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    La fatica delle relazioni umane

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La fatica delle relazioni umane

Esco dalla stazione centrale di Roma e mi avvio verso la fermata del 75. Raggiunta la fermata noto fra le altre persone in attesa un uomo, o donna, perché non riesco a distinguere il genere. E’ un’occhiata veloce, non mi soffermo a fissare la persona.
19 marzo 2007 - Padre Giorni Poletti (Missionari Comboniani Castel Volturno)

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Mi metto a leggere il mio libro in attesa del pullman ed ecco che ad un certo punto la persona si gira verso di me e incomincia ad inveire, io provo paura, la paura che istintivamente si prova per colui che superficialmente viene giudicato ‘pazzo’. Lo guardo meglio chiedendomi se per caso senza volere l’abbia offeso, anche se mi sembra di non aver fatto proprio niente. Non capisco bene se sia uomo o donna, il viso è deforme, gonfio, certo non bello da vedersi. Porta il codino e i pantaloni e questo mi fa pensare che sia un uomo. Continuo la mia lettura cercando di mostrare indifferenza, mi dico silenziosamente di non preoccuparmi, mentre continua la fila di improperi e parolacce. Forse non sono dirette verso di me, ci sono altre persone in attesa e qualcuno c’era già quando sono arrivato alla fermata. Mi rimane il dubbio.

Arrivato il pullman saliamo tutti. Io sono tra gli ultimi e non trovo posto per sedere, alcuni sono in piedi, e l’unico posto libero è vicino proprio alla persona che sbraita. Mi faccio interiormente coraggio e chiedo a lui il permesso di sedermi, e ottenuto il permesso mi siedo. Dentro di me tiro un respiro di sollievo: ”…allora non c’è l’aveva con me”. L’uomo si lamenta, spazientito grida all’autista con la classica imprecazione romana :“ li mortacci…”. Io sorrido e mi preoccupo di spiegare all’uomo il perché del mio sorriso, non sono romano e mi vengono i ricordi di quando ero studente a Roma. L’uomo mi sorride e mi spiega il senso dell’imprecazione. Incomincio un breve dialogo con lui, mi rendo conto che soffre, ogni tanto si tiene la testa tra le mani e io mi chiedo quale tempesta di emozioni ci sia in quella testa, che mondo di pensieri e di frammentazione e quale solitudine. Le vere battaglie sono quelle che viviamo dentro di noi.

Ad un certo punto l’uomo senza nome grida imprecazioni verso l’autista che probabilmente avvezzo a tante esperienze quotidiane se ne sta zitto facendo finta di niente. Tuttavia vicino all’autista, in piedi, c’è un gruppetto di persone e malauguratamente uno esce fuori con una battuta ironica. Non l’avesse mai fatto. Si scatena l’ira del nostro uomo che pur non avendo riconosciuto da quale persona sia uscita la battuta ironica, incomincia ad inveire con imprecazioni ed oscenità contro lo sconosciuto. Sono imprecazioni ed oscenità che partendo dalla sorella e dalla madre arrivano fino alla terza generazione dello sconosciuto che ha osato la battuta, continuando per una buona mezz’ora tra il silenzio dei passeggeri.

Il nostro uomo cerca di distinguere tra quelli in piedi chi ha fatto la battuta. Arrivati in via Dandolo molti scendono e le ultime immagini che intravedo dal finestrino sono quelle del nostro uomo che si azzuffa con un altro.
Questo episodio è uno spaccato di vita quotidiana, della fatica del vivere insieme e della nostra capacità di ascoltare o vedere “l’altro”. La nostra è una società che frammenta interiormente le persone creando solitudine e malattia. C’è una solitudine che può essere l’inizio di una riflessione su se stessi nel tentativo di capirsi, di armonizzare e fare unità dentro di noi, ma c’è anche una solitudine impregnata di “fantasmi”, di ricordi e di esperienze passate e lontane nel tempo. Restano lì, e non trovano pace. Spesso questi fantasmi si coalizzano dando vita a malattie della psiche o dell’anima. Il volto di quel uomo era deforme, non deve essere facile portare tutta la vita un volto simile, che attrae negativamente gli sguardi e i giudizi spesso inespressi delle persone superficiali. Come può reagire una persona umana sottoposta continuamente agli sguardi, vissuti come giudicanti, delle altre persone? Quale dolore e sofferenza e quale frammentazione interiore e lacerazione dell’anima si nasconde dentro quella persona? Ero seduto di fronte a lui, molto vicino, ma stavo attento a non entrare irrispettosamente nella sua distanza personale, di guardarlo normalmente. Il nostro aspetto esteriore gioca un ruolo a volte determinante nelle nostre relazioni. Ci fa sentire accettati o rifiutati. Lo sguardo e il tocco diventano significativi e possono esasperare i fantasmi interiori finendo per portare alla malattia psichica.

Qualche volta mi chiedo chi sia “normale”. E poi, cosa significhi essere “normale” in questa società. L’accelerazione, l’eliminazione del tempo e dello spazio grazie alla globalizzazione ed Internet possono essere causa di mali psichici.

Siamo immersi nel cambiamento e non ci sono fondamentalmente proiezioni sul futuro. Si avvertono le nostalgie dei “vecchi”, con un modello di passato spesso idealizzato. Nonostante anche il passato fosse pieno di contraddizioni e di sofferenze.

Io appartengo al secolo scorso. Speravo di diventare un uomo del Terzo Millennio, di avere il cuore e la mente aperta per capire il “nuovo” che avanzava. Speravo di capire la nuova società con le sue cose belle e brutte. Confesso che faccio fatica. Cosa significa essere uomo oggi e anche prete. Avverto come il “mio mondo” clericale abbia la nostalgia di tempi passati e senta il bisogno di restaurazione. Vuole tornare “all’antico”, al tempo delle presunte certezze, delle cose chiare e distinte. Eppure c’è stato un Concilio Vaticano II, da tutti invocato ma fondamentalmente tradito.

Sono contento di vivere questi anni perché mi obbligano a riflettere e ad aprirmi. Credo che sia estremamente importante vivere all’interno della storia, vivere la propria vita non negli uffici e nei castelli, dove si elaborano verità lontane dalla vita della gente. Ma vivere la lotta quotidiana dei poveri, di quelli che non sanno come arrivare a sera. Vivo nel mondo dell’immigrazione con i suoi aspetti negativi e positivi, frammentato socialmente e religiosamente dove bisogna continuamente aprire dialoghi e non barriere e far si che le persone stiano meglio, dando loro speranza. Entriamo in crisi quando ciò che facciamo non ha più senso, quando la nostra vita perde di significato. Essere vicini alla gente, alle loro sofferenze, da significato alla nostra vita.

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