle altre tecnologie che potrebbe utilizzare la forza dei nostri bellissimi mari.

Allegati

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