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Da Hiroshima a Beirut

Francesco Iannuzzelli6 agosto 2006 - Francesco Iannuzzelli

Bambini palestinesi di Jabalia che ricordano Hiroshima - Foto di Patrizia Viglino Mentre le lanterne galleggianti si allontanano sul Motoyasu-gawa e' impossibile non pensare, con una stretta al cuore, a chi 61 anni fa cercava proprio in questo fiume la salvezza da un inferno mai visto prima sulla faccia della Terra.
Poco piu' in la' dei monaci buddisti recitano un mantra di fronte al monticello che contiene le ceneri dei 70.000 morti non identificati.
Migliaia di persone sfilano nella semioscurita': fa impressione osservare cosi' tanta gente in un silenzio cosi' avvolgente.

Credo che a Hiroshima il 6 agosto bisogna venirci almeno una volta nella vita, come fosse un pellegrinaggio: per portare rispetto alle vittime, per immergersi con umilta' nei dettagli di una tragedia troppo poco raccontata e che i sopravvissuti hanno ricostruito e documentato con meticolosa attenzione. E soprattutto per scoprire quanto tutto questo non sia solo un esercizio di memoria storica, ma un messaggio di tremenda attualita'.

La minacca atomica non e' certo scomparsa; piu' di 30.000 testate nucleari sono ancora sparse sul pianeta e i loro detentori si guardano bene dal disarmarle. Due volte le bombe atomiche sono state sganciate sulla popolazione civile di un paese, ma quante altre volte sono state usate, come una pistola puntata alla tempia del mondo. Ricatti economici e diplomatici sono stati compiuti con questa minaccia ben presente sul tavolo, e tuttora il suo peso agghiacciante continua a influenzare le relazioni tra le nazioni.
Il club atomico detta, nel nome della violenza, le regole alle altre nazioni del mondo, ben consapevole di poter fruire di questo strumento di sterminio; gli altri subiscono o, peggio, cercano di entrare anche loro nell'elite nucleare.
Del "club" si puo' far parte in vari modi: c'e' chi comanda, chi porta le borse, chi ammicca e chi corteggia.
E' importante sottolineare che, dal punto di vista del diritto internazionale, la responsabilita' morale di chi possiede le armi atomiche e di chi le ospita sul proprio territorio e' esattamente la stessa.
Complici, altro che "alleati".

Non solo. Il bombardamento di Hiroshima rappresenta una svolta nelle guerre combattute fino ad allora: l'uccisione in un solo istante di piu' di 100.000 persone marchia chiaramente la scelta della popolazione civile come obiettivo militare.
Si puo' dire che sia sempre stato cosi', che la guerra ha sempre colpito i civili, cosi' come i suoi fautori l'hanno sempre definita "giusta" se non addirittura "umanitaria". Ma la svolta rappresentata da Hiroshima e' aberrante nella sua significativita', e segnera' tutte le guerre successive.
E' un marchio nero nella storia dell'uomo, che se da un lato resta scolpito nel cuore di chi si batte per la giustizia e per la pace nel mondo, dall'altro rappresenta una giustificazione per la logica militare omicida: se si e' fatto una volta, si puo' ripetere.
E infatti, non a caso, fu ripetuto, 3 giorni dopo.

E' la quantita' a fare la differenza, e infatti le chiamano armi di distruzione di "massa". Il punto al quale la folle dottrina militare e' giunta, prima con i bombardamenti di Dresda e Tokyo e poi con la bomba atomica, e' che sono le uccisioni di massa di civili ad essere il modo piu' efficace per condurre una guerra.
Lo strumento puo' cambiare, in fondo una bomba atomica fa troppo rumore, ma e' il concetto che rimane lo stesso: da Hiroshima fino al Vietnam, ai Balcani, all'Iraq e, oggi, a Beirut. Colpire la popolazione civile: e' questo il vero obiettivo.

Credo che sia importante chiamare le cose con il loro nome: il massacro di civili innocenti non e' un "effetto collaterale", e' una scelta militare intenzionale.
Cosi' come la guerra ambientale, perche' colpire l'ambiente equivale a colpire la popolazione: l'uso di uranio impoverito, i bombardamenti di petrolchimici e centrali energetiche, sono tutti esempi di questa strategia, volta a condannare il futuro di un paese.
Tutto il resto e' solo propaganda di guerra.

Siamo di fronte a un nuovo colonialismo, che non conquista per governare, ma distrugge e semina terrore per alimentare il caos, e poter meglio rapinare.
Un colonialismo che, sarebbe importante riconoscerlo, si alimenta delle stesse pulsioni razziali del passato, che il perbenismo occidentale cerca invano di nascondere, mentre continua a morire gente dalla pelle di colore diverso.

Lanterne sul fiume di Hiroshima E cosi' come allora appaiono nuove armi, segrete e incomprensibili, che colpiscono principalmente le persone e di cui si fatica a descrivere e documentare gli effetti.
Chissa' quanto dovremo aspettare per capire cosa diavolo sta usando Israele a Gaza e in Libano... cosi' come aspettarono anni i medici giapponesi prima di comprendere gli effetti delle radiazioni della bomba atomica, mentre la gente continuava a morire, nel silenzio imposto dall'occupazione militare statunitense.

A Hiroshima ho incontrato altri medici che lottano tutti i giorni per dare un perche' e una cura alle malattie che colpiscono la loro gente; malattie mai apparse prima, per tipo e per intensita'.
Medici venuti dall'Iraq, dove cercano di curare, analizzare, raccogliere dati con gli strumenti limitati che hanno, proprio come i medici giapponesi di allora, e come i medici libanesi e palestinesi di questi giorni.
Gli manca tutto, soprattutto le informazioni sulle localita' d'uso, sulle tipologie di proiettili, sugli effetti di queste armi.

Informazioni che sono in possesso dei militari dei cosiddetti governi "democratici" che le hanno usate. Informazioni che non vengono rese disponibili, anche ad anni dal loro uso e al di fuori di qualsiasi ragione di segretezza.
Non esiste una giustificazione a questo tipo di comportamento da parte di U.S.A e Regno Unito, se non appunto l'intenzione di colpire ulteriormente la popolazione civile.

Intanto questi medici continuano a fare il loro lavoro, rischiando la pelle tutti i giorni. Uno di loro non e' riuscito a venire: non si e' presentato all'aeroporto, a casa non c'e' piu' nessuno, non si sa che fine abbia fatto.
Gli altri, dopo aver lavorato insieme alcuni giorni a Hiroshima nella conferenza contro l'uranio impoverito, li ho salutati col magone, perche' non sono sicuro che li rivedro' alla prossima occasione.
Centinaia di dottori, scienziati, accademici, sono stati rapiti, uccisi, allontanati o sono semplicemente spariti. Una strage silenziosa, non raccontata, che sta eliminando giorno dopo giorno quella parte di societa' irachena necessaria alla sua ricostruzione.

Vorrei solo, per concludere, che non si perdesse lo sdegno e il senso di urgenza.
Le sdegno perche' oggi, mentre Beirut viene bombardata ancora, non sono passati 61 anni da Hiroshima, ma siamo ancora li', allo sterminio intenzionale di civili innocenti.
E l'urgenza, perche' la velocita' con cui si avanza verso il baratro fa paura, e solo se troveremo la forza e gli strumenti nonviolenti per reagire insieme a questa follia potremo riuscire, almeno, a fermarci.

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