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    Civitavecchia, Enea, assorbimento

    Tecnologia Ocean Power Technologies

    Una nuova forma di produzione energetica del moto ondoso
    16 gennaio 2016 - Gianmarco Tedesco

    Parliamo oggi della terza tecnologia in grado di utilizzare la forza maremotrice: questa è la tecnologia Ocean Power Technologies, che in letteratura potrete trovare anche col nome di Aqua Buoy. Questa tecnologia rientra tra le tecnologie denominate Point Absorber  (vale a dire Punti di Assorbimento) dove nessuna dimensione della macchina è confrontabile con la lunghezza del fronte dell’onda marina.

    Principio di funzionamento della Tecnologia Ocean Power Technologies

    Come spiegato in didascalia, il movimento ondulatorio del moto ondoso, porta in movimento una pompa idraulica la quale comprime il fluido indirizzandolo all’interno di una turbina idraulica di tipo Pelton. Qui avviene la conversione dell’energia di pressione del fluido in energia elettrica la quale viene convogliata con cavi sottomarini ed immessa nella rete elettrica nazionale.

    In allegato troverete un interessante studio ENEA dove si dettaglia il principio di funzionamento Dispositivo PB-40 in fase di installazione

    del PB – 40 (mostrato a destra) in grado di erogare una potenza nominale di 40 kW. Considerate che questa tecnologia è stata testata a Oahu, nelle Hawaii, nel 2010, e ha funzionato per circa 4400 ore/anno.

    Ipotizzando che la macchina non eroghi sempre i 40 kW nominali, ma che ne eroghi mediamente la metà (vale a dire 20 kW), funzionando per 4400 ore, una sola macchina erogherebbe una quantità di energia annua paria a 88.000 kWh.

    Considerando, come abbiamo visto ieri, che il consumo medio pro-capite annuo è di 750 kWh (per i soli usi domestici), una sola boa garantisce il soddisfacimento energetico di 120 persone circa. Con 5 boe si riuscirebbe a garantire il soddisfacimento energetico (per usi domestici) di un quarto della popolazione della Citta Vecchia; non male direi.

    Provate a chiudere gli occhi adesso e ad immaginarvi queste 5 boe galleggianti al largo di San Vito, per esempio, che fanno su e giù consentendo alle casette della Città Vecchia di illuminarsi; romantico vero?

    A dimenticavo di dirvi una cosa, l’articolo che trovate allegato, dal quale ho estrapolato qualche informazione utile per questo mio articoletto, è preso da uno studio di fattibilità che l’Università della Tuscia (Viterbo) ha condotto per la città di Civitavecchia; distanza complessiva 60 km.

    Vi vedete il Politecnico di Bari che viene a testare nei nostri mari una tecnologia come questa? Che bussa alle porte del Comune di Taranto per chiedere le autorizzazioni necessarie per il collaudo di queste tecnologie? Non credo proprio.

    Quello che voglio dire (ed insterò molto su questo punto anche a costo di sembrare noioso)  è che il riscatto di Taranto non verrà mai da fuori, bensì potrà venire solo da dentro, da Taranto stessa. Per troppi anni abbiamo riposto speranze e fiducia in chi, fosse essa Marina Militare o Italsider, non era di Taranto ma entrava a Taranto, quasi come colonizzatore, per non andarsene mai più.

    Per troppo tempo abbiamo delegato, ecco, io vorrei una Taranto che non deleghi più. Che sia protagonista e attrice principale del suo futuro. Come fare?

    Io non vedo altra alternativa che spingere per un polo universitario tarantino, che sia in grado di fare economia attorno all’Università. Conosco il mondo universitario e posso garantire che è un’economia forte, dove Taranto riuscirebbe ad intercettare la domanda dei giovani della Calabria, della Puglia, della Basilicata e perché no anche della Campania che per andare a studiare materie come queste devono emigrare, prendere il loro zainetto e andare fuori, come ho fatto io, per esempio. Università è cultura e sapere, certo, ma sono anche affitti, sono anche locali pieni, sono Erasmus e quindi finanziamenti europei.

    Dovremo essere bravi ad intercettare questa domanda, ma per farlo dovremo remare tutti nella stessa direzione, tutti uniti, nessuno escluso.

    Allegati

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