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 LO STATO HA IL DOVERE DI FAVORIRE LA RICERCA DI INFORMAZIONI (AAHARUS)

Fiaccolata del 5 ottobre per sostenere i magistrati e ricordare le vittime dell'inquinamento

L’Accordo chiamato “Protocollo di Aahrus – dal nome della città dove è stato firmato nel 1998 – ha l’obiettivo di tutelare la salute riducendo le sostanze nocive.

Sono proprio gli Stati a dover sensibilizzare e informare, e devono promuovere la ricerca da parte dei cittadini delle informazioni su ambiente e salute. E’ considerato un punto cruciale per ottenere risultati (non certo una concessione). Il testo dell’Accordo non riconosce solo il diritto a difendersi di individui e gruppi, ma vuole che nasca un processo virtuoso a tutti i livelli  (istituzionali e civili, distinti e in collaborazione tra loro), un processo di autodifesa, conoscenza e sviluppo considerato un progresso per tutta la collettività.

E’ un’altra classe politica quella di cui si parla da 20 anni a questa parte, senza incontrarla… E' una classe politica moderna ma anche, semplicemente, rispettosa del principio di eguaglianza e legalità che ci siamo dati.

NONOSTANTE IL PROTOCOLLO DI AAHRUS, SUCCEDE CHE …

Le dichiarazioni e lo stile di molti degli attuali politici e amministratori italiani sono lontani anni luce dall’obiettivo del Protocollo di Aarhus. La partecipazione è avvertita come un intralcio, sia nella fase in cui si adottano provvedimenti amministrativi, sia nei momenti di confronto pubblico ampio come quelli che dovrebbero sempre caratterizzare un’elezione comunale e i momenti in cui vengono prese decisioni su questioni fondamentali per i cittadini. Questo almeno si osserva quando vengono toccati argomenti su cui c’è chi intende decidere senza intromissioni (uso del territorio, discariche, piattaforme petrolifere, basi militari).

Oggi qualche esperienza di partecipazione è stata faticosamente avviata. Ma sembra quasi che si voglia correre ai ripari; parlare infatti di semplificazione, in materia ambientale, può essere  fuorviante: può significare fare grandi passi indietro. Quando il sistema dei controlli viene sostituito, infatti, con sistemi di autocertificazione – come avvenuto con la recente legge 35/2012 e come si prevede di fare con i regolamenti attuativi - si sposta l’intervento pubblico dalla prevenzione alla repressione, finendo per colpire i valori ambientali e gli interessi delle popolazioni. E sembra che in cantiere ci siano altre novità legislative. Questo nonostante – come sappiamo - gli illeciti ambientali siano in aumento e andrebbero combattuti con determinazione.

Ma il sistema giuridico deve attuare il Protocollo di Aaharus (in fatto di ambiente, le regole internazionali sono indispensabili e devono funzionare).

Accorpando, invece, i procedimenti o spostandone la competenza nelle amministrazioni centrali, i cittadini rimangono sullo sfondo (disinformati e qualche volta strumentalizzabili). Così facendo, se ne preclude l'effettiva partecipazione, si allontana e si esclude quindi il "pubblico interessato" - la popolazione  coinvolta da una scelta in materia ambientale - dal processo decisionale.  Anche in termini di controllo si rende, così, più difficile l'accesso agli atti. Non è questo l'obiettivo dell'Accordo.

UN APPELLO PER SOSTENERE TARANTO E COSTRUIRE IL NUOVO 

Dopo l’ordine del giorno votato all’unanimità dal Consiglio comunale di Taranto pochi giorni fa che chiede al Ministero dell’Ambiente, alla Regione e allo stesso Comune di sospendere le autorizzazioni e i pareri su alcuni progetti di ampliamento industriale (come il raddoppio della raffineria ENI e alcuni interventi sul cementificio), sono intervenuti il presidente della Confindustria tarantina – parlando di “situazioni assurde“ – e il presidente della Confindustria pugliese – che dice: “è mancata una valutazione approfondita …”.

Ma perché dovrebbe esprimersi soprattutto la Confindustria con qualche suo rappresentante su questioni così importanti per la vita di duecentomila persone, e anche per il resto della popolazione italiana? 

Taranto dovrà essere sostenuta e accompagnata, invece, da tutte le forze del nuovo. Il vecchio ha già dato la sua immagine peggiore. La gente non riesce proprio a capire come si possa correre in soccorso di un’azienda, con toni da crociata, piuttosto che di una città e delle vite dei suoi abitanti. Non si riescono ad accettare i distinguo sull’inquinamento "vecchio" (gestione Italsider dell’acciaieria) e "nuovo" – di cui se mai ci si sarebbe dovuti occupare per prevenire i reati su cui ora dovrà decidere la magistratura. Oramai - che c’entri l’Ilva o altri - l’inquinamento è spaventoso. Non può ammettersi che chi rappresenta lo Stato lavori  tenacemente per non cambiare nulla e non per difendere diritti fondamentali e di civiltà.

Al fianco di questa città, sono altri cittadini a doversi avvicinare: movimenti, giovani, architetti, imprenditori, giuristi, artisti, artigiani, ricercatori, economisti, agricoltori … Chi ha un pensiero libero, un’idea e un’esperienza, chi non vuole che la vita di molti sia nelle mani di pochi, è necessario che faccia sentire la sua voce. Se non circolano le energie che non si vedono e non vengono scambiate le migliori esperienze, i grandi gruppi le cattureranno e le utilizzeranno per progetti che non conosciamo, o che non avremmo cuore di condividere. 

Taranto è oggi un laboratorio importante. Si sta recuperando un ritardo che ha toccato punte estreme e ci vuole pazienza, ci saranno problemi e contraddizioni.  

Targa nel quartiere Tamburi a Taranto, vita e morte di un operaio

Ma questa città sta dimostrando – nonostante lo scarso aiuto dello Stato e della politica - di riuscire anche a contenere tensioni sociali e paure. E’ straordinaria questa volontà – in un Sud abbandonato a sé stesso e usato come scenario di piccole alleanze e terra di saccheggio - di creare un tessuto di relazioni sane e civili.  Quelle targhe dolorose che ora tutti hanno letto - attraverso le foto dei reporter - lungo le strade del quartiere più provato, le parole scritte come testamento prima di lasciarci, sono state rivoluzionarie nel silenzio che nessuno osava rompere. Sono la freccia che quelle persone hanno fatto scoccare chiedendoci di andare (insieme) e non tornare mai indietro. Ad ogni costo.

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