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    Quando lo sport si tinge di arcobaleno

    Olimpiadi per la pace

    13 agosto 2004 - Carlo Gubitosa

    Il simbolo delle olimpiadi, cinque anelli per cinque continenti

    Societa' per azioni, sponsor miliardari, crack finanziari, guerre di potere, controllo delle masse, gestione del consenso, sputi in campo e coltellate negli stadi: c'e' stato un tempo, nella storia dell'umanita', in cui lo sport non aveva niente a che vedere con tutto questo. A ricordarcelo, ancora una volta, sono le olimpiadi, che dal 776 avanti Cristo ad oggi rappresentano un simbolo di convivenza pacifica tra i popoli, un "termometro" sullo stato di salute dei valori della pace e dei diritti umani nel mondo.

    Oggi la dimensione spettacolare e la cultura esasperata della competizione nella quale siamo immersi rischiano di intaccare l'idea di "giochi" olimpici dove la partecipazione conta piu' della vittoria, ma cio' nonostante le Olimpiadi rappresentano ugualmente una grande opportunita' per affermare una idea di Pace e di democrazia mondiale che sono diverse dalla "pacificazione" armata e dalla "democratizzazione" forzta spacciate come l'unica soluzione possibile ai problemi del mondo.

    Per capire che lo sport non e' solo una questione di record e di classifiche basta rileggere la storia contemporanea attraverso la storia delle Olimpiadi, ricordando la rabbia di Hitler durante le olimpiadi di Berlino del 1936, quando l'atleta afrostatunitense Jesse Owens vinse quattro medaglie d'oro nello stesso giorno davanti agli occhi di tutto lo stato maggiore tedesco, o la grinta di Tommy Smith, che conquista il record del mondo sui 200 metri alle Olimpiadi di Città del Messico del '68 salutando dal podio con il pugno chiuso, in segno di protesta contro la discriminazione razziale.

    Le imprese di Abebe Bikila, Wilma Rudolph, Cassius Clay, Edwin Moses e Fiona May ci obbligano a chiederci quali grandi campioni potrebbero ancora nascere da un'Africa liberata da ogni residuo di colonialismo e sfruttamento, e permettono di leggere le Olimpiadi come una "rivincita" dei poveri sul nostro mondo obeso e opulento.

    E' possibile immaginare per le Olimpiadi moderne una sorta di "tregua" simile a quella che sospendeva nell'eta' antica qualunque ostilita' in nome dello spirito olimpico? Per i giochi di Atene 2004 l'assemblea generale dell'Onu ha dichiarato la tregua olimpica in una risoluzione del 3 novembre scorso, un atto ufficiale che si ripete ad ogni edizione delle olimpiadi, cosi' come si ripetono le violazioni della tregua nelle zone di guerra del mondo.

    Cio' nonostante la fiaccola delle Olimpiadi puo' portare comunque un po' di luce in un mondo oscurato dalle guerre. Per farlo basterebbe ricordare ai nostri governanti tutti i grandi campioni che nel corso della storia hanno colorato i cinque anelli con i colori dell'arcobaleno. Oppure basterebbe riflettere sulle parole di speranza pronunciate da Akii Bua, il primo campione olimpico ugandese che ha conquistato la medaglia d'oro dei 400 a ostacoli durante Monaco '72: "se avessimo le scarpe, le maglie e gli stadi, se avessimo le nostre strutture sarebbe difficile per l'Europa competere con l'Africa. Ma finché i corridori africani avranno fame dovremo affidarci agli exploit dei singoli. Sono fiducioso: un giorno troveremo la soluzione di questi problemi. E allora l'Africa sarà il primo dei continenti".

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