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    Aumenta il numero dei malati di cancro nel tra gli immigrati.

    Morire di Cancro a Castel Volturno

    Gli immigrati vengono dai paesi dell'Est Europeo portandosi, a volte, il loro carico di malattia e sofferenza.
    7 settembre 2004 - P.Giorgio Poletti
    Fonte: Missionari Comboniani Castel Volturno

    Morire di cancro a Castel Volturno

    E’ come un salto indietro nel nostro passato, ad antichi ricordi del dopoguerra, quando generazioni di donne giovani e non più giovani lasciavano le loro regioni per i lavori stagionali come la “risaia”. Lasciavano la loro casa, spesso i figli per fare la campagna del riso. Andavano verso il Nord, che per molte donne del tempo rappresentava la speranza di guadagnare un po’ di soldi. Venivano alloggiate in capannoni, in gruppi, una branda per dormire, il rancio a mezzogiorno e spesso dovevano sottostare alle angherie dei padroni che sfruttavano la loro debolezza e il loro bisogno di un po’ di denaro e anche la loro solitudine. Quello che è successo a noi, alle nostre donne: l’umiliazione e il sopruso sta succedendo ancora oggi. Essere donna in una cultura come questa basata sul denaro e sul potere è una debolezza. La donna deve chiedere, deve sottostare e allora può solo usare quello che ha: la sua bellezza, il suo corpo… E i nostri uomini impazziscono per queste bellezze diverse, bionde, alte, non sono abituati a questo genere di donna… Chiesa Parrocchiale di Castel Volturno E’ un’invasione di polacche, ucraine, con il loro carico di sofferenza, le loro storie passate. E’ la migrazione della sofferenza. La maggior parte di loro sono lavoratrici e dedicate alla famiglia e stanno facendo sacrifici per un figlio, una figlia che ha bisogno di medicine o di studiare…e per questo si sottopongono ad ogni sacrificio.
    E con loro portano anche la malattia, questa realtà che ci accomuna tutti rivelando che abbiamo tutti uno stesso destino indipendentemente dalla nazionalità, dal denaro e dalla ricchezza…
    In questi giorni, una caposala della clinica PinetaMare, parlando di alcuni casi di cancro senza speranza, faceva l’ipotesi della ormai famosa nube tossica di Cernobyl che ha avvelenato e distrutto intere generazioni di ucraini. In questa migrazione della sofferenza queste persone ferite nel corpo e nello spirito le abbiamo qui con noi. Io, a volte sono “tardo” non mi rendo conto, poi incontro sulla mia strada qualche laico, qualche cristiano che mi mette davanti alla sofferenza e allora scatta dentro di me la chiarezza. Perché anch’io sono tentato di essere un professionista, sono tentato di avere una scorza dura se non altro per difendermi quando le emozioni diventano troppo forti e corro il rischio di frantumarmi. Le ultime persone operate di cancro, diagnosticate in clinica PinetaMare mi hanno scosso. Ho capito che c’è un impegno veramente importante da mettere in atto davanti a queste tragedie umane. I medici-chirurghi che le hanno operate hanno constatato la loro impotenza ad intervenire. Perché anche i chirurghi si sentono impotenti, perché anche loro penso che nascondino i loro veri sentimenti di impotenza, perché anche loro soffrono davanti ad una vita umana destinata a finire tragicamente. Davanti al male, al cancro incurabile che si è sviluppato in maniera spaventosa nell’organismo, tutti sentono l’impotenza. Allora che cosa fare? Sembra quasi che il male incurabile, la fine prossima, i mesi o i giorni contati tolgano al malato la sua dignità di persona umana facendo di lui un peso e un problema per tutti. Questi ammalati sembra quasi che diventino inutili, e spesso pensano di essere d’ingombro per gli altri. Allora si finisce in un angolo, in una stanza quasi abbandonati. Tanto non puoi più far niente per lui. Ci sono altri ammalati che entrano, altri da operare, occorre il posto e anche questo è vero. Sono questi sentimenti umani di cui non dobbiamo vergognarci: c’è la nostra incapacità di affrontare il male, c’è la paura che capiti a noi la stessa cosa.
    La stessa società è impotente davanti a queste situazioni che vanno aumentando in maniera vertiginosa. Chi ha parenti vicini, qualcuno che lo ama, può avere la speranza del malato di finire la propria vita tra persone amate che lo aiutino a compiere l’ultimo gesto umano… I nostri immigrati con il male incurabile spesso non hanno parenti, amici, vicini in questa situazione… gente della loro terra. Il Signore manda sempre qualcuno, un “angelo” che in una certa maniera diventa “Buon Samaritano”. E’ il caso di qualche italiano che si è dedicato all’ultima malata.
    Questi immigrati incurabili al di la dell’isolamento affettivo nel quale si trovano rivelano soprattutto l’incapacità delle strutture ospedaliere, dell’assistenza medica, della mancanza di progettualità…, “il dopo”.
    O li si dimette sapendo che moriranno…dopo un po’, oppure si cerca di inviarli a casa, almeno moriranno nella loro patria tra i famigliari. Per questo le buone infermiere e i medici si danno da fare ad organizzare collette per il viaggio di ritorno senza speranza…dell’immigrato ammalato. E’ questo un gesto d’amore e bisogna ringraziare queste infermiere e medici ma il problema non è questo.
    La struttura medica assistenziale deve prevedere dei cammini, dei percorsi, delle istituzioni ospedaliere che accompagnino queste persone in maniera professionale, oncologica e umana. Mi viene da pensare che siamo molto indietro in questa regione e in tutta Italia perché mancano queste strutture, ma soprattutto manca l’idea, la progettualità. (In alcune regioni c’è un piccolo abbozzo). Assistere queste persone in piccole comunità-famiglia aiutate da un punto di vista medico e umano, prepararsi a morire. Tanti hanno vissuto da poveracci, soffrendo tutta la vita, la sorte non è stata loro favorevole e finiranno per morire da cani nell’incapacità di un’assistenza medica e umana degna.
    Anche una clinica deve valutare le cose in maniera economica, valutare spese ed entrate, ma può correre anche il rischio di diventare un albergo del malato, uno di quei luoghi dove tutto viene valutato dal denaro che si ha e si può spendere… Questa non è più una clinica, un ospedale. Si è persa di vista l’umanità e la persona sofferente, si sente solo parlare di prezzi. Quand’ero bambino, dopo la guerra, mi ricordo che c’era la mortadella da 45 lire, da 60, da 75, 90 e 120 lire… Attenzione che fra poco avremo l’oculista da 45, da 60…ecc Euro..
    E’ facile trasformare un ospedale in una catena di montaggio, dove si lavora in serie, si opera uno, fuori uno dentro l’altro…. Poi alla fine tutti, a partire dai chirurghi, perdono quella capacità di vedere la persona e si riducono a vedere solo la malattia o il tumore… a meno che tu non sia raccomandato. Perdiamo tutti qualcosa, perdiamo tutti un po’ di noi stessi. Io penso che ogni volta che mi fermo davanti alla sofferenza di una persona e la rispetto e la difendo è come se lo facessi per me e nessuna persona deve diventare per me un caso, la persona malata è un arricchimento, mi da la sua vita, mi fa diventare più umano, in questo faticoso cammino per imparare ad amare.
    Ecco perché dobbiamo trovare una risposta alle persone che soffrono di cancro incurabile, ecco perché dobbiamo trovare una risposta ai casi di mali incurabili dei poveri. Mi ha sempre colpito molto sapere che il genio della musica Mozart, senza assistenza medica, è finito dopo morto in una fossa comune…mentre tanti “immortali” che hanno seminato lutto e rovina hanno monumenti e mausolei. La vita è così e non mi scandalizzo, ma non posso accettare che sia così! Dobbiamo pensare a come accogliere e seguire con pienezza di trattamento i malati incurabili. Non si può interessarsi solo di quelli che si possono permettere camere e appartamenti lussuosi e con l’ostentazione della loro ricchezza anche nella malattia sono un “peccato” davanti a Dio e agli uomini. Non può l’istituzione cadere in questo tranello di favorire i ricchi. Il medico e l’ospedale se rifanno la loro storia le origini riscoprono di essere per gli ultimi e per quelli che non hanno beni e non possono.
    Dobbiamo assistere questi malati terminali…con cuore rinnovato, sono loro che ci salvano dalla nostra durezza e paura di voler bene.

    Padre Giorgio Poletti

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