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Napoli, i rifiuti della politica

11 ottobre 2006 - Alessandro Iacuelli

Un avviso di garanzia dietro l'altro, anni di sequestri giudiziari, sempre per irregolarità di gestione. Questo l'attuale bilancio del commissariato di Governo per l'emergenza rifiuti a Napoli. Nei due anni di commissariato del prefetto Catenacci, tutte le fasi gravi di emergenza sono avvenute a causa del fermo di almeno un impianto, o per manutenzione straordinaria, o per irregolarità. In luglio l'avviso di garanzia direttamente per Catenacci, dopo l'incendio nel impianto CDR (Combustibile derivato dai rifiuti) di Tufino (NA). Avviso di garanzia non per irregolarità di gestione, come avvenne anni fa alla discarica di Parco Saurino, nei pressi di Capua, ma per incendio doloso. Catenacci presentò le sue dimissioni. Ci vollero l'insistenza e le dichiarazioni di fiducia, da parte del capo del Dipartimento della protezione civile della presidenza del Consiglio dei Ministri, Guido Bertolaso, per convincere il prefetto a ritirare le dimissioni e restare al proprio posto. Poi, una settimana fa, il nuovo avviso di garanzia, le nuove dimissioni, e l'assunzione ad interim dell'incarico da parte dello stesso Bertolaso.

Finisce l'era Catenacci e negli stessi giorni si ferma il CDR di Caivano: torna l'emergenza, la stessa Napoli si trova sommersa dai suoi stessi rifiuti.
Il 6 ottobre scorso, il Consiglio dei Ministri ha approvato un decreto legge "che mette a punto misure straordinarie volte al superamento dell'emergenza legata al problema dello smaltimento dei rifiuti", si legge nella nota di Palazzo Chigi. "Il provvedimento", continua la nota, "individua le discariche che potranno essere utilizzate, fino alla cessazione dello stato di emergenza". Le discariche interessate sono le tre cave di Villaricca - via Ripuaria, Difesa Grande e Tufino. Discariche esaurite e stracolme fin dal 1999.

Oltre a questo, arrivano da oltre 10 anni fondi straordinari. Soldi da Roma perché la classe dirigente campana trovi soluzioni, soluzioni che in 12 anni di commissariato straordinario non è stata in grado di trovare.
Dall'utopia del "tutto in discarica" degli anni '90, all'utopia del "tutto all'incenerimento" del nuovo piano. Senza vie intermedie, senza che sia mai davvero partita una seria raccolta differenziata.
Le utopie continuano, visto che le gestioni commissariali seguitesi negli anni perseguono tutte il piano rifiuti originale, senza prendersi mai la responsabilità di operare varianti che potrebbero davvero risolvere il problema.

Si resta così confinati nella trappola di fondi che arrivano da Roma, che vengono usati a pioggia per fare spazio in discariche esaurite o per riparare impianti per CDR che non manderanno mai all'utilizzo finale il combustibile prodotto, che vengono spesi per consulenze dorate che forniranno soluzioni giuste che però non saranno applicate; con un consiglio e una giunta regionali regolarmente eletti dai cittadini, ma che in materia di rifiuti sono privati da ogni potere, accentrato dal commissariato straordinario.

Per i cittadini, la vita intera è condizionata. E' l'emergenza rifiuti che impone agli abitanti le sue condizioni. Basta pensare ai mercati ortofrutticoli. Nei cassonetti ci sono residui di verdure e frutta in avanzato stato di deterioramento, quando la raccolta non viene effettuata tutti i giorni.
La fermentazione dei rifiuti avviene così a cielo aperto, a pochi metri dalle abitazioni, con rischi igienici e sanitari elevatissimi. Cittadini che vivono nello strazio e ratti che vivono nella gioia, prolificando a dismisura in un ambiente per loro perfetto.

Non si comprende come mai in Campania non si impari dal passato. La politica regionale e nazionale si interroga, spesso in modo vano o speculativo, sul come risolvere il problema, nonostante appaia chiaro che sia il tombare i rifiuti in discarica, sia l'incenerirli, sono non solo imprese costose, ma anche accompagnate da rischi notevoli: e non solo dal punto di vista della sicurezza e della salute, ma anche da quello dell'infiltrazione camorristica negli appalti.
Eppure, in altre zone d'Italia, sono state applicate soluzioni che mandano allo smaltimento finale, discarica o inceneritore che sia, solo il 35% - 40% dei rifiuti, come avviene ad esempio nel consorzio "Priula" in provincia di Treviso, solo applicando alla lettera il decreto Ronchi. Come mai, ci si chiede, tutto ciò non si riesce ad applicare in Campania? Ci troviamo di fronte ad una mancata applicazione di un decreto convertito in legge, il cui effetto è quello di generare un'emergenza rifiuti che è una perfetta copertura e mimetizzazione per il traffico illecito di rifiuti tossici, che vede la Campania come terminale.

Nonostante il decreto Ronchi, abbia sancito l'uso delle cosiddette "quattro erre" (riduzione, riutilizzo, riciclo, recupero), in Campania si continua ad assistere a tentativi di aprire discariche che andrebbero invece bonificate, alle quali per colmo di sfacciataggine si aggiungono dichiarazioni di politici che chiedono a viva voce "termovalorizzatori subito", forse perchè poco conoscono delle tecnologie di trattamento dei rifiuti. In nessun caso si assiste a ordinanze commissariali volte a ridurre i rifiuti all'origine, a differenziare la raccolta, alla nascita di centri di riciclaggio.
Finché le "quattro erre" resteranno solo sulla carta, difficilmente la Campania supererà la sua condizione di emergenza. E i ratti prolificano, senza l'intervento risolutore da parte di un pifferaio magico. Delle “r”, l’unica in vigore resta quella dei rifiuti. La politica è impegnata altrove.

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