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Condannata l'informazione antimafia

Il 15 gennaio avra' luogo la requisitoria del pubblico ministero contro il boss Gaetano Badalamenti nell'ambito del processo sull'assassinio di Peppino Impastato. Ma in tribunale ci stanno finendo anche Giovanni, il fratello di Peppino, Claudio Riolo dell'universita' di Palermo e Umberto Santino del Centro Impastato. Il primo per alcune dichiarazioni rese al Maurizio Costanzo Show, gli altri due per le ragioni spiegate da Riccardo Orioles nell'intervento che riportiamo di seguito.
26 dicembre 2001 - Riccardo Orioles
Condannati a centinaia di milioni Claudio Riolo dell'universita' di Palermo e Umberto Santino del Centro Impastato. Avevano scritto che Musotto (politico di Forza Italia) faceva male, come avvocato, a difendere un mafioso mentre come politico rappresentava i cittadini; e che alcuni mafiosi consideravano amico Mannino (ex ministro dc). Sotto tiro, per le medesime "colpe" Alfredo Galasso.

Personalmente, sono stato querelato parecchie volte per aver scritto cose simili (e anche piu' dure) contro altri esponenti politici. Alla fine, sono sempre stato assolto. Qual e' il trucco? Ecco: grosso modo, se tu sei un pubblico ufficiale (quasi tutti i politici lo sono) e quereli uno, gli devi dare "facolta' di prova": se hai rubato davvero, il giornalista che ti ha denunciato di solito viene assolto. Se invece ti fai furbo e gli chiedi i danni civili, non hai bisogno di provare niente, ma viceversa. Il processo e' piu' lungo, ma l'esito e' matematicamente favorevole al politico.

Esempio: "L'onorevole Al Capone ha a che fare coi gangster". Querela: il giornalista presenta tutte le cronache di Chicago, le testimonianze, ecc; il giudice decide e probabilmente il giornalista viene assolto. Danni civili: l'avvocato di Al Capone dichiara "Il mio cliente e' un politico galantuomo, difatti formalmente e' stato condannato solo per una banale evasione fiscale e tutto il resto non interessa al processo". E il giornalista viene condannato ad alcuni miliardi di risarcimento.

Quand'e' che un politico puo' querelare e quand'e' che puo' fare causa civile? A capriccio suo: se e' abbastanza ricco da potersi permettere i tempi lunghi della causa civile, di solito fa causa civile e non querela. Cosi', fra l'altro, puo' annunciare di aver "denunciato il giornalista" senza correre il rischio di una smentita immediata. Negli ultimi anni giornali e tv si sono concentrati moltissimo (in Sicilia, addirittura, e' rimasto un editore solo) e quindi i giornalisti che fanno informazione sono sempre piu' isolati. I politici sono sempre piu' ricchi e forti e dunque un sacco di notizie non arrivano semplicemente perche' il giornalista, anche onesto, si spaventa a metterci il becco.

Chi ci va di mezzo, alla fine, e' il lettore che di tutto cio' di quel che succede in Italia in sostanza e' autorizzato a sapere quanto segue: "La Roma ha battuto il Chievo 3 a 0. Fighetto Fighetti e' il nuovo Grande Fratello. Domani forse piovera'. Punto". Puo' andarti bene cosi'? Oppure bisogna cambiare la legge e mettere il giornalista in condizione di aspettarsi, quando scrive il pezzo, un'onesta querela e non una gabola da venti miliardi? Io giornalista ho il dovere di scrivere, il politico ha il diritto di difendersi, e soprattutto tu lettore hai il diritto (e anche l'obbligo: se no non sei una persona civile ma un talebano) di essere informato.

Bene. Ora qui c'e' un appello per "rivendicare il diritto e il dovere di sottoporre l'operato di chi ricopra cariche pubbliche al vaglio dell'opinione pubblica, con la consapevolezza che ciascun politico ha una responsabilita' aggiuntiva rispetto agli altri cittadini nella misura in cui coinvolge la credibilita' delle istituzioni. In particolare, sul terreno della lotta contro la mafia, la piena liberta' d'informazione e di opinione e' indispensabile per individuare e stigmatizzare tutti quei comportamenti che configurino responsabilita' politiche e morali, indipendentemente dall'accertamento di eventuali responsabilita' penali che spetta esclusivamente alla magistratura". Lo firmano Arci, Centro Siciliano di Documentazione "Giuseppe Impastato", Centro Sociale "San Francesco Saverio", Il Manifesto, Libera, Mezzocielo, Micromega, Narcomafie, Palermo anno uno, Promemoria Palermo, Scuola "Giovanni Falcone", Segno, Uisp. [Nota: dopo aver letto questo testo anche l'associazione PeaceLink ha inviato la sua adesione]

Riccardo Orioles - ricc@libero.it

Per saperne di piu':

091.6259789, csdgi@tin.it (Centro Impastato),
091.333773 (Arci),
redazione@scirocco-news.org


APPELLO PER LA LIBERTA' DI STAMPA NELLA LOTTA CONTRO LA MAFIA

Tratto da: http://www.scirocco-news.org/testi/press.htm

Due recenti sentenze di primo grado del Tribunale civile di Palermo hanno condannato Claudio Riolo, politologo presso l'Università di Palermo, e Umberto Santino, presidente del Centro siciliano di documentazione "Giuseppe Impastato", al risarcimento danni da diffamazione a mezzo stampa. Riolo ha pubblicato sulla rivista mensile Narcomafie, nel novembre '94, un articolo di commento critico alla decisione di Francesco Musotto, Presidente della Provincia di Palermo e avvocato penalista, di mantenere la difesa di un suo cliente, imputato nel processo per la strage di Capaci, mentre l'ente locale si costituiva parte civile nello stesso processo. L'articolo, ritenuto diffamatorio dal Musotto che ha chiesto 700 milioni di risarcimento, è stato ripubblicato nel maggio '95 su Narcomafie e sul quotidiano Il Manifesto a firma di 28 autorevoli esponenti del mondo politico e culturale, che lo hanno sottoscritto "condividendone in pieno i contenuti e ritenendolo legittima espressione dell'esercizio della libertà di stampa, di opinione e di critica politica". Tuttavia Musotto non ha querelato né citato in giudizio nessuno dei nuovi firmatari e, dopo quasi sei anni di lungaggini processuali, Riolo è stato condannato a pagare complessivamente 118 milioni. A sua volta, l'ex ministro Calogero Mannino ha chiesto una riparazione pecuniaria di 200 milioni a Umberto Santino, ritenendosi diffamato per la pubblicazione di alcuni stralci di un "testo anonimo" nel libro "L'alleanza e il compromesso" edito nel 97. Nonostante l'autore si fosse limitato ad analizzare criticamente quel documento, prendendone le distanze con l'affermazione esplicita che esso proviene "più o meno
direttamente da ambienti mafiosi", e nonostante quel testo, circolato nel'92 subito dopo la strage di Capaci, fosse già stato integralmente e ripetutamente pubblicato da altri, Santino è stato condannato a pagare circa 20 milioni. Due miliardi è, invece, la richiesta di risarcimento rivolta dallo stesso ex ministro ad Alfredo Galasso, docente di diritto civile presso l'Università di Palermo, per aver riportato il medesimo testo anonimo nel libro "La mafia politica", pubblicato nel '93. Ma il procedimento è ancora in corso e si attende la conclusione.

Questi fatti non rappresentano dei casi isolati, ma si inquadrano in una preoccupante tendenza generale alla limitazione del "diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione" garantito dall'articolo 21 della nostra Costituzione. Negli ultimi anni, parallelamente ad un preoccupante processo di concentrazione della proprietà dei mezzi di comunicazione di massa, gli attacchi dei poteri forti alla libertà di informazione e di opinione si sono moltiplicati, e ciò è tanto più grave e significativo quando esponenti della prima o della seconda repubblica, coinvolti a torto o ragione in procedimenti penali, cercano di far pagare il conto delle loro "sfortune" a chi esercita per professione o per impegno antimafia il diritto di cronaca e di critica. In particolare stiamo assistendo ad un crescente uso indiscriminato del ricorso ai procedimenti civili per risarcimento danni da diffamazione a mezzo stampa. Il procedimento civile, infatti, offre una serie di vantaggi rispetto a quello penale: il risarcimento danni può essere chiesto a distanza di cinque anni dai fatti, mentre per sporgere querela non si possono superare i novanta giorni; nel civile si può ottenere la condanna del presunto diffamatore senza l'onere di dover dimostrare l'esistenza del reato di diffamazione; è, per di più, possibile ottenere risarcimenti sproporzionati per "danno morale" anche quando non si riesca a dimostrare l'esistenza di un effettivo "danno patrimoniale"; la condanna, infine, è immediatamente esecutiva, senza dover attendere l'espletazione di tutti i gradi del giudizio. Oltre a tutto ciò il giudizio civile comporta un minor clamore rispetto a quello penale, clamore che comunque è sempre controproducente anche per il presunto "diffamato". Si sono, pertanto, moltiplicate le richieste di risarcimenti miliardari nei confronti di giornalisti, studiosi e familiari delle vittime (basti, qui, ricordare i 20 miliardi chiesti da Berlusconi a Luttazzi, Freccero e Travaglio per la trasmissione televisiva Satyricon, o il miliardo chiesto da Mannino a Giuseppina La Torre per alcune interviste rilasciate nel '95, o ancora il miliardo e 150 milioni chiesti da Musotto ad Attilio Bolzoni per gli articoli su Repubblica riguardanti le sue traversie giudiziarie del '95) il cui effetto non è la legittima tutela dell'onorabilità della persona, ma l'instaurazione di un clima d'intimidazione nei confronti di chiunque intenda far conoscere, commentare o studiare il persistente fenomeno delle contiguità tra politica, mafia e affari.

Con questo appello intendiamo rivendicare con forza il diritto e il dovere di sottoporre l'operato di chi ricopra cariche pubbliche o ruoli rappresentativi al vaglio critico dell'opinione pubblica, con la consapevolezza che ciascun politico ha una responsabilità aggiuntiva rispetto agli altri cittadini nella misura in cui coinvolge la credibilità delle istituzioni. In particolare, sul terreno della lotta contro la mafia, la piena libertà d'informazione e di opinione è indispensabile per individuare e stigmatizzare tutti quei comportamenti che configurino delle responsabilità politiche e morali, indipendentemente dall'accertamento di eventuali responsabilità penali che spetta esclusivamente alla magistratura. Ci proponiamo, pertanto, di avviare una campagna di sensibilizzazione e di mobilitazione dell'opinione pubblica per la realizzazione dei seguenti obiettivi:
a) una nuova regolamentazione legislativa in materia di "diffamazione", che ristabilisca un giusto equilibrio tra diritto di cronaca e di critica e tutela della persona, e che uniformi procedimento penale e procedimento civile per impedirne un uso distorto e strumentale;
b) la costituzione di un fondo di solidarietà tramite la sottoscrizione del presente appello (ad ogni firma corrisponderà la sottoscrizione di una quota minima di centomila lire); il fondo sarà utilizzato, a cominciare dalle due condanne citate, per difendere la libertà di informazione, di opinione e di ricerca limitatamente all'ambito della lotta contro la mafia (sarà gestito, sulla base di un regolamento, da un comitato di garanti, di cui faranno parte, tra gli altri, Rita Borsellino, Luigi Ciotti e Valentino Parlato).

I promotori: Arci, Centro Siciliano di Documentazione "Giuseppe Impastato", Centro Sociale "San Francesco Saverio", Il Manifesto, Libera, Mezzocielo, Micromega, Narcomafie, Palermo anno uno, Promemoria Palermo, Scuola di formazione etico-politica "Giovanni Falcone", Segno, Uisp.

Per sottoscrivere l'appello si può utilizzare il c/c postale n.10690907 intestato a Centro siciliano di documentazione "Giuseppe Impastato", via Villa Sperlinga 15, 90144-Palermo, specificando nella causale: "Campagna per la libertà di stampa nella lotta contro la mafia".

Per comunicazioni e informazioni: tel. 091.333773 (Miro Barbaro c/o Arci) o 091.6259789 - fax: 091.348997 - e-mail: csdgi@tin.it (c/o Centro Impastato).

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