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Violata la Carta dei doveri del giornalista forzando i titoli

Repubblica: "Gli italiani dicono si' alla missione"

La Repubblica forza i titoli per deformare la percezione dei dati del sondaggio Demos-Eurisko del 14 novembre 2003 sul consenso alla missione militare italiana in Iraq.

Scambiare il 50,9 % di favorevoli alla missione con la totalita' del sentimento nazionale e' stato un grossolano lavoro di semplificazione propagandistica. Mentre secondo l'Abacus l'Italia e' spaccata a meta' sul consenso alla missione, per Repubblica "l'Italia e' favorevole alla missione".
15 novembre 2003 - Alessandro Marescotti

L'ETICA PROFESSIONALE. "I titoli, i sommari, le fotografie e le didascalie non devono travisare, né forzare il contenuto degli articoli o delle notizie". Questo dice la "Carta dei doveri del giornalista", approvata l'8 luglio a Roma dal Consiglio Nazionale Ordine dei Giornalisti e dalla Federazione Nazionale della Stampa Italiana.

I RISULTATI "ATTESI". Ma Repubblica, titolando "L'Italia favorevole alla missione", non si attiene a questo basilare dovere del giornalismo. Dai dati di Repubblica emergerebbe che gli italiani favorevoli a mantenere la missione sono il 50,9%. Non discutiamo, per ora, sull'attendibilità di tali dati, sull'impostazione della ricerca e sui dati che Repubblica si "attendeva" per dare un supporto a tutti i suoi articoli schierati a favore della permanenza dei soldati italiani e per offrire al centrosinistra un'immagine della nazione compatta e priva di dubbi.

I TITOLI FORZATI. Non è di questo che per ora protesto: la protesta è verso la deformazione dei titoli. E' un'evidente forzatura e un venir meno all'etica professionale il presentare il 50,9% come il consenso dell'intera nazione: "Dopo gli attentati gli italiani dicono sì alla missione". Un titolo corretto è: "Dopo gli attentati il 50,9% dice sì alla missione". La forzatura del titolo - che si configura come violazione di un dovere del giornalista - è ancora più grave se si considera che il servizio è firmato da Fabio Bordignon: un ricercatore sociale e uno dei curatore della ricerca assieme a Ilvo Diamanti e Luigi Ceccarini.

LA STATISTICA. Qual è l'utilità delle statistiche basate su dati percentuali? Esse hanno lo scopo di cogliere analiticamente le differenze e approfondire i dettagli. Invece il servizio pubblicato il 14 novembre ha dilatato un 50,9% forzandone la portata e presentandolo come l'espressione dell'intera opinione pubblica nazionale.

LA POLITICA. La ragione di una simile scorretta forzatura non sta nell'incapacità di interpretare i dati (offenderemmo l'intelligenza e la competenza dei curatori del sondaggio) ma nell'evidente tentativo tutto politico di manipolare la percezione dell'opinione pubblica in quel ring privilegiato che è il mondo delle assemblee politiche: in questi giorni l'Ulivo riunisce le sue assemblee a Roma e discuterà di Iraq. In fin dei conti non è importante far cambiare opinione a milioni di italiani, come fa Berlusconi con le sue televisioni; per Repubblica è importante far cambiare opinione ad alcune migliaia di quadri, che costituiscono l'elite del centrosinistra. La strategia non è quella massonica di Gelli del condizionamento segreto delle elites ma si orienta verso un controllo del flusso informativo verso le elites proclamate, quelle che leggono il giornale, quelle che contano e che decidono, spesso senza consultare la base e rendendo la democrazia un guscio vuoto.

LA SCIENZA DEL DUBBIO. Entrando nel dettaglio, va detto che per correttezza scientifica Repubblica avrebbe dovuto segnalare anche il margine d'errore che è statisticamente quantificabile in relazione all'ampiezza del campione e al numero di risposte per ogni domanda (per cui le risposte ad alternativa secca SI/NO che Repubblica ha evitato restringono l'intervallo di errore). Statisticamente quindi quel 50,9% (frutto della somma di alternative di risposta molteplici) è un dato probabile collocato sulla curva di Gauss. E' quindi soggetto ad un margine di errore che i curatori... non si sono curati di segnalare. Ragione in più per affidare i risultati al beneficio del dubbio e non alle semplificazioni di un titolo forzato ad arte.

Il SONDAGGIO ABACUS. Ma senza scendere nel tecnicismo statistico è evidente a tutti che scambiare il 50,9 % con la totalità è stato un grossolano lavoro di semplificazione propagandistica che cozza con quanto è emerso da altre rilevazioni. Ad esempio secondo un sondaggio dell'Abacus (per l'agenzia Apcom) l'Italia non è favorevole alla missione ma è spaccata a metà: "Sul ritiro delle truppe la popolazione si divide equamente (44% delle preferenze a ciascuna delle due opzioni) tra chi chiede di lasciare l'Iraq e chi sostiene l'esigenza di portare a compimento la missione", si legge su http://news2000.libero.it/primopiano/pp3314.html

MIE PRECISAZIONI E MIE CARENZE. Anche io - per ragioni di correttezza - devo però alcune precisazioni in relazione a miei limiti. Mi riferisco all'editoriale scritto il 14/11/2003 subito dopo aver letto (su Repubblica.it) il sondaggio. In quell'editoriale scrivevo di getto dopo aver letto il sito di Repubblica e senza disporre dei dati del giornale cartaceo. Ecco pertanto dieci puntualizzazioni e considerazioni.

--- Il sondaggio di Repubblica del 14/11/2003 ---

1) Un sondaggio presentato da Repubblica il 14 novembre 2003 ha avuto come titolo in prima pagina: "DOPO L'ATTENTATO GLI ITALIANI DICONO SI' ALLA MISSIONE". In esso Fabio Bordignon ha scritto: "Alla luce dell'attentato di due giorni fa, peraltro, una quota minoritaria di opinione pubblica auspica il ritiro immediato degli uomini impegnati in Iraq". A pagina 14 il titolo è: "SONDAGGIO. L'ITALIA FAVOREVOLE ALLA MISSIONE".

2) Ieri su PeaceLink - dopo aver letto Repubblica.it - pubblicavo un editoriale in cui scrivevo: "I dati?
Quali dati!? ...Non sono riportati. Non sono importanti. Credere, obbedire, morire. E zitti". E contestavo il fatto che su Repubblica.it non ci fossero i dati di quanti italiani appoggiassero la missione.

3) In verità non avevo letto il quotidiano cartaceo ma solo il sito Repubblica.it. I dati che appaiono su Repubblica e che mancavano sul sito Repubblica.it non sminuiscono ma accrescono in me l'impressione che si sia trattato non di un sondaggio per fini scentifici ma un malcelato tentativo di Repubblica di orientare il centrosinistra a colpi di sondaggi curati dagli stessi giornalisti che li presentano.

4) Sul quotidiano cartaceo - a differenza del sito - i dati ieri sono stati riportati e sono questi:
"Secondo lei, dopo l'attentato terroristico di mercoledì alle truppe italiane in Iraq come si dovrebbe comportare l'Italia?"
30,7 % - Deve rimanere con le proprie truppe in Iraq, perché è giusto portare fino in fondo la guerra al terrorismo
20,2 % - Deve rimanere con le proprie truppe in Iraq, per non lasciare il paese nel caos politico e sociale
18,6 % - Deve ritirare le proprie truppe perché non ci sono le condizioni minime di sicurezza
9,2 % - Deve ritirare le proprie truppe, spetta a chi ha iniziato la guerra il compito di portarla a termine
17,0 % - Deve ritirare le proprie truppe, perché la missione italiana sta diventando un'operazione di guerra
4,4 % - Non sa / non risponde

5) L'indagine, pur promossa da Demos-Eurisko, è stata curata dagli stessi giornalisti che l'hanno commentata su Repubblica con un testo che - sul punto specifico dell'appoggio degli italiani alla permanenza delle nostre truppe in Iraq - è gravemente fuorviante. Fabio Bordignon su Repubblica nell'attacco del suo pezzo ha scritto che "L'Italia deve continuare a fare la propria parte in Iraq (...) E' questo l'atteggiamento espresso, a caldo, a poche ore dal tragico attentato di Nassiriya, dai cittadini italiani". Ma questa non è l'opinione "dei cittadini italiani" ma di un 50,9 % soggetto ad errore statistico! Che la sempliflicazione la faccia un giornalista privo di basi statistiche è un conto, ma che la faccia un ricercatore... allora viene da dubitare.

6) Anziché fare la domanda secca ("ritirare o rimanere?") ad un campione di 1100 persone intervistate telefonicamente si è preferito stemperarla in sei risposte che telefonicamente non sono agevoli da gestire.

7) Repubblica si guarda bene dal proporre lo stesso sondaggio su sito Repubblica.it in quanto salterebbero fuori risultati ben diversi, dimostrando che Repubblica - sulle questioni militari - rappresenta solo l'opinione di se stessa non non quella prevalente dei suoi lettori. Non è un caso che i lettori di Repubblica.it - interpellati in merito - preferiscono l'esposizione della bandiera della pace rispetto al tricolore anche in occasione del giorno di lutto nazionale.

8) Guido Rampoldi, su Repubblica del 14/11/2003, dice: "Una sinistra sobria dovrebbe riconoscere che appartiene al diritto di autodifesa delle democrazie esercitare un certo controllo sulla regione del petrolio". Rabbrividisco in quanto poco prima si parlava di controllo militare.

9) Corrado Augias giunge a dire a pagina 16 del 14/11/2003: "Adesso però che siamo lì, parlare di andarsene sarebbe aggiungere agli errori un altro errore anche se la guerra ci è venuta addosso nel modo peggiore". Augias dice proprio così: "Siamo lì". Ma chi è lì? Chi è finito sotto le macerie e il sangue? Non risulta che Augias, che usa il "noi", sia lì in Iraq e che gli sia venuto addosso alcunché. Inoltre se Augias ritiene un errore non solo andarsene ma persino il parlarne, allora vila la libertà di pensiero e di discussione. Che possiamo sperimentare sulla rete di Internet e ben poco sul mezzo blindato di Repubblica.

10) Non ci si può accontentare di criticare il Cavaliere per la manipolazione e controllo dell'informazione quando poi Repubblica ripropone un modello blindato di giornale, incline alla manipolazione e al controllo dell'informazione, un giornale che tiene fuori i dubbi, le discussioni, i punti di vista diversi e contrastanti. Non ci si può accontentare di lottare contro gli stereotipi e le semplificazioni del campo avverso se contemporaneamente non si lotta con i propri stereotipi e le proprie semplificazioni. La Repubblica non è credibile quando spaccia un bicchiere mezzo vuoto per un bicchiere pieno. Il sondaggio di Repubblica - così proposto e manipolato - assume la funzione di un editoriale subliminale per condizionare l'Ulivo.

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