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MA ALLORA IL CONCILIO È UN OPTIONAL? LO SCONCERTO DEL MONDO CATTOLICO

C’è sconcerto tra i credenti e gli intellettuali cattolici per la scelta del papa di riammettere i lefebvriani. Non c’è da stupirsi che questi siano i fatti di questo pontificato, che si configura sempre di più come un voluto recupero del passato, senza rotture, come una lenta e programmatica restaurazione: Trento e il Vaticano I valgono come il Vaticano II. E gli ‘incidenti’ tra Chiesa cattolica e popolo ebraico rappresentino dei passi indietro, dei segnali inquietanti di un ritorno al passato”.
4 febbraio 2009 - Valerio Gigante

San Pietro

34815. ROMA-ADISTA. C’è sconcerto tra i credenti e gli intellettuali cattolici per la scelta del papa di riammettere i lefebvriani. Se ne fa interprete, toccando il centro della questione, ossia il rifiuto dei tradizionalisti di accettare gli esiti del Concilio nella comunione cattolica, Alberto Melloni, storico della Chiesa e successore di Giuseppe Alberigo alla guida dell’Istituto per le Scienze Religiose Giovanni XXIII di Bologna. “C'è una sensazione di confusione - afferma Melloni in un’intervista al Corriere della Sera (27/1) - che pervade molti ambienti: fedeli, vescovi, cardinali si chiedono se il Vaticano II sia diventato un elemento facoltativo.
La formula di sottomissione dei lefebvriani chiarisce che si desidera la comunione con Roma, si accettano la sottomissione al Papa e gli insegnamenti della Chiesa cattolica romana ma non includendo il Vaticano II. Quando è chiaro che la questione era tutta qui”. Infatti, ora “i vescovi lefebvriani rientrano nel collegio episcopale. Ma come? È quasi nata una prelatura personale. Non è risolvere uno scisma: è patteggiare. Si rischia di procedere per aggiustamenti che aumentano il disorientamento. Nessuno desidera lo scisma né pensa si debba anteporre una banalità disciplinare alla comunione con Roma. Ma il Vaticano II è un atto col quale cattolici e non cattolici si devono misurare o è un optional da cui ciascuno può esentarsi?”. E poi c’è la questione dell’antisemitismo, che non si può ridurre al singolo caso di un vescovo ‘eccentrico’: “Lefebvre - sottolinea Melloni - si battè nel Concilio Vaticano II contro l'abbandono dell'interpretazione degli ebrei come ‘popolo deicida’, perché contraddiceva l'insegnamento dei Pontefici del passato. Impossibile non saperlo”.

Ma, sempre dalle colonne del Corriere (26/1), un altro storico cattolico, assai più organico all’istituzione ecclesiastica, Andrea Riccardi, la vede diversamente e plaude alla scelta di Benedetto XVI. “Il gesto del papa non intende né avallare le posizioni di un vescovo, né introdurre questi pensieri surrettiziamente nella Chiesa”, afferma Riccardi riferendosi alle tesi negazioniste di mons. Richard Williamson. “Al contrario - sostiene paradossalmente lo storico cattolico - l'ambiente dove circolano queste idee, se circolano, sarebbe sottratto, diciamo così, ad una deriva settaria e inserito nel sentire più vasto della Chiesa”. In ogni caso, “far parte della Chiesa vuol dire accettarne il magistero, ma anche camminare con essa e con il Papa. E poi, insomma, la revoca di una scomunica non è un decreto di lode! Non è che l'abbiano fatto legato pontificio...”.

Posizione intermedia, sempre sul Corriere (27/1), quella di Paolo Prodi, professore di Storia Moderna all’Università di Bologna ed esponente di punta del cattolicesimo democratico. Prodi, infatti, da un lato auspica che il processo di rientro dei lefebvriani nell’alveo cattolico “avvenga alla luce del sole” e che essi arrivino a “riconoscere il Concilio Vaticano II”; dall’altro concorda con Riccardi nel ritenere che il “ritorno all'ovile” degli ormai ex scismatici “potrebbe anche favorire la battaglia contro l'antisemitismo”. “Il percorso verso l'unità è importante e può favorire un condizionamento delle posizioni estremiste, in questo caso di quelle antisemite. Ma deve essere vero”. Per Prodi è arrivato infatti il momento di chiedersi “che cosa voglia dire, ai giorni nostri, una scomunica e quali siano i suoi confini, dato che appaiono estremamente incerti”.

La gerarchia plaude o tace

Nettissimo, su Repubblica, il teologo Vito Mancuso (26/1), che critica duramente la scelta vaticana di revocare la scomunica. “Di sicuro non ha fondamento la distinzione della Sala Stampa vaticana tra livello dottrinale e opinioni politiche personali, perché il Vaticano guarda sempre con attenzione alle opinioni politiche personali: furono esattamente le opinioni politiche personali a generare la repressione contro la teologia della liberazione”. “Di sicuro erano pure previste le reazioni scandalizzate, gli inevitabili contraccolpi per il dialogo col mondo ebraico, ma si è proseguito lo stesso”. Perché? “A mio avviso la risposta è una sola: per l'interesse della Chiesa. Il Papa ha ritenuto il bene della struttura ecclesiastica superiore al rispetto della verità e della memoria dei morti”. “Questo è avvenuto: una fredda, gelida, lezione di che cosa significa ‘servire la Chiesa’, ritenendo il bene della Chiesa superiore a tutto, persino alla memoria dei morti. La storia della Chiesa conosce molte pagine di questo stesso tetro colore”.

Tra i vescovi italiani, per ora, silenzio assoluto. Difficile esprimersi in modo critico nei confronti di una decisione del papa. Tanto più dopo le parole del presidente della Conferenza Episcopale Italiana, il card. Angelo Bagnasco, che nella sua prolusione al Consiglio permanente della Cei (v. notizia su questo stesso numero) ha affermato che i vescovi, esprimendo “apprezzamento” per l'atto di “misericordia” da lui compiuto verso gli scismatici lefebvriani, si stringono attorno al papa contro ogni “critica ideologica e preconcetta”. I vescovi, ha aggiunto Bagnasco, considerano “ingiuste” le parole pronunciate da alcuni rabbini e allo stesso tempo esprimono “dispiacere” per le “infondate e immotivate” dichiarazioni di Williamson sulla Shoah.

Così, non è un caso che, tra l’episcopato, a rilasciare dichiarazioni pubbliche sulla questione del perdono concesso ai seguaci di Lefebvre sia stato l’anziano mons. Loris Capovilla, già segretario di Giovanni XXIII. Occorre, ha prudentemente affermato, ''guardare con rispetto'' al ritiro della scomunica ai quattro vescovi lefebvriani e ''dare tempo al tempo''. La decisione del papa è “un punto di partenza”, che va letto nell'ottica di una Chiesa mater et magistra, ''a volte severa, ma che non cessa di essere madre”.

In controtendenza, rispetto al costante allineamento con le scelte della gerarchia degli ultimi 20 anni, Gianni Gennari, che parla di “uno schiaffo a Giovanni Paolo II” che fino all'ultimo “scongiurò” il vescovo anti-conciliare Marcel Lefebvre di non consacrare nuovi presuli. Gennari, intervistato dall’Ansa (24/1) - e poi intervenuto anche sulla Stampa (26/1) e sul Corriere della Sera (26/1) - è un fiume in piena: per lui la decisione di Ratzinger “è una tragedia, la sconfitta totale della Chiesa”. “Mi vergogno dell'esito di questa faccenda. Sono deluso, sbalordito, scandalizzato”. “Non so se qualcuno abbia imbrogliato il papa, ma qui la misericordia di Cristo non c'entra niente, perché la misericordia si usa con chi si pente”. Ma se sulla stampa laica Gennari fa fede di progressismo, quando su Avvenire torna a vestire i panni di “Rosso Malpelo” riprende i toni consueti e se la prende stizzito (28/1) con le tesi espresse sull’Unità da Adriano Prosperi (v. notizia successiva): “Lo storico Prosperi scrive che la ragione della scomunica ai lefebvriani fu la critica al Concilio. Ma davvero? Ripassi la cronaca di quel 30 giugno 1988, professore, e poi ‘ripassi da noi!’” (Gennari si riferisce al fatto che la scomunica del 1988 fu conseguenza diretta dell’ordinazione illecita di 4 vescovi da parte di Lefebvre. Ma si tratta di lana caprina: dietro le ragioni formali c’era la questione sostanziale, ossia il rifiuto di Lefebvre di riconoscere la validità del Concilio).

Contento invece, un altro ex esponente del dissenso tornato sotto l’ala (destra) protettrice della Chiesa cattolica. Per don Gianni Baget Bozzo, anche se “il Vaticano II resta un punto imprescindibile”, con la sua decisione “il Papa sconfessa le interpretazioni rivoluzionarie del Concilio”. Così, aveva commentato il teologo e politologo sul Foglio (23/1) appena prima che la notizia del decreto di revoca della scomunica fosse ufficiale: “I lefebvriani possono tornare nel seno della Chiesa in nome della continuità nella tradizione: dietro il loro scisma c'erano ragioni vere, c'è una parte di verità che dev'essere accolta”. Concetto poi ribadito sulla Stampa (25/1), dove Baget Bozzo sottolinea che l’intuizione di Benedetto XVI è stata la liturgia. Essa “come il dogma, rimane perenne, quindi il suo predecessore Paolo VI non aveva diritto di abrogare il rito antico. Era il segnale che i lefebvriani attendevano e che Wojtyla non era stato in grado di dare”. Per una strana nemesi della storia però, proprio a don Baget Bozzo, su Repubblica, era toccato, poco più di 20 anni fa, l’onere di commentare la notizia della scomunica a Lefebvre e ai vescovi da lui ordinati. In quell’occasione, don Gianni aveva però concluso il suo pezzo (21/6/88) con toni assai diversi: “La Chiesa di Wojtyla - affermava allora risoluto - non può alla fine accettare di rinnegare il Concilio”.

Papa libera tutti?

Pochi per ora anche i commenti che arrivano dalla base cattolica e dall’associazionismo. Tra questi quello della Segreteria Tecnica Nazionale delle Comunità Cristiane di Base che in un comunicato (27/1) rilevano come la revoca della scomunica sia giunta proprio alla vigilia del 50° anniversario della convocazione del Concilio Vaticano II. “Colpisce il carattere simbolico della coincidenza: dice ancora una volta la grande preoccupazione del papa, da lui espressa a più riprese fin da quando era Prefetto dell’ex sant’Uffizio”. “Poiché siamo contrari a tutte le scomuniche - continuano - la riammissione dei seguaci di Lefebvre non ci scandalizza”. Colpisce però che il provvedimento “sia a senso unico e che sancisca un ritorno al pre-Concilio. Ci colpisce che si mantenga il sospetto e la condanna verso le realtà ecclesiali più orientate in senso conciliare come ad esempio le Comunità Cristiane di base e i teologi della Teologia della Liberazione”. “Sono in molti dentro e fuori la curia romana pronti ad annunciare la morte dello spirito del Concilio; ma lo stesso Spirito, che ha ispirato i Padri conciliari, continuerà ad impedirla”.

“Come mai - si chiede don Vitaliano della Sala - si sdoganano solo i gruppi più reazionari, che appoggiano politiche di estrema destra, razziste e xenofobe, che negano l’Olocausto, che ripropongono una immagine di Chiesa slegata dalla gente e nella quale i fedeli laici non valgono nulla, una Chiesa trionfalmente alleata con i potenti, potente essa stessa, mentre al contrario si condannano e si contrastano aspramente i settori progressisti e le Teologie della Liberazione?”. “Nella Chiesa - aggiunge don Vitaliano - c’è chi, come i lefebvriani, può permettersi di criticare e dissentire, addirittura contestare le decisioni non solo del papa, ma di un Concilio, quello Ecumenico Vaticano II. Invece c’è chi per molto meno, per il solo fatto di porsi e porre domande, perché approfondisce scientificamente gli argomenti teologici, perché sceglie di stare dalla parte dei poveri difendendoli, denuncia le ingiustizie e accusa i potenti, viene tacciato di disobbedienza, punito, processato, cacciato”. Sulla stessa linea Ivano Pioli, del Movimento Apostolico Ciechi, che insiste sulla filosofia due pesi e due misure adottata dalla gerarchia nei confronti di chi dissente: se “la revoca della scomunica ai vescovi lefebvriani niente toglie al valore che il Concilio ha per la Chiesa ed alla sua applicazione”, “dobbiamo pensare, allora, che saranno restituite le cattedre ai teologi che hanno sostenuto posizioni sgradite in Vaticano, che si instaurerà un dialogo produttivo con gli esponenti della Teologia della Liberazione...”. Del resto, ricordava l’Osservatore Romano il 26 gennaio “in una Chiesa convertita a Cristo le diversità non saranno più un ostacolo che ci separa, ma ricchezza nella molteplicità delle espressioni della fede comune”. “Bellissima frase - commenta Pioli - ma cosa si intende per ‘Chiesa convertita’? La tendenza è quella di dire, con parole e azioni fin troppo chiare, che alcuni, papa e curia, possiedono la verità, e che gli altri devono adeguarsi. E allora, dov'è la diversità che diventa una ricchezza? Parole vuote, specchietti per le allodole, argomenti per tranquillizzare chi è già tranquillo”.

Una possibile risposta ai dubbi di Pioli e don Vitaliano arriva da Filippo Gentiloni (il manifesto, 28/1), secondo il quale la revoca della scomunica “è solo l'ultimo episodio che rivela una crisi profonda d'Oltretevere”. Le posizioni vaticane sono contestate dappertutto, non solo sulla grande stampa, ma anche “nell'opinione pubblica non specializzata”. Oggi in Vaticano sembra “prevalere la paura. Paura che si perda quella unità e compattezza che secondo Roma costituisce l'essenza stessa della Chiesa cattolica. Paura di quella religione ‘fai da te’ che si sta diffondendo nel mondo e che sfugge al controllo di Roma. La voce incontrollata dei mass media si sta sostituendo a quella dei vescovi e dei parroci. Soprattutto, ma non soltanto, in America Latina e in Africa”.

Simile la lettura di don Gianfranco Feliciani, arciprete della Parrocchia di S. Vitale martire a Chiasso, sul sito di informazione della Svizzera italiana tio.ch: “Il dialogo con i lefebvriani è molto difficile. Non hanno il senso della storia”. Per questo, “il gesto del Papa è da considerare un gesto psicologico e non canonico”. Anche perché va ricordato che “i quattro vescovi rimangono sospesi a divinis” e non possono esercitare il loro ministero episcopale. Quando era a Roma, ricorda inoltre Feliciani, Lefebvre “bazzicava nei salotti della monarchia decaduta. È espressione di una politica a cui fa comodo una certa Chiesa. Una Chiesa cappellana che si limita a celebrare, a fare le novene e l'incenso, asservita a un potere monarchico che evita di affrontare tematiche quali la pace e la giustizia sociale”.

Ne vedremo ancora...

Se la base cattolica esprime sconcerto e apprensione per le scelte dei suoi vertici, non meno preoccupata la posizione dei valdesi. In un editoriale comparso sull’agenzia Nev (28/1) Daniele Garrone, decano della Facoltà valdese di teologia e vice presidente dell'associazione Amicizia cristiano-ebraica afferma non esservi dubbio “sul fatto che gli ‘incidenti’ tra Chiesa cattolica e popolo ebraico rappresentino dei passi indietro, dei segnali inquietanti di un ritorno al passato”. E a poco valgono “le reiterate dichiarazioni di continuità con la dichiarazione conciliare Nostra Aetate”: “I fatti contano più delle parole. E purtroppo non c’è da stupirsi che questi siano i fatti di questo pontificato, che si configura sempre di più come un voluto recupero del passato, senza rotture, come una lenta e programmatica restaurazione: Trento e il Vaticano I valgono come il Vaticano II; tutti i tentativi fatti in seno alla Chiesa nel corso degli ultimi decenni per ragionare ‘a partire’ dal Vaticano II vengono vigorosamente rintuzzati in nome di una indiscutibile e monolitica continuità autoritaria; la polemica contro la modernità, senza la quale saremmo ancora al Medio Evo, è costante; l’ecumenismo, almeno con noi protestanti, è in stallo, perché ‘non siamo Chiese’. La storia dovrebbe insegnarci che rinfocolare l’identitarismo cristiano puntando su una verità monolitica eretta contro tutto ciò che non vi si adegua e sulla riaffermazione, apologetica e trionfalistica insieme, di una visione organica della propria storia, comporta inevitabilmente derive anti-ebraiche. Si comincia con gli ebrei, ma poi ce n’è per tutti. Ne vedremo e sentiremo ancora”.

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