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    Storia dei rapporti fra ambiente, governi e potere in Italia

    15 agosto 2016 - Giorgio Nebbia

     

    I parlamenti e i governi italiani hanno cominciato ad affrontare i problemi ambientali in occasione della elaborazione, anche sotto la pressione dell'opinione pubblica, delle leggi contro l'inquinamento dell'aria (a partire dalla legge n. 615 del 1966) e delle acque (a partire dalla legge n. 963 del 1965 e dalla più specifica legge n. 319 del 1976, la cosiddetta "legge Merli"), dalle norme sulla biodegradabilità dei detersivi e su vari altri argomenti che allora non portavano ancora l'etichetta dell'"ecologia".

    Nel 1970, all'alba dell'"ecologia", con grande intuizione e, direi, "furbizia" politica, l’allora presidente del Senato Amintore Fanfani costituì una commissione "speciale" mista di senatori e studiosi sui "problemi dell'ecologia" che produsse tre volumi di atti, oggi quasi introvabili.

    Da allora il governo italiano ha dovuto partecipare, talvolta con qualche contributo significativo, alle varie iniziative internazionali; va comunque notato che in genere le norme europee sono state recepite con grande ritardo per non disturbare i potenti interessi economici che hanno sempre dominato le azioni di governo, ben più del "bene pubblico".

    Dopo una breve esistenza, nel 1974, di un "ministero dell'ecologia", diventato poi ministero dei beni culturali e ambientali, sarebbe stato necessario attendere il 1983 per avere un altro ministero dell'ecologia, in quota ai liberali Biondi, Zanone, Di Lorenzo; nel 1987 sarebbe stato creato un ministero dell'ambiente, "con portafoglio", tenuto quasi sempre dal socialista Giorgio Ruffolo, seguito per breve tempo da Pavan, un professore universitario, e dal socialista Valdo Spini. Si tratta di un altro capitolo della storia dell'ambiente da esplorare, attraverso una analisi dei dibattiti parlamentari e delle leggi "ambientali" emanate nei vari periodi.

    Una interessante pagina della storia dei rapporti fra ambiente e potere riguarda l'attenzione prestata dalle associazioni ambientaliste ai governi ogni volta che questi dichiaravano di sostenere azioni ecologiche. L'istituzione di un "consiglio" per l'ambiente con le rappresentanze dei più significativi gruppi "ecologici" ha fornito per la prima volta l'illusione che la voce delle associazioni potesse essere ascoltata dal potere, e che il potere politico anzi volesse incoraggiare, con contributi finanziari, il lavoro delle associazioni nel campo dell'educazione ambientale, della progettazione e perimetrazione di aree protette, eccetera (60).

    A poco a poco le associazioni ambientaliste hanno abbandonato la propria posizione di critica e di verifica dell'operato dei governi e sono diventate collaboratrici dei governi. Si è così diffusa l'idea che le associazioni dovevano smettere di dire sempre di "no", che bisognava fare proposte operative e suggerire che cosa fare e collaborare alla realizzazione delle cose "buone". Sarebbe stata questa una forma di "ambientalismo scientifico" in grado, con i propri aderenti e dirigenti, di mettere a disposizione dei "governi" utili competenze e guide tecnico-scientifiche. Non è parso vero ai governi di approfittare di questa offerta per stringere rapporti che rendessero più blanda la contestazione, parola che addirittura è stata gradualmente cancellata dal vocabolario.

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