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Il caso Posco in India

L’aumento dei costi per l’investimento iniziale, associati alla crescita globale della produzione di acciaio e al conseguente crollo dei prezzi, ha dissuaso la Posco a continuare ad insistere sul progetto di Odisha, convincendo invece il gruppo coreano a rivolgere la propria attenzione verso altre regioni ed opportunità.
3 marzo 2016 - Cinzia Marzo

IL CASO POSCO

Protesta contro la Posco

Il gruppo coreano POSCO è il sesto produttore mondiale di acciaio e, fino a qualche anno fa, vantava ambiziosi progetti di investimento in diversi paesi emergenti. Ma dal 2015, a causa di un improvviso flusso di esportazioni a basso costo provenienti dalla Cina e di una domanda mondiale in forte calo, ha dovuto ridimensionare i propri piani d’investimento ed annunciare una riduzione di circa un terzo dell’intera attività produttiva all’estero, in particolare in Asia (dove la crisi dell’acciaio ha già eroso gran parte dei profitti dell’azienda).

Oggi il gruppo è intenzionato a continuare ad investire sui mercati asiatici, in particolare in India, ma esclusivamente per fabbricare prodotti zincati e finiti, rinunciando così all’acquisizione di miniere e terreni per l’estrazione e per la lavorazione delle materie prime.

In realtà Posco ha dovuto affrontare negli ultimi dieci anni tutta una serie di ostacoli non previsti dai piani iniziali, che ne hanno determinato un radicale cambio di rotta.

Nel 2005 Posco India Private Limited, una controllata del gruppo, è stata costituita ed iscritta nel Registro delle Imprese di Odisha, in accordo con l’India’s Companies Act, in vigore dal 1956, per permettere al gruppo coreano di realizzare un impianto siderurgico integrato per la produzione di acciaio e minerali ferrosi del valore di $ 12 miliardi. 

L’impianto FINEX / BF, dunque a basso impatto ambientale, secondo le stime iniziali, avrebbe dovuto favorire, oltre alla produzione di 12 milioni di tonnellate l'anno di acciaio grezzo e di 11.28 milioni di tonnellate di acciaio finito, la crescita dell’occupazione, lo sviluppo di un’area abitativa e nuovi investimenti per la realizzazione di infrastrutture portuali, di stoccaggio e di edifici sociali adibiti alla promozione di attività ricreative.

In cambio lo Stato di Odisha, oltre a sostenere Posco nell’acquisizione di terreni, avrebbe messo a disposizione dell’azienda forniture di acqua, energia elettrica, drenaggio e varie licenze e permessi forestali, autorizzazioni ambientali e concessioni per la costruzione di vari collegamenti autostradali e ferroviari necessari allo sviluppo dell’impianto. Tutto ciò in cambio di un rapporto per la valutazione dell’impatto ambientale (VIA) e di un piano dettagliato di gestione del territorio (EMP).

 Nel 2006 il parlamento indiano ha approvato una legge per i diritti forestali, che ha concesso alle comunità residenti lo sfruttamento, entro certi limiti, delle risorse boschive, ma che è stata duramente osteggiata dagli ambientalisti, convinti che non tutelasse a sufficienza la fauna selvatica dalla presenza umana. Questa legge, entrata in vigore nel 2007, è stata applicata retroattivamente anche all’accordo tra Posco India e lo stato di Odisha.

L’8 agosto 2008 la Corte Suprema ha emesso inoltre una sentenza, a favore dello stato di Odisha, Giurisprudenza IA il numero 2134 del 2007, titolo T.N. Godavaraman Thirumulpad vs Union of India, attraverso cui ha appoggiato tacitamente l’accordo tra lo Stato e Posco, definendolo un “mezzo” per garantire lo sviluppo del territorio. Ma ad una condizione: il rispetto e la tutala dell’ambiente.

Infatti la sentenza non ha autorizzato l’azienda, come previsto inizialmente dal memorandum Odisha/Posco, a sfruttare subito ed autonomamente le risorse minerarie e i terreni. In seguito la Corte ha incaricato il Ministero dell'Ambiente e delle Foreste (MoEF) a riaprire ed esaminare il caso, per concedere, ove lecito, l'approvazione del testo del 2005 nei termini della legge.

Una commissione di diciannove esperti ha dunque visitato il sito, incontrando e raccogliendo pareri di ambientalisti, ecologisti, attivisti sociali, agricoltori, e famiglie e dopo due anni e mezzo ha denunciato il governo locale per violazione della Legge dei diritti delle foreste e chiesto a Posco India di bloccare tutti i lavori in corso nell’area. 

Nel 2010 il Governo indiano ha quindi nominato un comitato, il Meena Gupta, con lo scopo di condurre un'ulteriore ed intensiva indagine. Il risultato è stato un rapporto che ha sottolineato l’importanza e la necessità di tutelare lo status delle tribù locali di agricoltori e pescatori, necessarie per il mantenimento delle peculiarità del territorio e della macchia forestale.

Meena Gupta ha inoltre affermato che inizialmente tutti gli otto villaggi coinvolti si erano opposti alla costruzione dell’impianto. Quando però il  Governo di Odisha li ha rassicurati promettendo che i terreni non sarebbero stati acquistati dai privati ma dallo Stato stesso, e che tutti gli abitanti avrebbero usufruito di un pacchetto di compensazioni e nuovi posti di lavoro, sette villaggi hanno mostrato una nuova apertura al dialogo, tranne il Dhinkia, che ha resistito, opponendovisi fermamente e costruendo delle barricate per impedire l’ingresso ai funzionari governativi e ai rappresentanti di Posco (tre dei quali sono stati sequestrati e tenuti in ostaggio per diversi giorni). 

Ma ciò che ha irrigidito ulteriormente i membri del comitato è stata l’assenza di un’analisi dettagliata sull’impatto ambientale che POSCO avrebbe dovuto allegare al  progetto iniziale, ma che invece ha presentato solo due anni dopo, senza considerare i nullaosta concessi alla società già a partire dal 2005.

Contemporaneamente, per smorzare le critiche, il Consiglio Nazionale indiano di Ricerca Economica Applicata ha completato e pubblicato la sua relazione sui costi e benefici sociali del progetto Posco India. Il rapporto, diversamente da quanto affermato dalla commissione, sosteneva la tesi che l’estrazione di minerali di ferro e la produzione di acciaio a livello locale, nello stato di Odisha, fossero la migliore opzione possibile per l'India. Oltre a ridurre infatti i costi per l’importazione delle materie prime avrebbero permesso, mediante il FINEX, processo per limitare l’impatto ambientale, di abbassare le soglie di inquinamento atmosferico nel paese (rispetto agli impianti siderurgici tradizionali).   

Peccato  che l’analisi anche in questo caso si fosse basata esclusivamente su dati nominali del 2007, assumendo i prezzi dell'acciaio costanti a $ 450 per tonnellata fino al 2040, e ignorando pertanto l'effetto dell'inflazione sull’economia indiana (per fare un esempio, solo nel 2011 i prezzi dell'acciaio del carbone tra gennaio e luglio 2011 oscillavano già tra $ 815 e $ 910/ tonnellata) e che i benefici ambientali fossero solo relativi all’aria e non allo sfruttamento brutale dei terreni agricoli demaniali per la costruzione di infrastrutture ed impianti. 

Nell'ottobre 2010, Posco India, per difendere la propria posizione, visto anche il progressivo calo delle azioni della società in borsa, ha dunque emesso un comunicato stampa, dichiarando di avere sempre rispettato procedure e standard ambientali indiani e di non avere mai usufruito dei favori dello Stato di Odisha.

In realtà, grazie anche al movimento del piccolo villaggio di Dhinkia e all’impegno di attivisti di diversi gruppi politici, ambientalisti e tribù locali, l’opinione pubblica indiana ha mantenuto negli anni molto alta l’attenzione sul caso.

Così nel 2011 il Ministero dell’Ambiente, dichiarando scaduto il Memorandum del 2005, ha apportato 60 emendamenti al documento iniziale, obbligando il governo di Odisha a bloccare l'acquisizione di terreni per l'impianto di Posco a Dhinkia e di tutti gli altri beni fino a nuova sentenza. Allo stesso tempo, forse per mettere a tacere gli ultimi gruppi ribelli, Abhay Sahu, il leader del movimento anti-Posco di Odisha e membro del Partito comunista indiano, è stato arrestato con una serie di accuse penali a suo carico (alcune poco chiare, come quella per l’omicidio di una donna).

Oggi, a distanza di più di dieci anni, su 4000 acri previsti dal Memorandum iniziale, POSCO ne possiede ancora solo 600. Una legge mineraria emanata nel marzo 2015 dal parlamento indiano ha infatti imposto all’azienda di partecipare ad un’asta pubblica per ottenere la licenza mineraria, a differenza di quanto promesso inizialmente dal governo di Odisha (cioè una concessione gratuita). L’aumento dei costi per l’investimento iniziale, associati alla crescita globale della produzione di acciaio e al conseguente crollo dei prezzi, ha quindi dissuaso la Posco a continuare ad insistere sul progetto di Odisha, convincendo invece il gruppo coreano a rivolgere la propria attenzione verso altre regioni ed opportunità.

Nel 2015 Posco ha infatti avviato una collaborazione con il colosso indiano Uttam Galva nel distretto Sindhudurg del Maharashtra, progetto seguito alla costruzione nel Mangaon di un laminatoio a freddo di nuova generazione. La joint-venture, con headquarter a Satarda, città confinante con Goa, ricca di minerale di ferro, permetterà a Uttam Galva, con la collaborazione di Posco, di triplicare entro il 2019 la propria produzione e di aprirsi a nuovi mercati attraverso prodotti di ottima qualità a prezzi competitivi (almeno questo è il parere di Ankit Miglani, vice amministratore delegato di uttam Galva), mentre offrirà a Posco l’occasione di aggirare finalmente l’ostacolo delle aste pubbliche per ottenere concessioni minerarie.

I due partner commerciali sfruttano già dal 2015 a Wardha 0.5 milioni di tonnellate di ghisa.

 

Bibliografia:

The Wall Street Journal; Reuters; The Times of India; The Hindu; The Economic Times

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