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La fine dell’impero americano Le alternative per un nuovo ordine mondiale.

Conferenza del prof. Johan Galtung all'Università degli Studi di Foggia (28 giugno 2004).
17 marzo 2006 - Johan Galtung (Norvegese, è fondatore dell’International Peace Reserch Institute, docente di Studi sulla Pace all’Università delle Hawaii, direttore di Trascend, un programma dell’ONU per la trasformazione nonviolenta dei conflitti, Premio Nobel alternativo per la Pace)
Fonte: Il grido dei poveri, mensile di riflessione nonviolenta

Foto del prof.  Johan Galtung

Il mondo ha molti problemi. Un problema ha un nome ed è l’impero degli Stati Uniti.
Nel novembre 2002 il Times ha fatto un’inchiesta mondiale su quale sia il paese che costituisce la minaccia più grande alla pace mondiale. L’84% ha risposto gli Stati Uniti, l’8% l’Iraq, 7% la Corea del Nord.
Dopo l’eccidio a New York e Washington dell’11 settembre 2001, Zoltan Grossman fece circolare una lista, basata su Documenti del Congresso e sulla Biblioteca del Servizio di Ricerca Congressuale, in cui emergevano 133 interventi militari USA nell’arco di 111 anni, dal 1890 al 2001. La media per anno è di 1,15 prima e 1,29 dopo la Seconda Guerra Mondiale. E dopo la fine della Guerra Fredda, nel 1989, un forte aumento a 2,0, compatibilmente con l’ipotesi che le guerre aumentano col crescere degli imperi, con più privilegi da proteggere, più agitazioni da reprimere, più rivolte da annientare.
Foto di Runsfield Dopo il 1945 gli USA hanno effettuato 70 interventi militari nel mondo (70° ad Haitii, 69° in Iraq, 68° in Afghanistan, 67° in Jugoslavia...). Con questi interventi militari, gli Stati Uniti hanno ammazzato 12-16 milioni di persone. E’ il paese che protegge un sistema che, con la violenza strutturale, ammazza 100 mila persone ogni giorno (25 mila di fame, 75 mila di malattie totalmente evitabili). Questo paese appoggia un sistema che non dovrebbe sopravvivere.
La sofferenza totale è enorme: le vittime, i deprivati, la natura danneggiata dalla costruzione di un impero fondato sullo sfruttamento economico di altri paesi, usando la violenza diretta ed indiretta, dichiarata (Pentagono) e segreta (CIA) con aiuti dichiarati e segreti dagli alleati USA. Il risultato è la struttura di una classe internazionale che alimenta i gap tra paesi poveri e paesi ricchi, tra gente ricca e gente povera.
Non c’è alcun segno di scontro tra civiltà, ne alcun segno di espansione territoriale. ma c’è un enorme zelo missionario, un’enorme autogiustificazione.
L’aumento delle violenze arriva con il cambiamento del bersaglio della civilizzazione:
Fase I - Asia dell’Est, confuciano-buddista.
Fase II - Europa dell’Est, cristiana-ortodossa
Fase III - America Latina, cattolica cristiana
Fase IV - Asia dell’Ovest, Islam

Nella prima fase il focus era sulla gente, in Corea, a Sud e a Nord, che voleva la riunificazione della sua nazione, e sui poveri contadini del Vietnam che volevano l’indipendenza. Nella seconda fase ci fu la guerra fredda per contenere il comunismo. Nella terza fase i bersagli furono la povera gente, piccole popolazioni indigene supportate dagli studenti “maoisti”. Nella quarta fase, che domina il quadro di oggi, il focus è sui movimenti e paesi islamici; la Palestina ne è un importante esempio.
Possiamo notare come sempre gli Stati Uniti supportino quelli che favoriscono la crescita e gli affari USA e lavorano contro coloro che danno maggiore priorità alla distribuzione e ai bisogni fondamentali dei più bisognosi.
Un mondo crudele costruito sul commercio mondiale diretto dagli Stati Uniti e sostenuto dal potere militare USA e dai governi alleati e spesso da popolazioni che beneficiano delle risorse e dei prodotti alimentari a buon mercato.
La novità di questa quarta fase ha a che vedere con la religione. L’Islam è interessato al peccato, alla colpa e all’espiazione, come il cristianesimo. Ma esso non mette Dio e il suo paese, e in particolare “Il paese di Dio”, gli USA, più in alto di Allah e i suoi paesi, e in particolare la terra santa di Allah, l’Arabia Saudita.
Un Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite con un nucleo di 4 paesi cristiani e uno confuciano ha scarsa autorità nell’Islam. La vera resistenza avverrà nella quarta fase con una nuova Pearl Harbor che molti vedranno come l’inizio di una lunga Terza Guerra Mondiale. Di questo non siamo certi. Ma una cosa è certa: chiunque sia stato sorpreso dall’11 settembre è un ignorante o ingenuo o entrambi. Al terrorismo di Stato degli USA, profondo e senza limiti, il terrorismo contro gli USA offre una risposta che non dovrebbe sorprendere. Dopo i 12-16 milioni di morti del terrorismo USA, nessun atto di vendetta risulta inconcepibile.
Il messaggio positivo è che gli imperi vengono, gli imperi vanno. Nessun impero dura per sempre, prima o poi tutti spariscono.
L’impero per definizione è un sistema sconfinante Centro-Periferia, nel macro-spazio e nel macro-tempo, caratterizzato da un insieme di attacchi militari, dominazione politica, sfruttamento economico e penetrazione culturale. Un impero ha diversi aspetti. L’impero statunitense ha una configurazione completa, articolata che non può essere ricondotta alla sola dimensione economica.
Una conferma di questa teoria viene da un rapporto di pianificazione del Pentagono che descrive lo scopo dell’esercito degli Stati Uniti: “Il ruolo di fatto delle Forze Armate è quello di rendere il mondo sicuro per i nostri interessi economici e per la nostra offensiva culturale. Per questo scopo avremo un numero non trascurabile di assassini”. In altre parole, violenza diretta per proteggere la violenza strutturale, legittimata dalla violenza culturale.
Credo che nel 1992 gli Stati Uniti siano diventati lo stato più violento nella storia mondiale e abbiano superato l’impero romano nel numero di guerre combattute, divenendo l’impero più grande della storia, con al Centro il continente USA e come periferia la gran parte del mondo. Ma questo non nella visione che l’occidente ha degli Stati Uniti.
Per quanto detto, io amo la Repubblica degli Stati Uniti, ma detesto l’impero. Questo è totalmente possibile. Occorre usare entrambi gli emisferi cerebrali, anziché uno solo. Non è un discorso antiamericano, ma anti-imperialismo americano, a causa delle enormi periferie sofferenti dentro e fuori la Repubblica USA. La mia è anche una inclinazione pro Repubblica a motivo dellla creatività geniale e generosità del popolo americano. L’appellativo “anti-americano” non fa alcuna distinzione tra USA Repubblica ed impero USA.
Come ogni sistema, l’impero ha un ciclo di vita che ricorda un organismo: concepimento, gestazione, nascita, infanzia, fanciullezza, adolescenza, maturità, senescenza e morte.
Nel 1980 ho sviluppato una teoria sulla fine dell’impero dell’Unione Sovietica, che aveva come fondamento la sinergia delle contraddizioni sincronizzate. Questa sinergia produce la demoralizzazione delle èlite. Nell’impero romano occidentale questo è avvenuto nel 476 d.C. Per l’impero sovietico nel 1991, per l’impero britannico negli anni ’60.
Nel 1980 ho fatto la predizione del crollo dell’impero sovietico entro 10 anni, preceduto dalla caduta del muro di Berlino. Il crollo dell’impero sovietico è avvenuto due mesi prima della mia predizione, nel novembre 1989.
La teoria del crollo dell’impero sovietico ha come base la sinergia delle contraddizioni simultanee. Nell’Unione Sovietica avevo riscontrato una sindrome di sei contraddizioni sincronizzate:
1. Contraddizione tra l’Unione Sovietica e gli Stati satellite;
2. tra la Nazione Russa e tutte le altre nazioni dell’impero;
3. tra le aree rurali ed urbane;
4. lo sfruttamento primario tra borghesia socialista e proletariato socialista;
5. tra liquidità e mancanza cronica di beni di consumo;
6. tra mito, diffuso dalla massiva propaganda sovietica, e realtà.
E’ possibile per un sistema militarizzato controllare una contraddizione, attraverso l’uso della forza armata, perché non degeneri in una crisi irreversibile, ma quando tutte le contraddizioni crescono e si sviluppa una certa sinergia tra esse l’unica alternativa è il cambio del sistema. Il meccanismo della caduta dell’impero sovietico non fu l’esplosione di una guerra, bensì il piagnucolio e la demoralizzazione delle elites, che divennero corrotte, alcolizzate, supernutrite e talvolta maniache dell’ego.
Attualmente gli Stati Uniti hanno quindici contraddizioni, che non intendo discutere in questa sede, perché sarebbe troppo lungo e complesso.
Nel 1999 ho predetto il crollo dell’impero americano nel 2025. E’ venuto al potere il presidente George W. Bush, e ho ridotto questa previsione di 5 anni. Nella teoria dei sistemi ciò puo essere definito come un acceleratore, che ha come base non soltanto arroganza ed ignoranza, ma anche una stupidità incredibile.
Ora c’è da attendersi il declino e la caduta dell’impero americano. Come per ogni cosa umana, la domanda è cosa, perché, come, quando, dove, da chi, per mezzo di chi, contro chi.
- cosa: al di sopra dei quattro ineguali, non sostenibili modelli di scambio;
- perché: perché causano insostenibile sofferenza e risentimento.
- come: attraverso le sinergie nella maturazione sincronica delle 15 contraddizioni, seguita dalla demoralizzazione del sistema delle élite.
- quando: entro una struttura temporale di, diciamo, 20 anni a partire dal 2000 (più o meno settembre 2020).
- dove: dipende dal livello di maturazione delle contraddizioni.
- da chi: gli sfruttati/deprivati/dominati/alienati, i solidali, quelli che combattono l’impero USA.
-contro chi: gli sfruttatori/assassini/dominatori/alienatori e quelli che sostengono l’impero degli USA, a motivo dei benefici che ne ricavano.

Si ipotizza che il declino e la caduta dell’impero USA non implicherà il declino e la caduta della Repubblica USA. Al contrario, sollevati dal fardello del controllo e del mantenimento dell’impero, quando si supererà la logica dei guadagni e dello scambio iniquo, si potrà giungere al rifiorire della Repubblica USA.
Non c’è predizione di un disastro economico per la Repubblica USA, nella scia del declino e caduta del sistema per “rendere il mondo più sicuro per la nostra economia ed aprire all’assalto culturale”, così come credono (ancora) i marxisti affermando che l’edificio dell’impero possa essere ridotto all’avidità economica soddisfatta dalla evidente iniquità. Ma questa è solo una componente di una complessa sindrome imperiale con elementi che attraggono e respingono differenti nicchie nella società e negli individui.
Il caso dell’Inghilterra indica che un impero può divenire un peso. Il declino dell’impero cominciò molto tempo prima, ma la caduta del gioiello della corona, l’India, dovuta ad una combinazione di lotte nonviolente (Gandhi) e violente, e l’incompatibilità dell’imperialismo con la Dichiarazione Atlantica, furono decisive. L’impero si annientò molto rapidamente, in un periodo di 15 anni, a partire dal 1947.
Dopo il crollo dell’impero inglese, l’economia inglese rifiorì, oggi l’Inghilterra è più ricca che mai nella storia. Oggi il 70% della popolazione americana vive in condizioni socio-economiche peggiori che nel 1990, mentre le spese militari del Pentagono crescono ogni anno. Un rapporto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità sottolinea che il popolo americano è caratterizzato dall’incidenza di ansietà più alta del mondo. La metà soffre di ansia cronica. Non avrebbero alcuna ragione di essere ansiosi. Sono ansiosi perché hanno paura delle ritorsioni per ciò che loro stanno facendo nel mondo. L’unica soluzione è rappresentata da un processo di verità e riconciliazione. Benvenuti USA.

Le alternative per un nuovo ordine mondiale

Stati Uniti
Per illustrare quali possono essere le possibili alternative all’impero statunitense, iniziamo un giro geopolitico mondiale partendo proprio dagli Stati Uniti.
Fra quindici/vent’anni un presidente degli Stati Uniti potrebbe dire: “cari americani, sono giunto alla conclusione che è inevitabile per il bene della nazione e del mondo ordinare il ritiro di tutte le truppe degli Stati Uniti presenti all’estero ed eliminare le 512 basi militari in territorio straniero. Inoltre ridurremo la nostra attività economica quando incontriamo resistenze e contrarietà nelle popolazioni locali e parteciperemo nelle Nazioni Unite come un paese con gli stessi diritti e doveri degli altri e non più come una nazione dominante.
Nel caso di un presidente così illuminato è facile prevedere un colpo di stato fascista e reazionario, per riaffermare l’impero USA, come quello sfiorato nel 1932-33 durante la presidenza Roosvelt. Il generale che i capitalisti avevano scelto per fare le cose sporche, invece di fare il golpe, si recò dalla stampa.
Il popolo americano indulge nella rappresentazione di se stesso come popolo eletto mandato da Dio, con il mondo come terra promessa.
Una delle sfide che attende gli USA è quella di avviare un processo di verità e riconciliazione e di recuperare il valore dell’eguaglianza e capire che sulla terra non esistono popoli scelti. Apparteniamo tutti allo stesso pianeta e il modo migliore per affrontarne i problemi è quello di lavorare insieme con una azione politica dei popoli riuniti dalle Nazioni Unite, non però dominate da un’unica superpotenza e neppure dal Consiglio di Sicurezza dei “poteri grandi”.
Nelle conferenze che tengo negli Stati Uniti spesso faccio vedere la lista dei settanta interventi militari americani accennati prima: mi accorgo che è grande l’ignoranza su questi temi nel popolo americano. Da questo esempio si comprende come gli americani non abbiano capito quasi nulla dell’11 settembre. Essi non hanno colto il nesso strettissimo tra economia, violenza strutturale, diretta e guerre.

America Latina

Il rinnovamento degli Stati Uniti, dopo 94 interventi militari USA subiti da questo continente dal 1804, sarebbe vissuto in America Latina come una liberazione. La mia predizione di un possibile percorso è la creazione di un futuro Stati Uniti dell’America Latina, ma senza la bomba atomica. Sono in tanti che stanno lavorando su questo progetto.

Europa Occidentale

Sono possibili due scenari:
Scenario A - L’Unione europea succede all’impero Stati Uniti.
Un eventuale impero dell’Unione europea si autodefinirebbe come “impero gentile”.
Il processo di rinsaldamento dei rapporti nei paesi dell’Unione Europea rappresenta una grave minaccia per gli Stati Uniti. Essi temono soprattutto l’affermazione dell’euro nelle economie nazionali e negli scambi internazionali. Sono terrorizzati all’idea che il petrolio venga pagato non più in dollari ma in euro. Il primo capo di stato a dare corpo alle paure degli americani, manifestando l’intenzione di accettare transazioni di petrolio in euro è stato Saddam Hussein. Questa è stata una delle ragioni principali per l’invasione dell’Iraq.
Nell’Unione Europea dei 15 ci sono state 11 nazioni dal passato coloniale.
L’Italia, nel 1911 in Libia, è stata la prima nazione, nella storia mondiale, ad usare il terrorismo di stato con bombardamenti aerei, sterminando donne e bambini nel deserto. Anche per l’Italia, come è avvenuto in Germania, c’è bisogno di un processo di verità e riconciliazione che parta dalla riscrittura dei libri di storia nelle scuole.
Guardo con apprensione al peso genetico del passato coloniale europeo e della tendenza dell’Europa a presentarsi come un contrappeso, come alternativa imperialistica agli USA. E’ importante lottare contro questa idea pericolosa.

Scenario B - L’idea di Unione europea pacifica di Prodi.
L’Europa utilizzerebbe l’esercito solo per mantenere la pace, non per fare interventi militari aggressivi e sempre sotto l’egida delle Nazioni Unite.
L’Europa deve essere il motore per una riforma in senso democratico delle Nazioni Unite. L’Europa sarà facilitata in questo compito dal probabile ingresso nell’Unione della Turchia, che può costituire un ponte comunicativo tra mondo occidentale e nazioni islamiche per avviare un dialogo di pace.
Per l’Europa è anche necessario intrattenere buone relazioni con una Unione Russa riformata, in cui alla Cecenia spetti una reale autonomia nella federazione Russa, simile ai rapporti che intercorrono tra Lussemburgo ed Unione Europea.
Se si realizzasse uno scenario così delineato l’Europa si aprirebbe a rapporti più sereni con il mondo musulmano e con le nazioni cristiano-ortodosse.

Medio oriente

Foto di bambini per strada

Uno scenario che veda Israele come parte di una alleanza dei popoli scelti è impossibile. Gli Arabi dicono che non hanno sottoscritto il patto tra Jahvé ed Abramo in merito alla terra promessa, nè ci sono testimonianze in merito.
Non credo nella soluzione a due stati (due popoli, due stati), per una ragione molto semplice: Israele è troppo forte mentre la Palestina è troppo debole e questo è confermato dalle risoluzioni dell’ONU 242 e 338. C’è una teoria del bilancio di pace e non solo del bilancio di guerra.
La pace in Europa occidentale non è stata fatta con un patto tra Germania e Lussemburgo. Hanno posto cinque stati (Olanda, Belgio, Lussemburgo, Italia e Francia) che fungessero da contrappeso alla Germania.
Esportare questo modello federativo in Medio oriente mi sembra una idea praticabile.
Io auspico la formazione di una comunità in Medio Oriente ad imitazione dell’Unione Europea. Una comunità mediorientale con la Palestina riconosciuta, Israele, Libano, Siria, Giordania ed Egitto. Credo che l’unione di questi cinque paesi possa rappresentare un adeguato contrappeso alla potenza di Israele. Dopo quasi mille anni di contrapposizioni è tempo che l’intera regione apra i suoi confini alla libera circolazione delle persone e delle merci e fiorisca la sinergia e cooperazione economica tra le diverse culture mediorientali. Gli Stati Uniti si oppongono a questo progetto perché vogliono utilizzare Israele come testa di ponte per il loro dominio in Medio Oriente.
Durante i numerosi seminari tenuti da me in Medio Oriente ho capito l’importanza di bypassare i governi con una azione propositiva dal basso che coinvolga le persone e la società civile, per progettare insieme lo scenario nuovo della pace in Medio Oriente, mettendo da parte i rancori, le rivalità e le rivendicazioni del passato.
Invitare la gente a dialogare sul futuro della regione e definire l’immagine che ognuno ha del Medio Oriente pacificato funziona. Più volte ho visto la speranza negli occhi lucidi, commossi delle persone che esponevano le loro idee costruttive per un futuro di pace.
I 56 paesi musulmani desiderano una Unione musulmana. L’occidente vede con estrema preoccupazione questa eventualità. L’Europa ha il diritto di sognare l’Unione Europea e dire no ai musulmani, che cercano di realizzare lo stesso sogno?

Africa

L’Africa è il continente dove il peso degli Stati Uniti non è rilevante. Qui l’influenza dell’Unione Europea gioca un ruolo importante. In questo continente vedo la possibilità della creazione di una Confederazione Bioceanica comprendente Ruanda, Burundi, Tanzania, Uganda, Congo Brazzaville e Repubblica Democratica del Congo, con confini relativamente aperti che spazino dall’Oceano Atlantico all’Oceano Indiano. Una Confederazione con una strada e una ferrovia comune non costruita dagli europei, perché in Europa si pensa solo in termini Nord-Sud (ed è un crimine geografico). In Africa c’è un forte bisogno di relazioni Est-Ovest.
Al contempo, c’è da lavorare per sostenere un processo che porti all’unità africana, che Stati Uniti ed Europa vedono con scetticismo. Gli occidentali, però, non hanno alcun diritto di mantenere le divisioni, abbiamo invece il dovere della verità e del risarcimento verso queste popolazioni lungamente sfruttate dalla colonizzazione europea.

Cina-Giappone-Corea-Vietnam

Alla scomparsa dell’impero degli Stati Uniti prevedo la crescita immediata di una Unione di nazioni in Asia orientale, una comunità di paesi confuciani e buddisti: Cina, Giappone, Corea e Vietnam. Un miliardo e 500 milioni di persone che lavorano moltissimo e muovono un’economia dall’elevato tasso di crescita.
Gli Stati Uniti temono che questa comunità possa migliorare ulteriormente i rapporti con l’Unione Europea e stanno facendo tutto il possibile per evitarlo.

Cina, India e Russia

Cina, India e Russia rappresentano lo scenario più delicato e drammatico del mondo odierno, non conosciuto dalla maggioranza dell’opinione pubblica mondiale. In questa zona gli americani stanno preparando la Terza Guerra Mondiale.
I piani geopolitici del Pentagono si ispirano ad un famoso slogan del 1904 scritto dall’inglese McKinder: “Chi domina l’Europa orientale, domina l’Asia centrale; chi domina l’Asia centrale domina l’isola mondiale (Europa, Asia ed Africa); chi domina l’isola mondiale domina il mondo”. E’ evidentemente una follia, ma ha avuto una influenza incredibile sulla politica americana ed è presa attualmente in grande considerazione da Washington, divenendo lo scopo esplicito del Pentagono dal 1975.
Il documento più importante della pianificazione geopolitica imperialistica statunitense è denominato JCS570/2. Provate a chiedere il testo al Ministero degli Esteri USA o all’Ambasciata americana in Italia. Sorpresi vi chiederanno: “Non siete forse stati visitati dal professore Galtung?”.
Il documento risponde all’interrogativo, posto dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale dal presidente Roosvelt, sulla politica americana successiva alla conclusione della Guerra. I militari stabilirono che l’esigenza primaria era di rendere il mondo sicuro per i commerci americani. Per garantire ciò si individuarono tre aree geografiche di influenza strategica: l’Europa occidentale, l’America Latina del nord e l’Asia orientale. A questo scopo furono sottoscritti tre trattati militari: la Nato per l’Europa occientale, l’Ampo per l’Asia orientale e il Tiap per l’America Latina.
Cina, Russia ed India, i tre paesi più grandi del mondo che costituiscono il 40% della popolazione mondiale, si collocano nel mezzo dell’espansione della Nato ad ovest e dell’Ampo ad est. Gli Stati Uniti stanno costruendo nuove basi militari nelle regioni islamiche dell’ex-Unione Sovietica. Questa situazione probabilmente porterà i tre paesi a stabilire un accordo per il controllo comune dell’area asiatica.
La cosa incredibile è che l’opinione pubblica è completamente all’oscuro di tutto ciò, perché sulla stampa è assente un dibattito su queste strategie internazionali.

Iraq ed Afghanistan

Ci sono altri progetti. Per esempio la creazione di una comunità musulmana in Asia centrale. Un progetto di Afghanistan federale e di un Iraq federale. Occorre pertanto abbandonare l’illusione occidentale di voler creare un Iraq ed un Afghanistan unitari. E’ un’idea impossibile. Sia l’Iraq che l’Afghanistan non esistono come stati unitari. E’ invece possibile un modello federale, perché in Afghanistan convivono almeno dodici nazioni differenti, in Iraq quattro (sunniti, sciiti, turcomanni e curdi).

Democratizzazione delle Nazioni Unite

Foto bandiera ONU

Come è possibile gestire questa difficile situazione mondiale? E’ impossibile dare delle risposte positive senza una profonda riforma delle Nazioni Unite. Auspico, in un lasso di tempo di cinque o dieci anni, tre riforme delle Nazioni Unite.
1) La prima riforma riguarda l’abolizione del diritto di veto dei membri del Consiglio di sicurezza. E’ un sistema feudale molto distante dal mondo moderno che paralizza le decisioni delle Nazioni Unite. Se i cinque membri del Consiglio di Sicurezza non possono vivere nelle Nazioni Unite senza esercitare il diritto di veto, allora la soluzione più ragionevole è che escano dall’ONU e fondino un’altra organizzazione dei cinque poteri grandi.
2) L’espansione del numero dei membri del Consiglio di sicurezza a 54 stati, che è esattamente il numero degli stati che compongono il Consiglio economico e sociale, un’organizzazione che dirige le agenzie speciali e ha dato numerose prove di buon funzionamento. Un Consiglio di Sicurezza composto da quattro stati di religione cristiana e uno confuciano è un assurdo, una ingenuità incredibile in un mondo con 56 stati musulmani. Noi chiediamo ai musulmani l’obbedianza a questo stato di fatto
3) Eliminazione dell’articolo 12/A della Carta delle Nazioni Unite, in cui si afferma che l’Assemblea Generale non ha il diritto di approvare risoluzioni sui temi di competenza del Consiglio di Sicurezza.
4) Il processo di democratizzazione dell’ONU deve prevedere la riforma del suo Parlamento prevendendo il diritto per ogni paese ad un un rappresentante ogni milione di cittadini, con elezioni democratiche, segrete e regolari. Nessun paese ha il diritto di inviare una delegazione nominata dal governo. La nuova composizione di un’Assemblea Generale ONU veramente democratica sarebbe composta da 6 mila partecipanti: da 1.250 cinesi, 1.000 indiani, 275 statunitensi, 190 russi, 60 italiani, 9 svedesi, ecc.. La grande novità è che i rappresentanti non sarebbero nominati dai governi, bensì eletti dai cittadini delle varie nazioni. Una Assemblea così composta non avrebbe avallato l’intervento americano in Iraq.
Un simile processo di riforma delle Nazioni Unite è realistico e totalmente possibile.

Signor Presidente, la scelta è vostra!

Foto di George W. Bush con la bandiera americana.

Ho scritto recentemente un testo per una pagina a pagamento del “Washington Post”. Rivolgendomi al Presidente George Bush gli ho scritto: “Signor Presidente, noi siamo contro la politica imperiale degli Stati Uniti ed amiamo il nostro paese per la sua forza, la creatività, la sua generosità. Signor Presidente, desideriamo una politica forte, creativa e generosa in Iraq. E’ soltanto un paese debole che continua una politica falsa, che non funziona. Un paese forte è un paese che sa che questa è una politica falsa e la cambia. Desideriamo una politica di creatività e una autocritica severa per aver lanciato una guerra contro il popolo iracheno al quale si devono rivolgere ufficialmente e pubblicamente le scuse del popolo americano ed un adeguato risarcimento economico per aver ucciso, distrutto e torturato.
Signor Presidente, a voi la scelta! Se avrà il coraggio e la forza del cambiamento radicale della politica americana, il mondo intero e quello musulmano torneranno ad amare gli Stati Uniti e il terrorismo decrescerà. Se la sua scelta andrà verso la continuazione dell’attuale politica aggressiva, il risultato inevitabile sarà sempre più resistenza contro gli Stati Uniti e sempre più terrorismo. Signore, Presidente, ancora una volta, a voi la scelta!”.
Io non sono ottimista e non credo che Bush sceglierà la prima opzione. Il punto è che questo appello non è rivolto solo al Presidente Bush, ma anche al popolo americano. Un popolo forte e generoso, ma con molti lati oscuri. Questa è l’occasione per liberarsi dall’immagine negativa che gli americani hanno agli occhi del mondo e divenire uno stato uguale agli altri 191 membri delle Nazioni Unite, con cui collaborare per creare un mondo migliore.

Johan Galtung

Johan Galtung al termine dalla conferenza tenuta all'Università di Foggia.

(Il testo non è stato rivisto dall'autore)

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