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Il terrorismo, i potenti del mondo, l'Europa

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8 luglio 2005 - Nadia Redoglia

Scene apocalittiche. Uomini e donne che corrono disperati, sangue, lacrime, orrore. I media mandano in onda montaggi di filmati sempre uguali o poco modificati con la/le stesse facce. Sono quelle di chi si regge in piedi e può parlare. Le altre appartengono ai feriti gravi e ai corpi dei morti. Per questi non c’è clamore, ma solo il silenzio di chi sta loro accanto, che per il momento poco o nulla si cura di conoscere il chi, il perché, il cosa: ha solo negli occhi il “dove”, il quando e forse il “come” e prega perché colui/colei che assiste non muoia o prega per non morire egli/ella stesso per il dolore che sente accarezzando il corpo dell’amato che non è più. Intanto, fuori dalle mura dei reparti ospedalieri o di camere ardenti, si susseguono i rosari delle immagini e delle parole. Immagini e parole che entrano senza chiedere permesso nelle nostre menti, diventate forzate discenti di un docente chiamato terrorismo. L’11 settembre 2001 fu il nostro primo giorno di scuola. Da allora abbiamo subito quotidiane giornate di lezione, senza mai andare in vacanza. Una lezione tremenda avvenne l’11 marzo del 2004: Madrid, 199 morti, circa 1500 feriti.Lo stordimento non ci fa più ricordare come si arrivò allora a nominare Al Qaeda, Bin Laden.Ricordiamo solo che ci vollero alcuni giorni prima di sentenziare che ancora una volta il terrorismo islamico aveva colpito, e per la prima volta, in modo feroce, in Europa. Il 7 luglio 2005, poco dopo le 10, le prime ansa riportavano l'iniziale deflagrazione nella City, nella metropolitana tra Aldgate e Liverpool street. Nel frattempo altre esplosioni, fino a contarne sei, dilaniavano, oltre che metropolitane anche autobus a due piani. La tarda mattinata pronunciava il primo verdetto: morti che via via aumentavano, centinaia di feriti, molti gravissimi, terrorismo, kamikaze, Al Qaeda, Bin Laden. Un susseguirsi di notizie in edizioni straordinarie torturavano incessantemente la nostra memoria, con immagini e parole tratte direttamente dalla cronaca del september eleven.

Qualche mese fa, atterrai per un banale scalo tecnico a Miami. Di norma per rifornire di carburante i velivoli si staziona in un limbo aeroportuale. In quel caso dovemmo compilare schede d’immigrazione, presentare passaporti ( chi non aveva dimestichezza con l’inglese fu costretto a rifare decine di volte le schede) sottostare a metal detector, percorrere un tragitto di 50 metri per tornare dopo 3 ore di “manovre” nello stesso punto in cui ci fecero scendere. Interpellai arrabbiata e stufa di questa pantomima, più di un addetto degli innumerevoli security. Non uno mi rispose con una frase completa. Ottenni da costoro solo un monotono binomio “Bin Laden” Sconsolata pensai alle migliaia di security impegnati in queste grottesche performance, a danni di innocui vacanzieri, mentre le altri parti del mondo forse rimanevano sguarnite di vitale protezione….

Soffermiamoci per un momento a Gleneagles, in Scozia. Nuovo teatro dei Grandi Otto.Siamo nelle loro mani o per meglio dire nelle mani di chi, tra loro, ha più changes di potere. Cosa si sta effettivamente decidendo non è proprio così chiaro o per lo meno non da concretezze. La tragedia londinese ha congelato le decisioni, ma abbiamo saputo fin da subito che agli States poco cale del protocollo di Kioto. Misure concrete difficilmente appariranno. A Bush preme freneticamente la lotta al terrorismo chiamata con una serie di “Missioni di…” sostantivi da lui coniati. Non è chi non veda che, a qualche rappresentante, queste “missioni di…” cominciano a pesare, comincia a essere difficile rispondere a domande, sempre più pressanti, poste dai popoli della terra, non necessariamente noglobal. Il recente Live 8 in qualche modo l’ha dimostrato. Africa si, ma anche l’orrore per gli “altri” morti usati come cavie per sperimentare il farmaco del “potere”. Anche l’Europa comincia a valutare la possibilità che la terminologia antiterroristica statunitense stia diventando almeno “obsoleta”. Stiamo in Italia: il nostro Calipari, Guantanamo, la decisione di un magistrato italiano di arrestare 13 agenti CIA responsabili di aver sequestrato un sospetto terrorista e altri casi sparsi per l’Europa, la dicono lunga. I provvedimenti straordinari (extraordinary rendition) adottati dagli States dopo l’11 settembre, volti a prelevare, rapire, i sospettati di atti terroristici da paesi stranieri per trasferirli in Stati terzi, conosciuti per lo più per le loro pratiche di tortura, stanno diventando un fardello sempre più pesante da supportare.

E veniamo a un altro summit, quello di Bruxelles., giornata dedicata al bilancio. Protagonista Tony Blair: dal primo luglio è il nuovo presidente semestrale della UE. La sua prima frase “..sono sempre stato un europeista appassionato..”. Il suo obiettivo: la modernizzazione dell’Unione. “…credo nell’Europa come progetto politico, non accetterei mai un’Europa che fosse solo un mercato economico…” Ma tutti noi europei (perché europeisti non sappiamo cosa… significhi. Forse equivoco europeo?) abbiamo assistito a un Blair che si è rifiutato di “ritoccare” il rimborso per le politiche agricole che la Gran Bretagna ottiene dalla UE fin dal 1984 (quest’anno si aggira intorno ai 5,3 miliardi di Euro…). Niente sconti, l’Europa glieli deve versare. Il presidente lussemburghese uscente Junker ha dichiarato di provare “vergogna” quando i dieci Paesi entrati nel maggio del 2004, i parenti poveri, hanno, nel commovente intento di salvare l’accordo, offerto di sacrificare parte delle loro risorse economiche: ci torna alla mente l’evangelico “obolo della vedova”… Non sappiamo cosa significhi dunque essere “appassionati europeisti”, ma ora sappiamo cosa potrebbe significare “egoisti europeisti”. Junker, con l’ironia che lo distingue, ha dichiarato che a Washington spiegherà al presidente americano “il vigore e la forza” dell’Europa. Certo, noi si continua a dover rendere conto agli States del perché ci siamo e vogliamo esserci. Ma perché, il rendiconto ci appare come atto di sudditanza, piuttosto che rapporto informativo in virtù di doverosa sinergia tra terre potenti che operano per i più deboli, che potenti non sono e dunque subiscono? L’Unione Europea non dovrebbe essere, e come posizione economica e come posizione logistica il miglior “cuscinetto” tra l’est e l’ovest del pianeta? Probabilmente qualche tempo fa terre non appartenenti all’est e all’ovest del pianeta ci speravano, ma, alla luce dei fatti ora potrebbe sembrare loro che l’Europa sia diventata… l’isola che non c’è.
Ci inchiniamo avanti a voi, uomini e donne in Londra che avete patito l’ennesimo “esperimento” del terrorismo. Ancora una volta, probabilmente non l’ultima, non abbiamo saputo proteggervi.

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