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GANDHI, la politica come cura delle creature

1 aprile 2009 - Enrico Peyretti
Fonte: Confronti

Mahatma Gandhi scrive

Gandhi non conobbe i rischi ambientali che corriamo noi oggi, ma ebbe tutta la sensibilita' e la preveggenza per darci avvisi e indicazioni essenziali e preziose, preventive, quasi profetiche. Scrive che e' la sua devozione alla Verita' che lo ha condotto alla politica; per lui la Verita' e' Dio, e Dio e' l'unita' profonda di tutte le cose, dunque "per vedere faccia a faccia
l'universale e onnipresente Spirito della Verita' si deve essere in grado di amare il piu' infimo degli esseri creati come se stessi" (Gandhi 1996, p. 31). Questo essere infimo e' l'uomo piu' oppresso e sofferente, come il tiranno violento, come il piu' piccolo degli animali e delle cose del mondo.

Percio' non si puo' uccidere e distruggere nulla senza contraddire la legge della vita. Ma Gandhi non condivide lo scrupolo dei giainisti che evitano anche di schiacciare senza volerlo una formica. Egli ammette che, come ci sono casi tragici estremi in cui e' persino doveroso uccidere un uomo che sta per uccidere altri, se davvero non c'e' un altro modo di fermarlo, cosi' a maggior ragione ci si puo' difendere da animali dannosi uccidendoli. La sua nonviolenza non e' un astratto assolutismo morale, ma il massimo impegno a ridurre al minimo possibile la violenza insita nella vita, sviluppando l'amore per tutti gli esseri e precisi metodi alternativi di gestire i conflitti personali e politici, escludendo del tutto l'istituzione della violenza che e' la guerra.

Gandhi e' certamente un grande spirito religioso, ma altrettanto e' uno scienziato e sperimentatore che ha rivoluzionato le tecniche del conflitto trasformandolo da distruttivo a costruttivo. Questo suo contributo si estende anche al rapporto degli umani con la natura, che, nell'eta' moderna, si e' svolto in modi aggressivi, di esaustiva rapina, arrivata oggi a livelli drammatici. Nel 1908, durante il viaggio di ritorno da Londra al Sud Africa, Gandhi scrisse un libretto, Hind Swaraj (Autogoverno dell'India)

(1). La ricorrenza centenaria e' l'occasione per leggere o rileggere questo scritto, che a tutta prima risulta a noi cosi' sconcertante che si e' tentati di respingerlo. E' una critica radicale della civilta' occidentale. L'indipendenza e l'autogoverno dell'India a cui pensa Gandhi, piu' dell'indipendenza politica, e' il recupero del modo di lavorare, di abitare
la terra, di vivere, proprio della civilta' e spiritualita' indiana tradizionale, grande nel mondo: "La civilta' e' quel modello di condotta che indica all'uomo il cammino del dovere". Al contrario, quello occidentale e' "un sistema competitivo che corrode la vita" (p. 57).

La critica all'Occidente consiste in due punti principali (Salio 2000): primo, l'idea di crescita economica quantitativa senza limite, che e' di per se' distruttiva e anche autodistruttiva, tanto che, dice Gandhi, basta aspettare per vedere crollare questo sistema; secondo, il modello umano di homo oeconomicus, che produce non solo ingiustizie atroci, grandi ricchezze e grandi miserie, ma riduce e amputa le dimensioni proprie dell'essere umano. Le critiche di Gandhi al Parlamento inglese, ai politici, ai giornali, alle ferrovie, a tribunali e avvocati, alla medicina e agli ospedali, all'urbanesimo, al militarismo, al primato del commercio, all'immoralita', alla irreligione, hanno anche alcune punte che riconosciamo
eccessive. Gandhi stesso, che ha scoperto studiando a Londra le proprie radici indiane, fara' uso di alcune delle tecniche sviluppate in Occidente.

Ma il senso della sua critica non e' sui particolari quanto sui caratteri di fondo accennati, sui quali ci conviene meditare oggi piu' di allora. Gandhi non e' contro le macchine, ma contro il macchinismo. Egli offre le premesse fondamentali all'ecologia profonda (cfr Naess). Il fine della politica per Gandhi e' vivere insieme, nella giustizia e nella semplicita' volontaria, nel dominio delle passioni, nel seguire la verita', nel coraggio che resiste alle violenze senza imitarle. La sua politica e' soprattutto un concreto programma costruttivo, che egli propone gia' in Hind Swaraj e sviluppa sempre negli anni. Giuliano Pontara sostiene che non e' tanto l'astensione dalla violenza quanto questo sforzo costruttivo la vera essenza della nonviolenza gandhiana. Sono punti precisi di impegno contro i mali propri dell'India (matrimoni precoci, condizione della donna, divisione in caste, alcolismo, dipendenza produttiva dall'Inghilterra, educazione, igiene, ecc.), su cui Gandhi misura la capacita' dell'India di autogovernarsi. Civilta' umana e economia di giustizia vanno insieme in questo programma, che continua nei filoni gandhiani tuttora vivi nella societa' indiana, per lo piu' lontana dal sogno del Mahatma.

Le linee di economia ecologica gandhiana si possono raccogliere in alcune parole chiave: swadeshi, autosufficienza locale; lavoro per il pane, manuale e personale; non-possesso e non-attaccamento; uguaglianza e non-sfruttamento; amministrazione fiduciaria (terza via tra la proprieta' privata e quella statale); satyagraha, alternativa alla lotta di classe
violenta (Salio 2001).

Mi pare che l'idea di Gandhi sia che il meglio e' conservare con amore e cura lo stato naturale della vita, sperimentato dalla saggezza delle generazioni. Egli vede nelle aggiunte artificiali soprattutto i pericoli, che esigono il massimo controllo, non sempre bastevole. Esagerato lui, o esagerato lo sviluppismo successivo? Egli ha vissuto fino a vedere l'atomica, nel 1945, esito delle idee e delle pratiche violente, e ha sperato che quel massimo di violenza facesse rinsavire l'umanita', per amore e rispetto della vita.

Enrico Peyretti

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