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Perché diciamo fermiamo Israele

27 luglio 2006 - Francesca Ciarallo

Gaza strip, ma non fa ridere Egregio direttore,
mi permetto di fare alcuni rilievi, a nome di tutta la redazione di PeaceLink, in merito alla "lettera ad Israele" comparsa ieri sul suo quotidiano, l’Unità.
Siamo sicuri che converrà con noi nella premessa che l’informazione oggi è una delle più potenti armi al servizio della guerra (o – vogliamo sperarlo – della pace), ed, ammettendo l’impossibilità di essere obiettivi, ci aspettiamo che sia perlomeno onesta e trasparente.

Lei scrive che arrivano al suo giornale "delle dichiarazioni dure, esplicite e ostili verso Israele con espressioni che non cercano e non conoscono limiti alla condanna. È una condanna che cerca ragioni nel passato, che vede "l´occupazione" come il male, facendo intravedere la vera interpretazione della parola occupazione, cioè tutta Israele". Definisce queste dichiarazioni "l’altro giornale" (l’altra Unità).

Il primo rilievo è che ci sembra molto strano che non esista una terza Unità. Ovvero quella delle persone come me, noi – e le assicuro che sono tante – che sono stanche di essere assimilate a coloro che si scagliano contro lo stato d’Israele e il suo passato, perché condanniamo con forza e dolore un fatto - un male - , l’occupazione militare dei Territori Palestinesi. Persone come noi che d’altra parte si ribellano quando sentono utilizzare per lo stato d’Israele il termine nazista.
Persone come noi che cercano di esprimersi sentendo il dovere di essere chiare. Ad esempio il muro, all’ombra del quale alcuni di noi hanno trascorso, da occidentali che tutto sommato vivono bene, qualche tempo (sia da un lato che dall’altro) e che lei sostiene: "è malevolmente detto dell’apartheid".
Molte famiglie palestinesi dopo la costruzione del muro sono impossibilitate ad incontrarsi, genitori non possono più vedere figli, nonni non possono conoscere nipoti. Gli spostamenti all’interno dei Territori Occupati, già in precedenza – ci permetta la licenza di un eufemismo – difficili, sono in molti casi resi impossibili. E voglio ripetere "all’interno dei Territori Occupati". Tanti lavoratori a causa della costruzione del muro non possono più raggiungere il posto di lavoro. Contadini divisi dalle loro terre, che fino a ieri coltivavano ed erano l’unica fonte di sostentamento per numerose famiglie.
La maggior parte delle sorgenti d’acqua della Cisgiordania sono oggi in territorio israeliano (di tutte questi affermazioni posso presentare studi e ricerche dettagliate, comprendendo che di molte cose non è sufficiente essere testimoni oculari).
Certo, il muro rende difficile anche il passaggio dei terroristi dai Territori ad Israele. Allora le faccio una domanda: lei crede davvero che qualcuno disposto a farsi scoppiare tra i civili israeliani, spalleggiato in questo da un’organizzazione strutturata, non trovi il modo di oltrepassare questo muro? Il modo però non possono trovarlo migliaia di palestinesi onesti che vorrebbero solo andare a lavorare.
Questo io lo definisco apartheid, e non malevolmente.
Lei invece lo definisce "barriera antistrage" e dice "Benché si sia detto e ripetuto che è una barriera provvisoria e non un confine. Benché la Corte suprema di Gerusalemme abbia ingiunto il cambiamento o lo spostamento della barriera antistrage."
Che sia o meno un confine definitivo sarà la storia a dircelo, e sicuramente su questo abbiamo idee diverse. Ma quando cita la sentenza della Corte suprema israeliana in questo modo... beh, dà un’informazione a dir poco incompleta. Riporto qui parte del testo della motivazione della Corte:
"Le offese (del Muro) non sono proporzionate. Possono essere sostanzialmente diminuite con un percorso alternativo. Il percorso attuale rompe il delicato equilibrio fra l’obbligo dei militari di salvaguardare la sicurezza e l’obbligo di provvedere ai bisogni della popolazione locale. Il percorso stabilito dal comando militare ferisce in modo severo e duro gli abitanti del posto e viola i loro diritti". Questa sentenza di riferisce ad un’area (Modiin) alla periferia nord-ovest di Gerusalemme e ad un tracciato di 30 Km. La lunghezza del muro è attualmente stimata in 750 km (i confini tra Israele e Cisgiordania sono meno della metà). In alcuni punti è costruito anche di 6 km all’interno del confine assegnato ai palestinesi dalle risoluzioni Onu, e ingloba diversi insediamenti illegalmente impiantati sul territorio palestinese dal governo israeliano. Ma tutto questo, sono sicura, lei lo sa già.

Dice ancora "agli ebrei nei secoli è sempre stata addossata la colpa". Ma di che sta parlando? Quale colpa? Io magari sono stupida, ma davvero non capisco. Le racconto un episodio. Una volta un soldato israeliano nel controllare i miei documenti al check point di Qalandia, sulla strada da Gerusalemme est a Ramallah, e non sono in grado di dirle quanti check point ci sono all’interno dei Territori Occupati, tempo fa tra fissi e mobili se ne calcolavano circa 700, ma se ne perde il conto..., dicevo il soldato stava controllando il mio passaporto. Lo guarda, e vede che sono italiana. Invece della solita battuta – sa, questi ragazzi sono 20-30enni - del tipo Juve Milan o pizza e maccheroni, mi sento dire "ah, italiana. Sempre a favore dei palestinesi, voi. Voi europei ci avete sterminati tutti. Io vi farei fare la stessa fine dei palestinesi". Ero allibita. Mi sono sentita in dovere di spiegargli con gentilezza che io all’epoca dell’Olocausto non ero neppure nata e che, probabilmente, se ci fossi stata, con la fortuna di avere il tipo di sensibilità che ho oggi, la mia scelta sarebbe stata la stessa di oggi. Una scelta di condivisione, solidarietà, denuncia. Solo che al posto dei palestinesi ci sarebbero stati gli ebrei.
Questi discorsi potrebbero continuare all’infinito. Ma anche cadere nella logica del torto e delle ragioni, della necessaria risposta... forse è solo un esercizio di retorica.

Voglio dire ancora qualcosa.
Sono italiana e sono una persona fortunata.
Ho passato diverse notti, in case palestinesi, nel sud della Striscia di Gaza, mentre fuori gli elicotteri Apache e gli F16 lanciavano missili. Il mio pensiero era, sempre, "io domani parto, che diavolo ci sto a fare qui? Non è la mia causa. Ho una famiglia, una casa, persone che mi amano al mio paese. Ti prego Signore fammi arrivare a domattina così parto, torno a casa". La paura paralizza i muscoli, le viscere, non c’è più lucidità.
Poi arrivava l’alba, il sole, la capacità di tranquillizzarsi. E la decisione di rimanere.
Il perché non lo so. Forse i racconti di mia nonna, delle brutalità subite dai fascisti – e in seguito dagli alleati – in un piccolo paesino del sud Italia nella seconda guerra mondiale. Forse il ricordo trasmesso nelle memorie di famiglia di una prozia ebrea finita in un campo di concentramento. Forse un nonno ucciso al fronte. O ancora la fortuna di aver incontrato nella vita tante persone belle, che credono nella pace, nella lotta nonviolenta, nella giustizia.
Ancora oggi mi chiedo spesso il senso della mia presenza lì. Soprattutto quando mi monta dentro una rabbia infinita, nel vedere come i giornali del mio paese democratico raccontino bugie e millantino, nel vedere come ce ne sbattiamo di cercare la verità, e la giustizia.
Nel vedere come devo sempre avere questa necessità di difendermi perché accusata di essere filopalestinese.
Nel vedere come vengono usate, strumentalizzate, chiacchierate le parole a vantaggio del noi o del loro. Ma la violenza, la guerra, le bombe, non sono una questione di parole. Sono volti, quotidianità violate, figli persi, vita che non è vita.
Che bello parlare, dalle nostre comode postazioni ai computer nelle nostre comode case, vero? E’ quello che sto facendo anche io ora, forse per sfogo, forse per impotenza.
Ma non accetto che mi si dica che sono antiisraeliana, o peggio antisemita. Non accetto che si cerchi di azzittirmi in questo modo. E non mi sento a questo di dover rispondere.
E allora voglio con le parole essere chiara, urlarlo: alcune persone in Israele stanno commettendo dei gravissimi crimini contro l’umanità, e i governi occidentali sono complici.
Crimini immondi contro i civili palestinesi.
Crimini contro i civili israeliani, contro la loro infanzia, i loro stessi figli.
E, queste persone in Israele hanno ruoli legittimati, riconosciuti, istituzionali.
Non ho altro da dire. Come vede caro direttore esiste anche una terza parte che non vuole essere omologata, che si indigna di fronte a una delle più grandi tragedie dei nostri tempi: l’occupazione militare dei territori palestinesi che dura da quarant’anni.
Quarant’anni di vita impossibile – ragazzi che non conoscono altra realtà.
E, per chiarezza, una cosa voglio ancora dirla: in Israele si vive male, malissimo, gli attentati sono una realtà, a prendere l’autobus io neppure ci penso. Nei Territori, semplicemente, si sopravvive. Lo dico solo per amore di chiarezza, non per riportare il discorso al noi e al loro.

Voglio concludere con citazioni di alcuni scritti, di miei amici.
Come me, anche loro, sono gli "altri", quelli che sui nostri media difficilmente hanno voce, e quelli che non ci stanno più a farsi ridicolizzare e strumentalizzare.

"L’occupazione israeliana ha portato con sé delle gravi ingiustizie a danno dei palestinesi. E’ una forma di terrore che si nasconde dietro la foglia di fico della sicurezza, una menzogna bella e buona. L’occupazione sta spingendo i palestinesi alla disperazione, e, si sa, i popoli disperati si affidano a soluzioni disperate, come quella di mandare gli attentatori suicidi a uccidere gli occupanti israeliani. Mio figlio è stato ucciso dai palestinesi, il mio dolce Arik che non aveva neppure 20 anni. Nessun atto di forza può essere condonato, nessuna vita spezzata può essere giustificata. Ma se crediamo nella vita abbiamo una scelta obbligata: capire le ragioni del popolo palestinese. Non sono guidati dall’odio verso gli ebrei o gli israeliani, ma solo dall’odio verso la potenza militare che occupa la loro terra. Mi mortifica ammetterlo ma hanno ragione. Al loro posto anche io sarei diventato un combattente per la libertà"
Ytzhak Frankenthal, padre di Arik, 19 anni assassinato da Hamas.

"In questo inferno non restiamo che noi, le vittime delle due parti che cercano di arrestare questa follia. Noi siamo i soli che cercano di salvare questi bambini dalla loro terribile sorte di carnefici e vittime, che cercano di spiegare ai giovani israeliani idealisti che servire il loro Paese non vuol dire obbedire come dei robot agli ordini mortiferi, che cercano di convincere i bambini palestinesi che il loro popolo ha bisogno di loro vivi e non morti. Noi siamo i soli a gridare alle orecchie del mondo intero che per i nostri bambini morti non c’è differenza tra ciò che il mondo chiama terrorismo e ciò che chiama guerra contro il terrorismo. Per la mia piccola figlia che è morta a Gerusalemme perché era israeliana e per i piccoli bambini che muoiono a Gaza e a Jenin e a Ramallah perché essi sono palestinesi, questa differenza non esiste più. Perché l’uno e l’altro, il terrore e il controterrore, significano la morte impietosa degli innocenti. Perché in effetti non esistono delle uccisioni civilizzate di innocenti e delle uccisioni barbare degli innocenti. Non esiste che l’uccisione criminale degli innocenti.
Non c’è nessuna parola che sia così carica di senso, ideologica e emozionale come la parola NOI. E’ tempo ora di ripensare questa parola, di ridefinire il nostro noi. Noi, le vittime del terrorismo e della guerra contro il terrorismo, noi a cui la morte dei nostri bambini ha dato una nuova voce, noi l’abbiamo già fatto."

Nurit Peled-Elhanan, madre di Smadar, 13 anni, assassinata in un attentato kamikaze a Gerusalemme.

"Sai qual’è davvero il nostro dramma? Siamo le vittime delle vittime. E l’essere sempre nel posto sbagliato, come diceva Edward Said. E alla fine sai chi è nel ghetto, mia cara, i palestinesi, certo, ma anche gli israeliani. Siamo nel ghetto entrambi."
Da una mail di Husam psicologo, che lavora a Gaza per il recupero della salute mentale dei bambini traumatizzati (il 97% dei minori della Striscia.)

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