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I blindati angloamericani avanzano nelle nostre connessioni neuronali?

Dopo la non trionfale avanzata a Bassora e a Baghdad ora si pone il problema di coprire le rughe coloniali di questa moderna guerra. Vi saranno libere elezioni dopo la liberazione del popolo irakeno? Potrà il popolo irakeno decidere delle sorti del suo petrolio? Il campo di battaglia dove gli angloamericani si giocano la vittoria è il nostro cervello.
7 aprile 2003 - Alessandro Marescotti

"Lo spodestamento, diretto dagli Stati Uniti, del presidente iracheno Saddam Hussein potrebbe aprire un filone d'oro per le compagnie petrolifere americane a lungo bandite dall'Iraq, facendo naufragare gli accordi petroliferi conclusi con Baghdad da Russia, Francia e altri paesi, e provocando un rimescolamento dei mercati petroliferi mondiali".
Questo scriveva il Washington Post il 15 settembre 2002 a conclusione di una serie di interviste a dirigenti dell'industria petrolifera e a leader dell'opposizione irachena.

Come ha documentato Manlio Dinucci "l'Iraq possiede riserve petrolifere accertate, economicamente sfruttabili, ammontanti a 112 miliardi di barili, le seconde al mondo dopo quelle dell'Arabia Saudita. La loro durata, agli attuali ritmi di consumo, è stimata in oltre un secolo, più di quelle saudite (83 anni). La durata delle riserve statunitensi è invece stimata in appena 10 anni. Anche se gli Usa hanno continuato ad importare petrolio dall'Iraq (un milione di barili al giorno nella prima metà del 2002), le compagnie statunitensi, sin dalla fine degli anni '80, sono state tagliate fuori dallo sfruttamento delle riserve irachene".

E' difficile nascondere tale verità. Dopo la non trionfale avanzata dei carri armati angloamericani a Bassora e a Baghdad ora si pone il problema di coprire le rughe coloniali di questa moderna guerra. Era una guerra ufficialmente nata per le armi di distruzione di massa. Poi è diventata una "guerra di liberazione" del popolo irakeno dalla dittatura di Saddam Hussein.

Poiché questa guerra non aveva convinto il mondo, ora le vittorie militari divengono un'offensiva di persuasione. Diventa cruciale trovare (e magari ricompensare) una popolazione festante, nascondere le vittime civili coperte dalle mosche e ovviamente non far vedere le oltre cento bare degli alleati, destinate ad aumentare giorno dopo giorno. Un'abile propaganda di guerra presenta la vittoria ad ogni apertura di telegiornale per poi rinviarla al giorno dopo al fine di focalizzare l'attenzione sulla "vittoria", presentata come sinonimo di "pace" ("la vittoria è la pace", era lo slogan dei manifesti italiani durante la prima guerra mondiale) . Ma intanto crescono le vittime fra i militari americani e inglesi: poveri diavoli nati nei sobborghi e caduti come i plebei romani assoldati per la gloria dei loro imperatori.
Aumentano le vittime con il crescere della velocità della guerra, con i frenetici ordini calati dall'alto e del resto gli "errori" del "fuoco amico" e i "danni collaterali" ne sono la tragica dimostrazione. L'imperativo del "vincere subito" - che è l'imperativo delle borse e dei governi - si sta traducendo in ricorrenti stragi che la focalizzazione sull'avanzata tende a far passare sullo sfondo.

I media addomesticati temono che il pubblico assista ad una vittoria sfregiata dal dolore. Perciò sui teleschermi devono apparire soldati sereni, che non gridano in infermeria, che non vanno su sedie a rotelle, che viceversa si rilassano, che giocano a pallone, magari con ragazzi irakeni. Non si vede una goccia di sangue sulle tute degli angloamericani. Sono questi gli "spot" che passano in Tv e che modellano l'immaginario di questa lenta ma vittoriosa avanzata.
Scrive il giornalista Ennio Remondino: "Il problema vero, oggi, è che le guerre non si fanno più soltanto per vincere, ma soprattutto per convincere. I generali dunque fanno il loro mestiere nel prenderci sistematicamente in giro (…) La chiamano 'infowar', ma resta la vecchia storia dell'inganno" .

Ma l'inganno dove sta? Sta in tante cose, ma in particolare nel presentare come "liberazione" una guerra neocoloniale. Vi saranno libere elezioni dopo la liberazione del popolo irakeno? Potrà il popolo irakeno decidere delle sorti del suo petrolio? O avremo un protettorato Usa con il contorno di sottosegretari irakeni graditi?

Nei prossimi giorni vi sarà la costruzione di coreografie con la folla festante, non è escluso che si pagheranno un po' di comparse, essenziale sarà presentare il viso felice dei bambini irakeni "finalmente liberi".

I capi dei gruppi di opposizione finanziati dagli Usa hanno annunciato che, con un nuovo governo in Iraq tutti gli accordi petroliferi con Russia, Francia, ecc. andrebbero rivisti e lo sfruttamento dell'oro nero sarà affidato a un consorzio a guida statunitense. I contratti di Saddam Hussein saranno carta straccia e le compagnie Usa acquisteranno un peso ancora maggiore nel mercato energetico mondiale. Del resto questo è già avvenuto con l'instaurazione di un governo filoamericano in Afghanistan, che ha riavviato il progetto del gasdotto Turkmenistan-Pakistan via Afghanistan (con una capacità annua di 15 milioni di metri cubi) che sarà controllato da un consorzio a guida statunitense.

Cosa è tutto questo se non la globalizzazione a mano armata?

Il retroscena di questa guerra sta in questo ingombrante strascico di colonialismo e i giornalisti oggi impegnati a cogliere i dettagli militari deviano l'attenzione dell'opinione pubblica dal cuore dell'operazione militare.

Spiega la Rivista Italiana Difesa a proposito della prima guerra del Golfo: "Il modulo comunicativo predominante è stato quello di presentare il conflitto come un'operazione chirurgica, realizzata con costi umani bassissimi. E qui l'intervento degli strateghi mediatici ha toccato il suo culmine. Una scelta deliberata di rappresentare la guerra evitando di mostrare il volto più crudo e tragico. Il capolavoro è stato quello di calarsi nell'immaginario della cultura di massa, soddisfacendone da un lato l'esigenza di una guerra asettica e dall'altro presentando uno spettacolo d'intrattenimento, riducendo la guerra in una dimensione di quotidiana ordinarietà" . Per la guerra del Kossovo si è svolto, spiega la rivista militare, "un conflitto dell'informazione, la cui importanza si è rivelata nettamente superiore e più decisiva degli scontri armati".

La conclusione che possiamo trarre per l'attuale guerra è consequenziale. La battaglia di Bassora e di Badghdad si sta svolgendo nella mente di milioni di persone. Il campo di battaglia dove gli angloamericani si giocano la vittoria è il nostro cervello.

A che punto è l'avanzata dei blindati angloamericani dentro nostre connessioni neuronali?

Sta incontrando una imprevista resistenza. Un sondaggio pubblicato dal Corriere della Sera del 7 aprile (risalente al 4-5 aprile 2003, la cui documentazione completa è su http://www.agcom.it) ci informa che solo l'8% degli italiani è favorevole ad affidare il governo dell'Iraq "agli Usa e ai loro alleati"; il 61% è per l'Onu, il 16% lo affiderebbe alla Lega Araba mentre il 15% non sa. I contrari all'attacco militare contro l'Iraq rimangono il 69%, in leggera diminuzione rispetto al 72% del 21 marzo ma comunque sufficienti a dare un chiaro orientamento. Solo il 18% crede che questa guerra sia "opportuna" in quanto "libereranno un popolo oppresso e contribuiranno a fermare il terrorismo"; solo il 17% ha in questi giorni sperato in una guerra breve e vittoriosa degli Usa (il 49% si augura lo stop definitivo della guerra e un altro 16% uno stop umanitario per portare aiuti); il 37% ritiene questa guerra "illegale" e un altro 37% la definisce "una guerra per il petrolio" e quindi ben il 74% ha compreso l'essenza della guerra e non crede alla propaganda. Ma il bello arriva alla domanda: "Se dovesse scegliere una bandiera da esporre sul suo balcone, cosa sceglierebbe?" La bandiera più amata dagli italiani è quella della pace (55%), seguita dal tricolore (18%), dalla bandiera azzurra dell'Onu (7%), dalla bandiera blu dell'Europa (6%) e infine dalla bandiera a stelle e strisce degli Stati Uniti (solo il 3%).

Vi è un limite di pudore oltre il quale il neocolonialismo diviene indigesto - se non altro per i riflessi antieuropei - anche per chi ha sostenuto l'America. La guerra che la Casa Bianca ritiene di avere ormai vinto fra le strade di Baghdad rischia di fallire fra i circuiti neuronali dell'opinione pubblica.
Joseph Pulitzer, un grande giornalista statunitense scomparso nel 1911, scriveva: "Non esiste delitto, inganno, trucco, imbroglio e vizio che non vivano della loro segretezza. Portate alla luce del giorno questi segreti, descriveteli, rendeteli ridicoli agli occhi di tutti e prima o poi la pubblica opinione li getterà via. La sola divulgazione non è forse sufficiente, ma è l'unico mezzo senza il quale falliscono tutti gli altri".

In questa guerra rimane pertanto cruciale il ruolo che riusciremo a svolgere in termini di controinformazione, indagando sui troppi e malcelati retroscena di questa impresa neocoloniale, documentandone le imbarazzanti verità e denunciando l'ipocrisia di chi la sostiene.

Alessandro Marescotti
7 aprile 2002

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