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Protocollo aggiuntivo alle Convenzioni di Ginevra del 12 agosto 1949 relativo alla protezione delle vittime dei conflitti armati internazionali

Art. 47 Mercenari
  1. Un mercenario non ha diritto allo statuto di combattente o di prigioniero di guerra.
  2. Con il termine «mercenario» si intende ogni persona:
  1. che sia appositamente reclutata, localmente o all'estero, per combattere in un conflitto armato;
  2. che di fatto prenda parte diretta alle ostilita';
  3. che prenda parte alle ostilita' spinta dal desiderio di ottenere un profitto personale, e alla quale sia stata effettivamente promessa, da una Parte in conflitto o a suo nome, una remunerazione materiale nettamente superiore a quella promessa o corrisposta ai combattenti aventi rango e funzioni similari nelle forze armate di detta Parte;
  4. che non sia cittadino di una Parte in conflitto, ne' residente di un territorio controllato da una Parte in conflitto;
  5. che non sia membro delle forze armate di una Parte in conflitto; e
  6. che non sia stato inviato da uno Stato non Parte nel conflitto in missione ufficiale quale membro delle forze armate di detto Stato.

Se fosse un giornalista parleremmo di freelance, se fosse un insegnante di precario, ma il suo lavoro e' diverso, lui nell'ipotesi piu' ottimistica e' un paramilitare questo quando non vogliamo scomodare i piu' nobili termini anglosassoni security, body guard, international corps e via dicendo, termini inglesi roboanti che non cambiano la sostanza delle cose. Attenzione, il panorama e' molto vasto, il riflettore non va puntato solo verso i nostri connazionali, cosa del tutto ingiusta, loro sono una parte del fenomeno e non sara' questo articolo a rispondere ai nostri interrogativi.

Il fenomeno dei military freelance e' in continua ascesa, il termine mercenario potrebbe non piacere, ma risulta il piu' idoneo quando descrive alcuni contesti poco chiari, primo tra tutti: non stiamo parlando di imprenditori edili che ricostruiscono un ponte. Parliamo della "difesa" di persone e cose. La difesa, puo' sempre implicare l'offesa e in un conflitto armato il confine tra difesa e guerra e assai sfumato. Ma veniamo alla domanda chiave:

Perche', io che lavoro per costruirti una casa, una scuola, un ponte, una strada, una linea elettrica una fognatura o qualsiasi servizio essenziale per la ricostruzione di un Paese e sto lavorando bene devo essere difeso dalle aggressioni del mio datore di lavoro?

La domanda e' forse banale, ma senza questa domanda oggi non ci sarebbe nessuna guardia del corpo. Ogni multinazionale presente in Iraq, infatti, e' costretta ad investire mediamente il 20% del suo fatturato per pagare il personale che si occupa della sua sicurezza; e' tanto, certo, ma se lo fa, significa che ha un interesse ben preciso; a questo punto non oso addentrarmi nella contabilita' che orbita attorno al fenomeno guerra. E' proprio vero: finche' c'e' guerra c'e' speranza.

Detto questo e' facile scadere nel banale "era il suo lavoro, se l'ha accettato doveva pensare anche ai suoi rischi". No. PeaceLink ama la vita umana, sempre. Una morte non e' mai meritata, ma permettetemi anche di aggiungere che non c'e' mai eroismo nella morte, che la morte e' uguale per tutti e non mi piace che, solo perche' defunto, un professionista paramilitare diventi il primo dei boy scout. Non stiamo dicendo che non era un bravo ragazzo (io non ho mai visto ne' conosciuto ne' Maurizio Quattrocchi ne' nessun suo collega, dunque non posso dire nulla di personale di queste persone e non lo faro') ma ritorno alla domanda precedente: se un'azienda deve essere protetta dal cliente si trova in un contesto che non le appartiene.

Ma se un'azienda e' brava, brava davvero nel suo lavoro e purtroppo non puo' pagarsi la sua sicurezza quale sara' il nostro destino. Leggendo alcuni giornali di oggi sembra che la sicurezza privata sia quasi un vincolo ineludibile, ma non deve essere cosi'. Diventa cosi' solo quando l'azienda stessa si presenta (per un'insieme di cause che possono anche esserle estranee) ostile al cliente. "Ma cosi' non si puo' lavorare!". Penso che questa sia l'affermazione piu' ricorrente negli operai in Iraq.

L'interrogativo sorge spontaneo e non e' possibile sfuggirlo: non e' che si sta colonizzando una nazione, ed e' un lavoro talmente sporco ed improponibile all'opinione pubblica che e' meglio farlo fare a chi non deve ubbidire a nessun riferimento politico, ma solo al denaro? Infatti un soldato quando torna a casa racconta quello che ha visto, un mercenario o un professionista mai. Nei contratti che firmano, spesso rinunciano ad ogni diritto sullo "sfruttamento della loro immagine", come direbbe qualsiasi pubblicitario che si rispetti, e d'altra parte sono pagati soprattutto per stare zitti e non dire niente, e se parlano perdono il posto; in questo modo si prestano al gioco di chi vuole parlare della loro morte o nasconderla a seconda delle opportunita' del momento.

Note:

http://www.equilibri.net/dossiers/sx1.htm
http://www.publicintegrity.org/bow/
http://www.globalsecurity.org/military/world/para/mercenary.htm

http://www.admin.ch/ch/i/rs/0_518_521/a47.html
http://www.kultunderground.org/w200212/mercenari1.htm

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