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    Taccuinaggio abusivo

    Sembrava un processo come mille altri, anzi - direbbero al bar sport - "troppe se ne vedono di peggio, signora mia". Invece Antonella Serafini, giornalista militante, è indagata per interruzione di pubblico servizio.
    Rea di aver preso appunti durante un'udienza processuale, cosa che il Pubblico Ministero sembra non aver gradito.
    Giacomo Alessandroni19 aprile 2006 - Giacomo Alessandroni

    Taccuino D: Apprendo dalla stampa[1] che ti è arrivato un avviso di garanzia, puoi confermarci questa notizia?

    R: Vero. Anche io sono cascata dalle nuvole, ma è tutto vero.
    Le indagini preliminari si sono concluse già dallo scorso novembre. È stato
    stabilito che non era possibile archiviare il tutto. Praticamente ho letto che io avrei animatamente discusso con il Pubblico Ministero [niente di più falso e ho testimoni che possono provarlo, ma se ne parlerà nelle sedi competenti] e che avrei preteso di filmare l'udienza. Questo lo ritengo un insulto alla mia professionalità, non sono un giurista ma conosco le leggi a riguardo, non ho fatto richiesta al Presidente del Tribunale per fare un filmato, perché non mi interessa fare un filmato per un'udienza tenuta da un Giudice di Pace. Processo per ingiuria, poi, neanche per omicidio preterintenzionale.
    Io in realtà avevo con me una telecamera per fare un servizio su un parroco di quella zona che si rifiutava - e si rifiuta tuttora - di battezzare un bambino perché i suoi genitori non vanno d'accordo con la famiglia. Questo il motivo della mia telecamera dietro. E non mi sentivo di lasciarla in macchina, perché ha un alto valore economico, e mi serve per i servizi che faccio per arcoiris.tv.
    Comunque la telecamera incriminata è rimasta praticamente per tutto il tempo fuori dall'aula, affidata ad un amico. E avrei anche causato la sospensione della seduta a causa del mio indecoroso comportamento. Che questo sia falso lo posso dimostrare dal verbale d'udienza, in cui non risulta affatto una sospensione, semplicemente perché non c'è mai stata.

    D: Se ho ben capito, ci stai dicendo che i fatti su cui si baserebbe l'impianto accusatorio, non risultano dal verbale d'udienza?

    R: Proprio così.
    Non c'è niente sui verbali.

    D: È questo processo che ti interessa particolarmente, o la cronaca giudiziaria in genere?

    R: Beh, questa è una causa che ho "sposato" dopo aver ricevuto una richiesta di aiuto.
    Chiunque - credo - quando vede una persona pestata a sangue, presta soccorso. Non è solo un modo di dire. La persona che mi ha chiesto di essere presente in aula, tra i tanti abusi e prepotenze ha subìto anche questo. Il mio interesse per i fatti di cronaca giudiziaria nascono dal caso famoso delle antenne di Radio Vaticana contro gli abitanti di Cesano. Ho seguito le udienze, ho visto i fatti svolgersi in un certo modo, le prove andare in una certa direzione, con un epilogo completamente stravolto. Mi sono chiesta dove hanno gli occhi i giudici, talvolta. Ho cominciato a chiedermi se le sentenze non fossero stabilite prima del processo. Di solito no, ma in alcuni casi il marcio sta proprio lì, nei tribunali.
    Il lavoro di anni e anni di un onesto giudice o di un onesto Pubblico Ministero mandato al macero per una cerchia di persone che in realtà non fanno il loro lavoro, ma abusano del loro potere. Dando la voce a quello che chiamo "il popolo dei diseredati", ho notato che le peggiori ingiustizie non vengono perpetrate da uomo a uomo, ma da tribunale a uomo. Casi in cui poliziotti vengono messi fuori servizio perché hanno fatto inchieste scomode, casi di mobbing all'interno delle caserme. Insomma, se metti la coppola e baci le mani hai un potere mafioso, se metti una toga impropriamente, a volte hai un abuso di potere mafioso, ma hai l'autorità per farlo.
    Io, per il rispetto che ho verso le cariche istituzionali, chiederei proprio a loro, i pochi seri, di denunciare i colleghi che usano impropriamente e indegnamente una divisa, una toga, un titolo e così via. Ne va della reputazione di tutti. Così - ad esempio - come non dirò mai che D'Alema è un "compagno". Perché le persone non sono quello che dicono di essere a seconda di che divisa indossano. Puoi essere un disoccupato e fare battaglie alla pari di Borsellino.

    D:Tornando all'udienza incriminata, ci spieghi un po' come si sono svolti i fatti?

    R: Allora, l'udienza è una delle tante riguardanti il caso di Alessandra Marsili. Dopo aver vistoxche che la parte offesa, cioè Alessandra, non era venuta sola, ma con un gruppo di persone per vedere lo svolgimento del processo, la controparte ha cominciato a diventare un po' - diciamo così - insofferente a tutto, anche ai movimenti di chi era in aula ad ascoltare, tanto che al movimento di una mia amica che metteva a posto l'accendino, ha quasi urlato "signor giudice, la signora qui dietro sta registrando".
    Con tutta la calma che non le riconoscevo, Lacryma, una ragazza presente in aula con me, ha consegnato la giacca per far vedere che non aveva nulla di strano e illegale, addosso. Fu proposto un break dopo il lunghissimo interrogatorio alla parte offesa. Intervallo che in realtà doveva servire per una conciliazione tra le parti.
    Io e Lacryma quindi siamo uscite e siamo andate a curiosare sui cartelli appesi fuori per avere dati utili per un articolo. Dati utili come "nome dell'avvocato, nome degli imputati, nome del giudice, nome del Pubblico Ministero...", solo che non c'era il nome del Pubblico Ministero affisso fuori, quindi sono andata in cancelleria a chiederlo. Lì mi hanno detto che non possono dirmelo (strano, se è Pubblico Ministero) ma che se l'avessi chiesto direttamente sicuramente l'avrebbe detto.
    E adesso arriva il bello: quando ho chiesto al Pubblico Ministero il suo nome, mi ha subito intimato di dare le mie generalità e di consegnare la tessera da giornalista, perché mi aveva visto prendere appunti. Chiesi così al giudice se fossi accusata di qualcosa. Il giudice di pace non ha detto nulla, ha solo riso. Il Pubblico Ministero ha detto che se non avessi dato le mie generalità avrebbe chiamato i Carabinieri e ha chiesto che la seconda parte dell'udienza fosse svolta a porte chiuse. Dissi che li avrei chiamati io i Carabinieri se non l'avessero fatto loro, perché non mi sembrava di aver fatto nulla. Voglio dire... prendere appunti se non sei giornalista è reato? Comunque uscii all'aula, perché la legge la rispetto, io.
    Dopo un po' riprese l'udienza, e arrivarono anche i Carabinieri, che mi chiesero cosa era successo. Spiegai loro il fatto, e verbalizzarono anche qualche mia protesta, non ricordo se mi lamentai del taccuinaggio abusivo o del processo a porte chiuse, ma qualcosa scrissero. Basta rivedere i verbali dei Carabinieri, insomma, non è che ci voglia tanto a sapere come si svolsero le cose.

    D: Tento un riassunto: sei stata accusata di aver causato la sospensione di un'udienza in tribunale, ma a dir tuo e dei verbali quell'udienza non è stata mai sospesa (a quanto dici nel verbale non risulterebbe nulla), sei stata accusata di aver preteso di effettuare registrazioni audiovisive durante la stessa udienza, ma la tua telecamera era spenta ed è rimasta praticamente tutto il tempo dell'udienza fuori dall'aula, affidata alle mani di un amico. Hai testimoni e verbali a tuo favore.
    È esatto?

    R: Esatto.

    D: Abbiamo dimenticato qualcosa?

    R: Sì. L'udienza successiva, dopo aver visto come funziona in quell'ambiente, sono andata preventivamente alla stazione dei Carabinieri di Pianella [la città dove si è svolto il fatto], per chiedere preventivamente il loro intervento, in modo da evitare ulteriori abusi di potere. Non avevano al momento la pattuglia pronta, quindi mi dissero che sarebbero arrivati più tardi. Lasciai il mio numero per sicurezza, e mi chiamarono dopo poco tempo per dirmi che stavano arrivando. Quindi anche i tabulati telefonici dal mio telefono al 112, e dalla caserma al mio, ci sono.
    Voglio dire solo una cosa. Lasciare sola una persona che chiede aiuto [non io, naturalmente] è una cosa abominevole. Io credo che un serio giornalismo di cronaca giudiziaria venisse svolto in tutti i tribunali come ordinaria amministrazione, e se ci fosse il rischio di vedersi pubblicare su un quotidiano con nome e cognome di chi ha fatto un abuso di potere, potremmo aspettarci una giustizia giusta. Anche per rispetto a tutti quelli che hanno subìto un processo e si sono visti commentare tutto da giornalisti che spesso non erano presenti in aula, come Bolzoni nel caso del processo al capitano Ultimo. Io c'ero, a Rebibbia, lui no. Lui ha infangato, io no.
    Questo è quanto. Ora mi aspetto che si faccia giustizia. E mi aspetto trasparenza su questo caso.

    Note:


    [1] Catena di SanLibero n. 329; 11 aprile 2006; rivista curata da Riccardo Orioles e diffusa tramite posta elettronica. Stando alle informazioni reperibili su Google una ricerca completa con chiave "Alessandra Marsili" restituisce venti pagine: sette sono copie del notiziario sovrastante, cinque provengono da Censurati [il notiziario curato da Antonella Serafini], una una replica di una pagina tratta da Censurati; una pagina viene da www.lenchieste.com, di Carlo Ruta, le restanti sono relative a casi di omonimia.
    Nessun'altra fonte di informazione - al momento in cui scrivo - è stata censita dal più potente motore di ricerca mondiale.

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