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Catania: le mani della mafia sulla festa di Sant'Agata, ma una parrocchia si ribella

Catania, per sette anni Cosa Nostra avrebbe dettato tempi e ritmi della processione e controllato il giro d'affari dei fuochi d'artificio e della vendita della cera.
14 aprile 2008 - Luca Kocci
Fonte: ADISTA

Catania: festa di Sant'Agata

CATANIA-ADISTA. La mafia gestiva la festa di Sant’Agata, patrona di Catania. Ora la Chiesa locale non faccia finta di nulla ma affronti il problema, denunciando le collusioni e rimuovendo ogni tipo di condizionamento.
L’appello arriva dalla parrocchia catanese dei Santi Pietro e Paolo – una delle più attive della città – e dalla commissione “Giustizia e Pace” dei domenicani in Italia alla chiusura di un’inchiesta della magistratura sul controllo che le cosche mafiose avrebbero esercitato dal 1999 al 2005 sulla festa di Sant’Agata. Secondo la procura di Catania, alcune famiglie
mafiose sarebbero infatti riuscite a “penetrare nella manifestazione di maggior valore simbolico per la comunità catanese, con conseguente accrescimento del prestigio criminale dell'organizzazione mafiosa ed affermazione della stessa come uno dei centri di potere della città”. Il controllo sarebbe stato capillare e avrebbe riguardato tutti gli aspetti della festa: la “tempistica dei festeggiamenti (soste della processione, tempi e luoghi dell'esplosione dei fuochi d'artificio, orari del rientro del fercolo in cattedrale)”; la dislocazione delle bancarelle, i cui introiti erano favoriti dalla posizione lungo il percorso della processione stessa; la gestione dei flussi economici sia leciti (dalla vendita della cera alle commesse per i fuochi d'artificio, fino ai compensi per i portatori delle “candelore”, i pesanti ceri di legno portati da gruppi di 6-8 uomini) che illeciti, come le scommesse. A tirare le fila di tutto, il Circolo di Sant’Agata, la cui tessera numero uno era di Antonino Santapaola (nipote del boss Nitto Santapaola), accusato di “associazione mafiosa” insieme ad altre sei persone, fra cui l’ex presidente del circolo Pietro Diolosà. “Come cristiani non possiamo restare indifferenti nel momento in cui veniamo a sapere che questo forte condizionamento violento e mafioso pesa su questa festa che per tutti noi ha una fortissimo significato di fedeltà a Cristo”, si legge nella “Lettera ai cristiani” sottoscritta dalla comunità parrocchiale dei Santi Pietro e Paolo e dalla Commissione “Giustizia e Pace” dei domenicani italiani. “Come cristiani che portano dentro di sé il carico di una memoria ecclesiale, non vogliamo dimenticarci che non c'è testimonianza di fedeltà a Gesù, non c'è annuncio di nessuna festa quando il contesto di questa viene in silenzio gestito, organizzato, asservito dalla volontà di altri che hanno ben altri scopi che quello di annunciare Cristo, nostra pace”. Quindi, prosegue il testo, “vogliamo incoraggiare tutta la Chiesa catanese a riflettere su questa vicenda” e a “non rimuovere l'inchiesta giudiziaria in corso”.
Invitiamo tutti i cristiani “a riflettere su come il condizionamento mafioso incida sulla nostra libertà di testimoniare Cristo, a non lasciar passare dentro le famiglie, le scuole, i quartieri, le parrocchie il messaggio che la mafia è un male così naturale nella nostra città, che conviene restare in silenzio”. Chiediamo a “tutta la Chiesa” di “esprimersi non solo con parole ma anche con azioni di pace, non solo con azioni singole ma anche con azioni partecipate e collegiali”. E “invitiamo tutti a porre la questione della mafia, a lavorare insieme, a creare insieme le basi per uscire dal condizionamento mafioso e immorale che la nostra città ha subìto e continua a subire”. Ma la vicenda, spiega il domenicano p. Giovanni Calcara (docente alla Lumsa di Palermo e componente della Commissione Giustizia e Pace) in una lettera pubblicata dal periodico dei dehoniani Settimana, non riguarda solo Catania bensì “tutto il meridione d’Italia”. Quello evidenziato dai magistrati a partire dalla festa di Sant’Agata è “un modo diffuso di concepire e gestire le feste religiose”. “Potrebbe essere utile, quindi, dare un ‘segno’ che inviti molti nella Chiesa a riflettere e agire”.

Note:

Nota di redazione: Costretta ad inseguire le incomprensioni e la suscettibilità di qualcuno...,
la redazione de “Il grido dei poveri” sottolinea che con il presente articolo non
intende fare alcun riferimento alla realtà di San Ferdinando di Puglia.

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