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Riflessioni a staffetta sulle feste patronali.

FESTA

La festa autentica deve mettere da parte gli aspetti mitologici o superstiziosi, annunciando rapporti nuovi tra gli uomini, perché un’altra società è possibile, e la salvezza non sta in un rapporto individuale con Dio, ma in relazioni nuove e in strutture sociali rinnovate che permettano agli uomini di salvarsi tutti insieme. Perciò è necessario che il vecchio modo di vivere la festa sia superato, eliminando la grettezza di certe pratiche arcaiche e rigettando il moderno spreco consumistico che la soffoca, rivolgendosi a vivere il giorno di festa come celebrazione dei valori di nonviolenza e di solidarietà, aperti a vivere una nuova socialità, l’apertura fraterna alla realtà di tutti.
13 febbraio 2007 - Rocco Altieri (Professore di Teoria e Pratica della Nonviolenza all'Università degli Studi di Pisa.)

Difesa Popolare Nonviolenta

L’impegno della Casa per la Nonviolenza di San Ferdinando di Puglia e del suo mensile “Il grido dei poveri” nel promuovere una profonda trasformazione del modo di vivere le feste patronali, ancora oggi molto sentite nel Sud Italia, è stato da me rilanciato l’estate scorsa a Monteleone di Puglia (FG) mio paese di origine, dove ritorno ogni anno in prossimità della festa di san Rocco. Il primo impatto con i compaesani è stato deludente. Ai più è sembrata un’idea balzana, quasi sacrilega, che andrebbe a colpire una tradizione secolare dei nostri nonni, mentre ben altri, sostenevano i miei interlocutori, sono i problemi urgenti di cui occuparsi, per esempio le “minacce” che ci vengono dal mondo arabo.
Ho cercato inutilmente di sottrarmi all’obolo annuale per la festa, diventato come una imposta o una tangente da pagare all’amministrazione comunale, un’aggiunta all’ICI, alla tassa sui rifiuti TARSU, a quella cimiteriale, e ad altri balzelli molto onerosi, richiesti a chi non è più residente, ma che vuole comunque tenere in vita, e non vuole spezzarlo, un legame con la terra e la casa dei propri antenati.
Le pressioni del comitato festa si fanno di anno in anno sempre più insistenti, palesando un’infausta commistione tra il sacro e il profano, dove gli amministratori e i politici ci tengono ad apparire e a farsi vanto di uno spettacolo ben riuscito, ma che in verità lascia molto a desiderare sul piano della proposta culturale.
Ecco il primo atto che sarebbe da modificare con urgenza, il legame del fatto religioso con i personaggi politici, che, in realtà, dovrebbero coltivare durante tutto l’anno il proprio spirito di giustizia e di servizio al povero, senza bisogno di doversi esibire nel giorno della festa, impettiti o in alta uniforme, durante le processione che segue la statua del Santo. Come denunciava il profeta: “Hanno creato dei re che io non ho designati; hanno scelto capi a mia insaputa. Con il loro argento e il loro oro si sono fatti idoli ma per loro rovina. Ripudio il tuo vitello, o Samaria!” (Osea 8, 4-5)
“voglio l’amore e non il sacrificio,
la conoscenza di Dio più degli olocausti.” (Osea 6,6)
Il tema della festa non è banale, perché esso è un punto cruciale per i propositi di riforma religiosa della società. La proposta di un modo diverso di sentire e di vivere la festa fu presente in maniera centrale anche nella riflessione di Aldo Capitini, il maestro italiano della nonviolenza. Come già Durkheim, che nella festa delle tribù indigene dell’Australia vedeva rigenerarsi i valori fondanti di una società, così Capitini era persuaso che una festa autentica debba mettere da parte gli aspetti mitologici o superstiziosi, annunciando rapporti nuovi tra gli uomini, perché un’altra società è possibile, e la salvezza non sta in un rapporto individuale con Dio, ma in relazioni nuove e in strutture sociali rinnovate che permettano agli uomini di salvarsi tutti insieme. Perciò è necessario che il vecchio modo di vivere la festa sia superato, eliminando la grettezza di certe pratiche arcaiche e rigettando il moderno spreco consumistico che la soffoca, rivolgendosi a vivere il giorno di festa come celebrazione dei valori di nonviolenza e di solidarietà, aperti a vivere una nuova socialità, l’apertura fraterna alla realtà di tutti. Ha scritto Capitini: Nella festa noi celebriamo l’éschaton: il futuro è già cominciato, la resurrezione è avvenuta dal principio. (1)
Finché la realtà continua così com'è ora, ecco intervenire la festa che è il grande preannuncio della liberazione finale: La festa è la grande allusione, che possiamo celebrare anche ora, come per indicare una tappa, un preaccenno di una realtà crescente che è la compresenza attuante le liberazioni.(2)
Ai rumori della vita nella festa preferiamo il silenzio, che è preparazione e attenzione. Nell’affetto ai bambini salutiamo la speranza di un nuovo inizio, essi sono davvero i figli della festa. Nella ricerca del bello riconosciamo la possibilità di una realtà trasformata. Nella dedizione della bontà viviamo l'aspirazione a una nuova fratellanza, che accomuna tutti gli esseri, anche i sofferenti, i morti, e per questo nei giorni di festa andiamo negli ospedali e nei cimiteri:
“La compresenza è luce festiva sulla vecchia realtà, è silenzio positivo, apertura nuova, aggiunta indescrivibile”. (3)
“Sulle cose che si vedono giornalmente scende una luce diversa, le attività più grossolane vengono sospese, il lavoro che è la trasformazione della natura ma è anche la fonte del guadagno per continuare la vita, si arresta: non si tratta più di continuare, ma di aprirsi ad una presenza eccezionale che discende, si mostra. Nella festa si trova una ragione più profonda della vita, una solidarietà più salda, un anticipo della liberazione, un'atmosfera in cui ci si purifica, ci si eleva, ci si abbandona. La festa è come l'immagine di una realtà liberata in cui la compresenza si dà una sua corporeità nuova, non quella che si dissolve nella morte”. (4)

Rocco Altieri

www.uomoplanetario.org

Note:

1- A. Capitini, La compresenza dei morti e dei viventi, cit., p. 286.
2- Ibidem, p.286.
3- Ibidem, p. 285.
4- Ibidem., p. 281.

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