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Veterani di guerra e familiari delle vittime del terrorismo uniti per la pace e la giustizia

20 marzo: pacifisti a stelle e strisce

Il "popolo della pace" si è rimesso in marcia con tre "carovane arcobaleno", che hanno attraversato le principali città italiane per convergere a Roma il 20 marzo, dove l'anniversario dei bombardamenti sull'Iraq verra' commemorato con un imponente corteo pacifista. Ma è proprio vero che queste iniziative sono "pervase di antiamericanismo", come hanno sostenuto molti autorevoli opinionisti? Sembra di no, dal momento che la marcia del 20 marzo è stata una iniziativa organizzata su scala mondiale proprio a partire dai pacifisti statunitensi.
19 marzo 2004 - Carlo Gubitosa

Bandiera statunitense con le stelle disposte a formare il simbolo pacifista La marcia mondiale del 20 marzo per la "globalizzazione della pace" è un'idea nata nel settembre scorso all'interno di "United for Peace and Justice", una coalizione di oltre 650 associazioni pacifiste statunitensi creata nell'ottobre 2002 con l'obiettivo dichiarato di ostacolare "le politiche di guerra permanente dell'amministrazione Bush".

In questo immenso coordinamento di associazioni, oltre ai tradizionali gruppi che provengono dalla cultura della nonviolenza, raccogliendo l'eredità di Gandhi e Martin Luther King, ci sono anche altre associazioni fondate da persone che si sono aperte ad un impegno di pace dopo aver vissuto sulla propria pelle tragedie collettive come la guerra in Vietnam o gli attentati dell'11 settembre.

Una di queste associazioni si chiama "Veterans Against The Iraq War" (Veterani Contro la Guerra in Iraq), e il suo slogan è "sostieni le truppe, opponiti alla politica". Attraverso internet i veterani mettono a disposizione informazioni che non vedremo mai sulle prime pagine dei nostri giornali, come la "banca dati dei polli", che contiene informazioni sui "falchi" che oggi supportano la guerra ma in gioventù si sono comportati da polli cercando in ogni modo di evitare il servizio militare. In questo "elenco del disonore" è compreso anche il Presidente Bush. A questo si aggiungono le segnalazioni di militari statunitensi che tornano in patria mutilati o invalidi, per vedersi rifiutare un risarcimento o l'assistenza medica dal governo che li ha mandati a combattere il terrorismo.

Per conoscere l'altra faccia dell'America basta leggere la rassegna stampa dei "veterani", dove sono riportati articoli con titoli molto eloquenti: "Mutilati in Iraq, maltrattati, ignorati e oscurati in America". I gruppi di veterani contrari alle guerre "infinite" e "preventive" sono molti e diffusi su tutto il territorio statunitense. Oltre all'associazione già citata, la coalizione "United for Peace and Justice" comprende anche i "Veterans for Common Sense" (Veterani per il Buon Senso), un'associazione nata nel settembre 2002, quando i veterani della guerra del 1991 sono stati messi in allarme dal massiccio impiego di truppe in Kuwait che preannunciava la guerra in Iraq del marzo 2003. La preoccupazione per i venti di guerra che iniziavano a soffiare nel paese ha spinto questo gruppo di veterani a scrivere una lettera aperta al presidente Bush, ponendo alcuni seri interrogativi sull'opportunità di un nuovo intervento in Iraq. Nel giro di poche settimane a questo documento aderiscono più di tremila veterani di guerra, mobilitati grazie al "passaparola" telematico.

Oltre a questi gruppi nati in tempi recenti, il fronte militare "antinterventista" comprende anche associazioni più antiche, come "Veterans For Peace", fondata nel 1985, o "Vietnam Veterans Against the War", nata nel 1967 da un gruppo di sei veterani del Vietnam che decidono di partecipare assieme ad una manifestazione pacifista. "A trentasette anni di distanza da quella marcia - si legge nel sito dell'associazione - continuiamo con forza il nostro impegno per la pace, la giustizia e i diritti dei veterani di guerra".
"Il mondo dice ancora no alla guerra". Logo della manifestazione internazionale indetta dai pacifisti americani per il 20 marzo 2004.


C'è chi ha scelto la pace dopo aver vissuto gli orrori della guerra e chi si impegna contro la guerra dopo aver vissuto gli orrori del terrorismo. "Peaceful Tomorrows", l'associazione dei familiari delle vittime dell'11 settembre, è una associazione nata da un gruppo di familiari delle vittime che hanno deciso di dichiarare pubblicamente la loro contrarietà alla guerra in Afghanistan del 2001 e a tutti i successivi interventi militari dell'amministrazione Bush, nella convinzione che la guerra avrebbe solamente fatto vivere ad altri la stessa esperienza di morte e distruzione che loro avevano provato l'11 settembre, e avrebbe contribuito a peggiorare la sicurezza interna degli Stati Uniti.

La storia di "Peaceful Tomorrows" si snoda attraverso viaggi in Afghanistan e in Iraq, una faticosa rielaborazione del dolore per la perdita dei propri cari e la forza ritrovata in un contesto dove quel dolore ha potuto esprimersi in modo sano e generativo. Il percorso che li ha portati dalle macerie delle torri all'attivismo pacifista è descritto nel libro "Non usate il nostro nome", pubblicato dal giornale di strada "Terre di Mezzo". In questo testo David Potorti, uno dei fondatori dell'associazione, racconta che "mentre l'11 settembre rimarrà per molti una data legata alla nascita di nuove paure, nuovi sospetti e nuove iniziative per la sicurezza delle persone e della proprietà, per noi quel giorno ha significato il crollo della convinzione di poter essere davvero indipendenti l'uno dall'altro. E' stato un giorno in cui i muri che ci dividono dalle altre persone non sono diventati più alti, ma al contrario hanno iniziato a cadere. In quel giorno abbiamo realizzato che le nostre armi non avrebbero più potuto proteggerci, e che i nostri figli non sarebbero mai stati al sicuro fino a quando altri bambini sconosciuti dall'altra parte del mondo non fossero altrettanto sicuri".

I membri di "Peaceful Tomorrows" continuano ad incontrare le vittime di altri attacchi aerei, quelli che il governo degli Stati Uniti ha realizzato in altri paesi del mondo. Negli ultimi anni hanno incontrato più volte gli "hibakusha", sopravvissuti alla bomba atomica di Hiroshima, e il 29 febbraio scorso Adele Welty, uno dei membri dell'associazione, è partita per l'Afghanistan, dove "Peaceful Tomorrows" ha stretto dei contatti con le vittime dei bombardamenti del 2001. Adele ha perso sotto le macerie delle torri suo figlio Timmy, un pompiere di New York, e prima di partire nuovamente per l'Afghanistan ha dichiarato che "raggiungendo delle persone che hanno sofferto a causa dell'11 settembre, provo ad aggiungere un piccolo sasso per la costruzione di un ponte di pace. Dobbiamo spezzare il circolo della violenza, ed esprimere quello che ci unisce alla popolazione afgana. Devono sapere che non li odiamo".

Sin dal primo viaggio in Afghanistan nel 2001, l'associazione dei familiari delle vittimne dell'11 settembre ha spinto il Congresso degli Stati Uniti verso la creazione di un fondo per garantire un risarcimento dei danni ai civili afgani colpiti dai bombardamenti, ma questa misura è stata finora osteggiata dall'amministrazione Bush perché avrebbe potuto creare un pericoloso "precedente" aprendo la strada alle richieste di risarcimento per altre azioni militari condotte dagli Stati Uniti al di fuori del territorio nazionale. Allo stato attuale delle cose, l'unico fondo di assistenza per le vittime civili della guerra in Afghanistan del 2001 è quello realizzato da "Peaceful Tomorrows" in collaborazione con l'organizzazione statunitense "Global Exchange".

Note:

Questo articolo e' apparso sul mensile "L'idea vegetariana" n. 157 - aprile 2004

Links

United For Peace And Justice - http://www.unitedforpeace.org
Veterans Against The Iraq War - http://www.vaiw.org
Veterans for Common Sense - http://www.veteransforcommonsense.org
"Vietnam Veterans Against the War" - http://www.vvaw.org
Veterans for Peace - http://www.veteransforpeace.org
"PeaceFul Tomorrows" - http://www.peacefultomorrows.org

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