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Kenya, guerra tra poveri

Le baraccopoli sono il frutto amaro di una pressione incredibile da parte della politica. Nairobi ha quattro milioni di abitanti, tre milioni dei quali vivono accatastati nel solo 2,5% del territorio della capitale. E questo 2,5% non e' di proprieta' dei baraccati, ma del governo. L'80% poi non possiede neanche una baracca. Le baraccopoli hanno dunque uno scopo ben preciso: sono volute dal governo per avere della manodopera a basso prezzo. E oggi con il pretesto del broglio elettorale si fa scoppiare una guerra tra poveri.
22 aprile 2008 - Alex Zanotelli (Missionario comboniano)

Alez Zanotelli - foto

Quello che sta avvenendo in Kenya da una parte mi sorprende, dall'altra no. Mi sorprende perché il Kenya e' sempre stato, dall'indipendenza ad oggi, un paese estremamente stabile e pacifico. Non ha mai conosciuto una guerra civile. Il che nel contesto dell'Africa Orientale e' senza dubbio un merito, perche' tutti gli altri paesi della regione - dalla Somalia all'Eritrea, dall'Etiopia al Sudan - sono martoriati da guerre terribili. Il Kenya e' una sorta di isola felice, un paese assolutamente sicuro all'interno di un contesto (quello africano) martoriato da guerre sanguinarie. Un paese che definirei pacifico. L'ultima violenza che ha conosciuto risale alla lotta dei mau mau per l'indipendenza. Anche le elezioni erano state pacifiche, almeno nella partecipazione. Ora, dopo questo strano risultato elettorale, tutto e' degenerato accendendo lo scontro tra le due grandi etnie (Kikuyu e Luo), che non si sono mai accettate fra loro. In Africa la parola "integrazione" tra i vari gruppi etnici e' purtroppo sconosciuta. E tutta la violenza di questi giorni si sta drammaticamente ripercuotendo su Nairobi, specialmente all'interno delle baraccopoli. Ci sono scontri violentissimi a Kibera (la piu' grande del paese), a Mathare (la seconda), e a Korogocho (la quarta). Quello che invece non mi sorprende e' il perche' stia accadendo tutto cio'. La responsabilita' principale credo che sia del sistema repressivo che vige nel paese. Le baraccopoli sono il frutto amaro di una pressione incredibile da parte della politica. Nairobi ha quattro milioni di abitanti, tre milioni dei quali vivono accatastati nel solo 2,5% del territorio della capitale. E questo 2,5% non e' di proprieta' dei baraccati, ma del governo, il quale puo' venire (come capita spesso) e sbattere fuori quando vuole questa povera gente. L'80% poi non possiede neanche una baracca, pur pagando lo stesso l'affitto del suolo, che e' anche molto salato per chi ha un salario pari quasi a zero. Le baraccopoli hanno dunque uno scopo ben preciso: sono volute dal governo per avere della manodopera a basso prezzo. E oggi con il pretesto del broglio elettorale si fa scoppiare una guerra tra poveri. Come un fiammifero che accendi e ti salta la polveriera. Nella tragedia di questi giorni bisogna tener presente questo contesto e la realta' delle baraccopoli. La situazione e' percio' complicata. L'unica soluzione possibile, al momento, e' quella di tornare subito al voto, invalidando i brogli.
Ma credo che questo sia molto difficile, perche' chi e' ora al governo non mi pare abbia l'intenzione di fare un passo indietro. E questo, lo dico con molta paura, rischia di far precipitare tutto in una guerra civile. Il popolo keniota e' stanco, non ha nulla da perdere, e il rischio di una carneficina e' molto alto. Sarebbe davvero tragico se cio' accadesse, per un paese che e' stato capace di uscire indenne da altri momenti drammatici, con una capacita' di sopportazione della gente senza precedenti.
Spero che tra i capi ci sia un atto di saggezza e che si arrivi al piu' presto ad un compromesso che porti a nuove elezioni, questa volta sotto un'osservazione internazionale piu' stretta. Anche se, ripeto, e' molto difficile. L'unica speranza e' che possa intervenire la chiesa attuando un ruolo di raccordo tra le parti. I presupposti non sono pero' buoni. Ho saputo che il cardinale di Nairobi ha sostenuto Kibaki durante la campagna elettorale. E' un peccato perche' cosi' si toglie alla chiesa il suo ruolo di neutralita', unico presupposto per evitare altra violenza e altro sangue.

Note:

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