GDP - Contributi

Video Podcast

Video Podcast

Ultime novita'

Gallerie Fotografiche

La "politica dei piccoli gesti" quotidiani per irrigare i germogli della speranza

Azione costruttiva

La nonviolenza esige un costante sforzo costruttivo in antitesi alla propensione distruttiva di chi si affida alla violenza. Economia, politica, educazione, stili di vita... Venti proposte di azione costruttiva "dal basso" per dare gambe all'alternativa nonviolenta.
29 luglio 2004 - Matteo Della Torre (Coordinatore Casa per la nonviolenza)
Fonte: "Il grido dei poveri" mensile di riflessione nonviolenta

Disegno di Gandhi che cammina

Cara lettrice, caro lettore,
se un giorno un uomo venuto da lontano si presentasse alla soglia di un cuore sordo alla voce della coscienza ed assumesse il volto dei miliardi di esclusi che esigono giustizia e languono stremati ai margini del consorzio sociale, oppressi dalla tirannia del dio denaro; e mutando di aspetto mostrasse il volto delle vittime di guerre grondanti sangue, il grido della natura stuprata dall'insensatezza dell'uomo del progresso; e se, per avventura, nel palmo della sua mano si potessero raffigurare i tetri meandri delle miserie spirituali di quanti sono abbrutiti dall'idolatria di Mammona, asserviti alle leggi del possesso, abbandonati al pensiero debole, al nonsenso e all'indifferenza, e percepire i lamenti che si levano, alti fino al cielo, dai bassifondi reietti della storia; riuscirebbe a fondere come cera al fuoco anche un cuore indurito come la pietra, a commuovere, a turbare la coscienza, a scuotere i recessi profondi dell'animo umano?
L'apparizione di quest'uomo, con il volto sfigurato da "segni evidenti di morte, dovrebbe provocare un tale shock che ci obbliga a cambiare" (Lévinas), a schierarci e spingerci all'intima esigenza di un profondo rinnovamento, fatto di piccoli gesti quotidiani, per contribuire ad edificare un mondo meno feroce.
Diceva Mohandas Gandhi in merito all'epifania del volto: "Ogni volta che sei nel dubbio o quando il tuo io ti sovrasta, fai questa prova: richiama il viso dell'uomo più povero e più debole che puoi avere visto e domandati se il passo che hai in mente di fare sarà di qualche utilità per lui. Ne otterrà qualcosa? Gli restituirà il controllo sulla sua vita e sul suo destino? Allora vedrai i tuoi dubbi e il tuo io dissolversi".

Cambiare rotta

"Non si tratta di cercare nuove e migliori vie per gestire la società, l'economia e il mondo. Il punto è che dovremmo finalmente cambiare il nostro modo di comportarci". (Vaclav Havel)

Lo sai che le sicurezze e il benessere di cui godiamo si reggono sullo sfruttamento e la miseria di miliardi di persone e provocano il progressivo degrado ambientale del pianeta? Siamo sospesi sul baratro, allegramente seduti sul ramo che stiamo tagliando.
Quando capiremo che tutto ciò è effimera follia?
La suprema legge dell'Amore, che è la forza più potente dell'universo e la sorgente di ogni gioia, dovrebbe farci saltare dalle nostre comode poltrone, arsi sul didietro dall'inquieta sollecitudine per le sorti di chi giace sotto il peso di questa grave ingiustizia.
Ardire un mutamento di rotta: ecco ciò che può ancora attestare il continuo fluire del sangue nelle nostre vene, l'essenza della nostra natura umana e donarci un residuo palpito di autonomia e di libertà che ci distingua dagli aridi e freddi pezzi di legno, manovrati da burattinai dissennati e famelici in una giostra umiliante e beffarda.
Cambiare rotta, per dirla con Lev Tolstoj, significa "scendere dalle spalle di coloro che stiamo sfruttando" a cuor leggero, per deciderci a volgere la nostra vita nella direzione di ciò che consideriamo giusto per noi e per tutti.
Una simile decisione, a volte, può nascere dall'empatia, cioè dall'immedesimazione nella sofferenza dell'altro, dalla vergogna di vivere nell'abbondanza, oppure - cosa assai rara - dalla riprovazione sociale che dovrebbe circondare chi accumula a danno del suo prossimo.
Non aspettare la fine di questo secolo. Se lo vuoi, puoi cambiare rotta, oggi stesso.
Ed è per questo che rivolgo a te e alla tua famiglia - e ancor prima a me che scrivo, come primo destinatario di quest'invito - una proposta di azione costruttiva fondata sul primato dell’uomo e sulla fratellanza con i deboli, contro ogni forma di oppressione e asservimento, seguendo l’esempio dei maestri della nonviolenza, da Gesù Cristo a Francesco d'Assisi, da Mohandas Gandhi a Giovanni Lanza del Vasto.

Due spine nel ventre molle dell'opulenza

"Il mio posto al sole è il principio di ogni usurpazione". (Blaise Pascal)

Tra le sfide più impopolari e sovversive che possono essere sollevate in Occidente, le più temibili e dirompenti, perché di senso opposto al pensiero dominante, sono, senza dubbio, la disobbedienza e la povertà volontaria: due provocazioni rivoluzionarie in forma di spina nel ventre molle dell'opulenza.
Chi subisce passivamente gli apparati del potere e le iniquità sociali, scriveva Erich Fromm, "ha perduto la capacità di disobbedire" anzi, agisce non essendo "consapevole del fatto che obbedisce".
Interroghiamoci per un attimo sulle nostre molteplici e meccaniche obbedienze alla violenza diffusa generata dalle "strutture di peccato", alle aberrazioni collettive, per lo più impercettibili dalla morale comune, delle cui conseguenze nessuno si ritiene responsabile, e che sono frutto delle innumerevoli acritiche obbedienze di chi dorme il sonno profondo dell'indifferenza.
Spero che un giorno tu possa avere in abominio il lezzo ributtante che emana l'obbediente "silenzio degli onesti".
Impara a dire no, a dire basta alle mostruosità causate dagli egoismi di massa. Avverti in prima persona la responsabilità per le sorti dell'umanità sofferente e nega la tua collaborazione al progetto fratricida che è alla base della società opulenta.
La disobbedienza coraggiosa è segno di coscientizzazione e di speranza, perché mina alle radici l'industria del consenso su cui si regge la violenza strutturale. Pertanto, ogni tuo atto di disobbedienza alla guerra, alle logiche di dominio e prevaricazione del potente sul debole, del ricco sul povero "è una virtù, ed ogni obbedienza un vizio". L'obbedienza, allora, "non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni"; così scriveva don Lorenzo Milani nella sua Lettera ai giudici del 1965.
L'uomo che veglia, l'uomo spirituale, pensatore libero e creativo, invece, è presente a se stesso ed obbedisce, cioè ascolta solo Dio e la sua legge d'Amore e segue le sue vie di giustizia e di pace. Egli è lungimirante ed usa l'intelligenza per cogliere i nessi che legano il suo microcosmo - le sue singole azioni quotidiane - agli effetti prodotti nel macro sistema planetario ed apporta i correttivi necessari per produrre il minimo danno socio-ambientale o il maggior vantaggio possibile.
Con la tua disobbedienza intelligente, anche tu puoi spezzare una maglia della catena perversa del male individuale e socializzato.
La seconda sfida alla società materialistica è rappresentata dalla povertà volontaria.
Parlare oggi di povertà all'uomo dell'opulenza e dello spreco può apparire inopportuno e di cattivo gusto.
Non si fa politica, non si fa economia, non si fa carriera se ci si attarda a considerare i bisogni di chi è rimasto indietro sui sentieri della vita. Eppure, come sostiene l'economista Jeremy Rifkin, non risolveremo nessun problema, né economico né politico né sociale, se non ci avviamo - sia gli individui sia il consorzio sociale - sulla strada della povertà di chi sa vivere del necessario e del sufficiente.
Quest'ideale di povertà volontaria è una virtù che in nessun caso dev'essere confusa, come purtroppo accade, con l'indigenza di chi non ha i beni e le risorse minime per sopravvivere. La miseria - diceva dom Helder Camara, vescovo di Recife (Brasile) - è un'offesa a Dio e alla sua creazione ed è apportatrice di degrado umano.
Al contrario, la dignità, l'armonia e la bellezza di una vita povera e "nobile" abbracciata volontariamente immettono l'uomo sui sentieri della liberazione e della vera felicità, e lo consegnano alla sua dimensione di creatura limitata.
E' questa la buona novella, il Vangelo dell'Amore, della semplicità e del servizio predicato e testimoniato fino al martirio da Gesù Cristo.
Chi seguì radicalmente l'esempio di Gesù Cristo fu un penitente medioevale, Francesco d'Assisi. Egli strinse un passionale consorzio d'amore con la Povertà e portò un lieto messaggio di pace e una ventata di rinnovamento nella Chiesa appesantita dal potere, dal formalismo e dal lusso.
L'umanità dovrà giungere al ventesimo secolo perché Mohandas Gandhi (la grande anima) riproponga all'attenzione del mondo, in alternativa alla violenza, la centralità dell'Amore e della nonviolenza realizzate in una vita operosa e frugale.
Con Gandhi la pratica della nonviolenza dall'ambito strettamente individuale, per la prima volta nella storia dell'umanità, è estesa al campo sociale e politico.
Nel periodo storico che stiamo attraversando - scriveva il filosofo fondatore della comunità nonviolenta dell'Arca Lanza del Vasto - "la sola rivoluzione da cui ci si possa attendere qualcosa di buono è la rivoluzione gandhiana (attualizzazione del messaggio evangelico consegnatoci da Gesù Cristo nel "discorso della montagna"), che è efficace a trasformare il mondo nella misura in cui il rivoluzionario si trasforma e s'illumina nella lotta. Rivoluzione senza conversione è un buco nell'acqua".

Camminare sui sentieri di Dio

"Udite cieli, ascolta terra…Smettete di presentare offerte inutili, l'incenso è un abominio per me... Anche se moltiplicate le preghiere io non ascolto... Cessate di fare il male, imparate a fare il bene, ricercate la giustizia. Soccorrete l'oppresso, rendete giustizia all'orfano, difendete la causa della vedova". (Isaia 1, 2-17)

Ogni cosa che leggerai di seguito ha senso se la interpreti in chiave trascendente e la coniughi con lo sguardo fisso in Dio.
L'azione costruttiva che ti propongo è un cammino di vita interiore, un progetto etico-esistenziale sulle orme di Dio, l'Essere semplice per eccellenza.
Percorrere con fiducia i sentieri della semplicità e dell'Amore non è facile e presuppone un cammino arduo per chi anela ad una fede incarnata, di azione.
Costui non si crea un dio astratto a misura della propria mediocrità, non rifugge dalla storia per ritrovarsi soggiogato dalla spirale dell'individualismo, non evade dalla quotidianità alla ricerca del sensazionale, ma s'immerge con tutto se stesso nelle "vene della storia", nel vivo degli eventi e dei conflitti per portare, lì dove serve, la sollecitudine, l'inquietudine, la passione per il sogno stesso di Dio.
Cammina sui sentieri di Dio. Solo così potrai dare senso e motivazione alle scelte di vita scomode che sono parte fondamentale dell'azione costruttiva.

Azione costruttiva, fondamento della nonviolenza

"Lo sforzo costruttivo rappresenta la più profonda essenza della nonviolenza gandhiana: e rappresenta anche la prima fase di ogni lotta nonviolenta". (Giuliano Pontara)

Nulla nell'insegnamento nonviolento giustifica atteggiamenti di passività o quietismo complici dello status quo. Al contrario, la nonviolenza è una forza attiva e provocatrice di conflitti, che non vengono negati o evitati per paura o per distorta interpretazione della religione, ma affrontati con decisione muovendo da una prospettiva di radicale alternativa alla violenza.
La storia e l'esperienza gandhiana insegnano che non può esserci nonviolenza senza un costante sforzo costruttivo in antitesi alla propensione distruttiva di chi si affida alla violenza. Dove l'inumanità distrugge, degrada e corrompe, la nonviolenza costruisce, eleva e purifica.
L'azione costruttiva rappresenta un modesto tentativo di colmare la mancanza di una proposta organica e soprattutto costruttiva del mondo dell'associazionismo pacifista, terzomondista ed ambientalista, che vada oltre la sterile contestazione, gli spiccioli ai poveri di un'elemosina spersonalizzata e consolatoria e l'ecologismo di maniera.

Le tre fasi dell'azione costruttiva

"L'utopia è il segno, l'orizzonte che ci fa notare: 'questo non è ancora abbastanza buono, santo, felice, giusto; c'è ancora qualcosa da fare!'". (Enrique Dussel)

Se un giorno deciderai, in piena libertà, di disobbedire all'ingiustizia e scegliere l'azione costruttiva, converrai che non faresti danno ad alcuno.
Il metodo nonviolento, infatti, ti permette di superare i conflitti sociali con il lavoro su te stesso, senza sottoporre gli altri alla violenza. Chi ti sta di fronte non deve essere vinto, bensì "con-vinto" con il tuo esempio, e guidato a vincere insieme, fino ad un punto d'incontro soddisfacente per tutti.
E' evidente la lentezza connaturata a questo metodo di gestione delle dinamiche sociali che, ovviamente, necessita tempi lunghi e molta pazienza.
L'azione costruttiva dovrà necessariamente attraversare le tre fasi tipiche di ogni tentativo di riforma nonviolenta della società.
La prima è la fase culturale, che consiste in un'attività di educazione permanente per la riforma degli stili di vita individuali.
La seconda fase - che si contesse alla prima - si attua in campo sociale attraverso l'opera dei movimenti di cambiamento comunitario che agiscono in ambito politico, senza volontà di conquista del potere istituzionale.
Da questa lenta opera di trasformazione "dal basso" della società si giungerà fisiologicamente alla fase politica. L'opera educativa e comunitaria condurrà alla trasformazione progressiva della società fino ad influenzare la politica istituzionale.
A motivo del metodo caratteristico che ho descritto, l'azione costruttiva richiede la disposizione mentale a resistere con ostinazione incrollabile - insieme a pochi fratelli e sovente anche da soli - all'impegno faticoso e prolungato. Il numero non è importante quanto invece la qualità delle persone dedite ad una buona causa.
Esercitati nell'arte del saper attendere, senza voler ottenere i risultati della tua fatica, perché "instillare la bontà nella gente richiede molto tempo" (Gandhi).
La fretta - che ha già in sé il germe della violenza - non paga mai. Tanto più quando si vogliono conseguire determinati obiettivi ricorrendo solo a mezzi idonei che non siano contrari al fine desiderato. E poi, i frutti del nostro impegno appartengono alla signoria di Dio.
Sappi che nulla di giusto e duraturo può essere realizzato con il ricorso alla violenza, a qualunque latitudine o in qualsiasi contesto storico e da qualsivoglia premessa ideologica si prendano le mosse.
Il comunismo è fallito perché ha fondato il suo potere sul terrore e sulla crudeltà.
Il nazismo ed il fascismo sono stati sconfitti dalla stessa ferocia che hanno teorizzato e praticato con rigore di scienza.
Per le stesse ragioni anche il capitalismo, che tanti drammi e disastri sta spargendo nel mondo, prima o poi cadrà, come sono caduti altri sistemi che hanno fatto ampio ricorso alla violenza. Ma non ci si illuda che l'opposizione al capitalismo e alla globalizzazione selvaggia possa sortire effetti positivi se si usa la violenza, come di recente è successo durante le manifestazioni di Seattle e di Davos, e, con modalità eclatanti e vergognose, nel corso dell'incontro dei G8 a Genova.
Le azioni di opposizione nonviolenta per conseguire risultati positivi devono attuarsi in forme e con modalità non controllabili dal potere. Sono esempi di lotte nonviolente: l'adozione di nuovi stili di vita, il lavoro incessante su se stessi, il boicottaggio dei poteri economici e finanziari che alimentano l'ingiustizia.
Nessuna repressione da parte del sistema di dominio può impedire questa rivoluzione silenziosa.

Cambiare se stessi

"Non vi è nulla di più dannoso per gli uomini del pensare che le cause della loro situazione miserabile non risiedono in loro stessi, ma in condizioni esterne… Per raggiungere veramente il bene l’uomo deve preoccuparsi di cambiare se stesso… Tutte le porte che conducono gli uomini al vero bene, si aprono, sempre e soltanto, se ne tiriamo la maniglia verso noi stessi". (Lev Tolstoj)

Disegno di Gandhi seduto

Impieghiamo molto tempo nel desiderio di trasformare gli altri e la società in cui viviamo, senza riuscire a cambiare prima noi stessi. Spesso indugiamo in inutili critiche su tutto ciò che non va nel mondo esterno, nella società e negli altri. E' uno dei tanti espedienti con cui cerchiamo di evitare il confronto con il nostro io ed il suo pesante fardello di desideri, ambizioni e passioni. Puntiamo l'indice sul lato oscuro degli altri, sulle strutture sociali, sul sistema economico, ingannandoci e allontanandoci dalla ricerca della verità e dalla soluzione dei problemi.
L'unica realtà da rinnovare è il nostro cuore, che è il luogo privilegiato delle trasformazioni individuali e sociali.
L'attuazione dell'azione costruttiva ha inizio con l'impegno a modificare il proprio stile di vita.
Qualsiasi riforma della società, come anche ogni tentativo di purificazione della propria religione, non può che avvenire cominciando da se stessi, cercando "di vivere la vita che vorremmo che il mondo vivesse" (Gandhi).
Potresti obiettare: "perché devo cambiare la mia vita se poi tutto il mondo continuerà a pensare ed agire nel solito vecchio modo?".
Ti rispondo proponendoti la prima azione costruttiva (1). Metti al bando ogni parola vana, scoraggiamento o vuoto fatalismo, perché chi vuole migliorare la realtà che lo circonda deve anzitutto lavorare sull'uomo, cominciando da se stesso.
Nella misura in cui ci impegnamo a risvegliare il nostro essere, nella semplicità dei piccoli gesti di amore, il mondo in noi cambia.
Questa tua conversione, se è sincera ed ardente, inevitabilmente influenza chi ti sta vicino e si diffonde, fino a contagiare l'intera massa. Ma è necessario che qualcuno cominci, dando l'esempio. Ciò è difficile. C'è, infatti - scrisse Lanza del Vasto - "un abisso più grande tra zero e uno, che tra uno e un milione".
I processi di rinnovamento, secondo Gandhi, iniziano con la prima conversione. Se c'è un uomo che crede nella possibilità di lavorare sul proprio io per perseguire la giustizia e la nonviolenza "si possono aggiungere degli zeri a quell'uno, e il primo zero conterà dieci, e ad ogni zero aggiunto si avrà un valore dieci volte superiore a quello precedente. Se si inizia con uno zero, se in altre parole nessuno inizia, la moltitudine di zeri darà sempre come risultato zero. Il tempo e la carta impiegati a sommare zeri saranno sprecati".
La scelta prioritaria dell'impegno personale fa sì che l’attuazione dell'azione costruttiva non dipenda dalla quantità di persone che vi aderiscono, né dall’opinione pubblica favorevole, né tanto meno dal consenso delle autorità politiche, ma è affidata alla responsabilità di ognuno.

Educazione permanente

"Senza l'educazione nulla può essere fatto, perché i rapporti nonviolenti sono essenzialmente rapporti educativi". (Ernesto Balducci)

Come non attribuire al vuoto educativo la responsabilità della crisi che sta attraversando la società occidentale? Esso fornisce l'humus culturale alla violenza diffusa, al cui avanzare incontrollato l'azione costruttiva oppone un impegno di educazione permanente alla nonviolenza e al rispetto dei diritti dell’uomo; una nuova educazione che favorisca la formazione di uomini dalla personalità armonica e aperta al servizio del prossimo. Questa educazione, che si rivolge ad ogni fascia d'età, quindi anche agli adulti, trasmette valori ed idee alternative per un avanzamento etico del corpo sociale.
Essa tende a formare una rinnovata propensione alla partecipazione di tutti e al controllo “dal basso” delle decisioni socio-politiche e, al contempo, fornisce stimoli positivi per il mutamento delle coscienze nel senso di una maggiore disposizione al dono di sé per il bene della comunità cittadina.

Insegnare con l'esempio personale

"Un grammo di pratica è in genere più importante di una tonnellata di teoria". (Ernst Schumacher)

Più che le tue parole parli la tua vita, perché un'esistenza coerente ai valori da trasmettere è più efficace di un fiume di parole. La forza e l'autorevolezza del tuo insegnamento scaturiscono dalla coerenza tra gli ideali in cui credi ed il tuo agire.

Il ritorno ad un'educazione fondata sulla pratica

"Si tratta di correggere la pedagogia ufficiale dal suo vizio fondamentale che è quello di tutta la nostra cultura: la disgiunzione della pratica dalla teoria e dalla morale".
(Giovanni Lanza del Vasto)

Non è una novità che la scuola sia una gigantesca roccaforte di ignoranza pratica. Essa riempie le menti dei bambini e dei ragazzi di vuoto nozionismo, in un continuo ed artificiale rincorrere concetti astratti; un sapere neutro, molto lontano dalla vita reale e dagli interessi del bambino.
Una scuola che piace poco, ed è subita dai suoi piccoli utenti, ha come conseguenza diretta passività nei soggetti "deboli", noia, distrazioni, ribellioni ed abbandoni.
La scuola pone l'accento sull'istruzione-alfabetizzazione, ma trascura l'educazione eludendo i bisogni attuali e futuri dei bambini, cioè non "educe", non trae il meglio dall'individuo.
Educare al pensiero critico e creativo non corrisponde ad un mondo scolastico concepito per il conseguimento di modelli formali funzionali al sistema di potere di cui è al servizio.
Non nascondiamoci dietro un dito: la scuola plasma il cittadino in divenire secondo i valori sociali dominanti, come la competitività, l'efficienza, la carriera. Essa fornisce le basi teoriche per farsi strada nella vita, legittimando un modello di successo univoco, puramente materiale ed edonistico.
Chi subisce passivamente la cultura morta trasmessa con buona dose di violenza dalla scuola, alla lunga si ritroverà fiaccato e conculcato nelle sue potenzialità di cambiamento. Si può essere alfabetizzati, si può anche conseguire un alto grado di istruzione, si può essere eruditi sul distico elegiaco o sulle equazioni non lineari, ma versare pur sempre in uno stato di vergognosa ignoranza pratica, che si traduce in un'incapacità di analisi critica della realtà che supporti pensiero ed azione.
Quale sarebbe altrimenti la causa degli sprechi irrazionali, dei pregiudizi, delle superstizioni, delle usanze popolari demenziali, della mancanza di progettualità, dell'incapacità per larghi strati della popolazione di fare semplici attività manuali e di risolvere i problemi più banali della vita quotidiana se non una diffusa ignoranza pratica?
Lo scrittore ed educatore nonviolento Danilo Dolci amava definire l'educazione un "palpitare di nessi".
Quanti passi avanti e quanto bene alla società farebbe la scuola se premettesse all'insegnamento del teorema di Pitagora la teoria di Gaia, formulata dallo scienziato James Lovalock, sulle interazioni nell'ecosistema terrestre.
Possiamo amaramente constatare come, ancora oggi, la scuola si limiti ad insegnare a leggere, scrivere e fare di conto, e non investa alcuna energia per educare i bambini ad esercitare le funzioni superiori della mente, come la capacità critica e di discernimento.
La scuola dovrebbe stimolare i ragazzi a tradurre in azioni concrete ciò che apprendono con le varie attività didattiche. Inoltre, le lezioni scolastiche dovrebbero aiutare, sia gli insegnanti che gli alunni, a comprendere il filo sottile che lega in un vincolo di interdipendenza le nostre azioni: la carta gettata per terra con l'inquinamento ambientale, il riscaldamento eccessivo delle nostre case con le malattie e l'effetto serra, il legame che esiste tra quello che ognuno riceve dalla famiglia e dalla società e ciò che offre agli altri, la logica perversa che esalta la quantità a scapito della qualità della vita, la distinzione tra bisogni essenziali e bisogni indotti dalla pubblicità, la bramosia di ricchezza e l'angoscia esistenziale determinata dalla perdita di senso della vita.
La scuola di ogni ordine e grado dovrebbe sperimentare un nuovo metodo educativo fondato sulla prassi esistenziale e sulla manualità.
L'esperienza pedagogica nonviolenta ci dice che è possibile abbandonare i vecchi metodi libreschi e incentrare l'insegnamento sulla quotidianità della vita, aiutando il discente a trovare le proprie risposte concrete ai problemi che assillano il mondo.
E' possibile, infatti, insegnare le materie scolastiche attraverso l'esperienza diretta del lavoro manuale: ad esempio, la geometria e le misure metriche pavimentando una stanza, la biologia e la botanica con i lavori nell'orto, la storia e l'economia con la tessitura al telaio. E' un metodo pedagogico più coinvolgente ed efficace della mera trasmissione teorica.
Prendete una capra. Possiamo studiarla da un libro, da un documentario televisivo oppure dal vivo: il bambino cosa preferirebbe? Non c'è dubbio che sceglierebbe l'esperienza diretta. Questo è ancora più vero quando il bambino attraversa - secondo lo schema di sviluppo cognitivo di Piaget - la fase delle operazioni concrete, dai sette agli undici anni.
Un giorno nel mio paese, un bambino di scuola elementare, mentre guardava il presepe vivente, si rivolse alla madre e le chiese: "mamma, quella pecora è vera?". Avrei voluto parlare ai genitori e alle maestre di quel bambino per dire loro che insieme stavano esercitando su di lui una violenza sistematica, artificializzando la mente di un bambino nell'età della ricerca e della curiosità per le cose naturali.
Vorrei chiedere agli insegnanti e ai professori se sono vivi oppure morti. Se essi sono vivi perché allora si ostinano a trasmettere un insegnamento morto? Concordo appieno con il pedagogista Gregory Bateson quando si chiede "se gli insegnanti sanno di essere condannati a rendere privo di senso e ad uccidere tutto quello che toccano, e sono quindi restii a toccare o insegnare qualsiasi cosa esista realmente ed abbia vitale importanza. Oppure se essi uccidono quello che toccano proprio perché non hanno il coraggio di insegnare nulla che abbia importanza reale e vitale".
La trasmissione di una cultura astratta e molto distante dalla realtà può essere imposta solo ricorrendo al metodo repressivo.
Non c'è da stupirsi allora se il bambino, dopo molti anni di violenze subite in famiglia, a scuola, o in modo ancora più subdolo dai mass media, divenuto adolescente, alle volte, reagisce con la violenza rivolgendola all'esterno (devianza e criminalità dei minori) oppure a se stesso (droga, suicidio, autolesionismo).
La possibilità di un'inversione di tendenza dell'educazione scolastica sugli aspetti evidenziati è confermata non soltanto dagli esperimenti pedagogici che Gandhi compì nelle sue comunità in India, ma ribadita anche dall'esperienza di autorevoli pedagogisti, da Celestin Freinet a John Dewey.
Una scuola che risponda ai bisogni dei bambini e che sia di stimolo alla curiosità - secondo Freinet - dovrebbe uscire "fuori dall'aula" per approfondire dal vivo le arti e i mestieri del falegname, del fabbro, del panettiere, del tessitore, dell'ortolano e del pastore.
Una scuola così concepita vivrà più fuori che dentro l'aula trasformandosi in "classe-laboratorio", per ricavarne lezioni più coinvolgenti e stimolanti, e romperà finalmente la barriera tra scuola e realtà, seguendo il principio di "partire non più dai manuali, ma dalla vita".
Nell'epoca di Internet si sta drammaticamente perdendo ogni abilità al lavoro delle mani.
Che tipo di uomo potrà mai tirar fuori un'educazione disgiunta dal lavoro delle mani?
Durante il ciclo di studi al ragazzo si insegni un lavoro manuale: l'intelligenza e la manualità ne trarranno giovamento ed uscito dalla scuola avrà un'alternativa valida alla disoccupazione.
In una scuola così concepita il bambino sarà considerato soggetto attivo dell'educazione, sarà felice di esserlo e vi parteciperà con entusiasmo.
Azione costruttiva (2). E' impensabile una riforma dell'istituzione scuola in tempi brevi, nei termini testé descritti. La lenta riforma delle istituzioni procede sempre per moto sussultorio "dal basso".
Sta al coraggio degli insegnanti e dei professori di buona volontà essere i precursori di questa nuova sensibilità, mutando radicalmente il metodo pedagogico ed i contenuti delle proprie lezioni. Compete alla famiglia, come prima cellula educativa, assumere il ruolo di educatrice consapevole dei propri figli, con una prassi pedagogica fondata sull'impegno pratico.
Se come genitore e/o insegnante condividi quanto ho detto ti invito a realizzare una scuola alternativa pomeridiana - concepita dall'interazione attiva di maestri, insegnati e genitori - che sia il segno di come dovrebbe essere la scuola del terzo millennio.

La profondità della ricerca intellettuale, rimedio alla povertà spirituale

"Siamo una razza di omucoli e nei nostri voli intellettuali ci solleviamo poco più in alto delle colonne dei giornali". (Henry David Thoreau)

Oggi al debordante benessere materiale del mondo occidentale fa da contraltare una spaventosa povertà spirituale, che rivela una condizione di aridità intellettuale e personale, ed essenzialmente un deficit di conoscenza. L'amore ha come fondamento la conoscenza; non si può amare, infatti, ciò che non si conosce. La vera conoscenza implica un procedimento di scandaglio della realtà, fino a raggiungere l'intima essenza dell'uomo, della natura e degli eventi.
Io credo che le dinamiche del male agiscano sulla superficie della realtà, alterandone la vera natura, mentre il bene agisce sempre nel profondo.
Oggi si vive molto in superficie, in un contesto di banalizzazione e di radicata indifferenza rivelatrice di un drammatico degrado intellettuale e spirituale che causa nell'individuo la perdita di senso della vita, la passività, la mancanza di creatività e di iniziativa.
Il sistema di potere utilizza questo scenario di vuoto valoriale come terreno ideale per produrre in serie vacue ed insensate verità preconfezionate, da dare in pasto all'opinione pubblica, al fine di esplicare le sue finalità di dominio.
I mass media, e per certi aspetti anche la scuola, sono alacremente al servizio di questa logica e producono con le proprie manipolazioni degli eventi le "suggestioni di massa", il plagio del pensiero e la massificazione delle aspirazioni individuali.
Se ci ritroviamo a credere nelle stesse idee, pensare e desiderare le stesse cose, prima o poi dovrà balenarci un "leggero" fantozziano dubbio circa l'influenza esercitata sulla nostra vita dall'apparato TV-radio-giornali-pubblicità.
Per queste ragioni possiamo concludere che una risposta alla crisi etica che sta investendo l'umanità non verrà di certo dal mondo mediatico.
Se hai a cuore la crescita della tua consapevolezza intellettuale e spirituale, non ti lasciare sviare dalla banalità e superficialità di un'informazione cloroformizzante, che ti mantiene nell'ignoranza su ciò che conta sapere davvero. L'informazione giornalistica, infatti, mostra i suoi limiti a chi desidera scavare in profondità alla ricerca del senso dell'esistenza.
Per non ammalarti di informazione ti consiglio di mettere a tacere TV e giornali.
Potrai scoprire la ricchezza della riflessione e della meditazione in compagnia di un buon libro, la cui presenza discreta ti offre l'opportunità di divenire un uomo migliore e, alle volte, può trasformare la tua vita perché si rivolge alla parte intima del tuo io cogliendone le esigenze più profonde.

Spegnere la televisione accendere intelligenza e creatività

Sei tra coloro che lamentano la scarsa qualità dei programmi televisivi e subiscono le assurdità del culto dell'ascolto a tutti i costi? Voglio dirti che la TV spazzatura prospera perché ci sono milioni di telespettatori che la guardano ogni giorno.
Al centro del sistema televisivo c’è la pubblicità. Essa non è, come molti erroneamente pensano, un momento più o meno lungo che interrompe la trasmissione dei programmi, ma il fine stesso della televisione, cioè quello di reclamizzare oggetti per il consumo di massa. I programmi Tv sono solo delle interruzioni tra una valanga di spot pubblicitari e la successiva.
I dati dell’Auditel ci dicono che in media gli italiani trascorrono in uno stato di incatenamento televisivo circa 3 ore e mezza al giorno, 24.5 ore alla settimana, 98 ore al mese, 1.176 ore all’anno. Con una speranza di vita di 78 anni, fatti salvi i primi tre anni di inconsapevolezza, si possono passare incollati davanti al televisore 88.200 ore equivalenti a 10 anni della nostra vita, di cui circa tre anni a visionare spot pubblicitari.
Viene a crearsi una comunità televisiva di “teledipendenti” che si ciba quo-tidianamente, e in dosi massicce, della realtà offerta dalla Tv e finisce col pensare con un’unica mente, la mens televisiva. E’ la Tv oggi che determina nell’homo videns il confine tra vero e falso, giusto e ingiusto, tra ciò che esiste e che merita considerazione e l’inesistente su cui rimanere indifferenti. La genesi del pensiero debole è riassunta in questa dinamica di omologazione. Si smarrisce ogni senso critico, perché siamo dispensati dall’onere della riflessione autonoma: per noi pensano la Tv, i giornali, la pubblicità.
E’ possibile, in ultima analisi, cambiare i media? Cosa può fare l’uomo della strada?
Per cambiare il modo di fare televisione occorre avere il coraggio di estromettere il mercante. Chi crede di poter migliorare la Tv senza cacciare il mercante dall’etere è un illuso.
Sono convinto, però, che protestare per migliorare la TV serva a poco e lamentarsi sia inutile.
E poi abbiamo davvero bisogno di imbambolarci per ore passivizzati da un elettrodomestico luminoso? Azione costruttiva (3). Ti propongo di non guardare la televisione e di conquistare la libertà di farne a meno. Se farai così avrai cura di te, della tua intelligenza e dello sviluppo armonico dei tuoi figli.
Molte famiglie italiane fanno a meno della televisione e vivono bene.
Potrai, come loro, essere informatissimo ascoltando la radio, leggendo libri e riviste di controinformazione.
La tua famiglia, liberata dalla schiavitù televisiva, avrà più tempo per parlare, giocare, realizzare attività creative, vivere la solidarietà, partecipare a conferenze, fare delle passeggiate, etc.

Istruzione
sacro impegno a servire il popolo

"Molto si aspetta dall'uomo cui molto è stato dato.
A lui di più si chiederà perché di più a lui è stato assegnato". (Vangelo secondo Luca)

A che cosa serve l'istruzione? Ernest Schumacher, nel suo libro "Piccolo è bello", riferisce di calcoli scientifici che dimostrano come sia necessario il lavoro di trenta contadini per mantenere un uomo all'università, il quale in un corso di cinque anni consumerebbe 150 anni di lavoro contadino.
Poniamoci, allora, questo inquietante interrogativo: "l'istruzione è un passaporto per il privilegio o è qualcosa che alcuni assumono su di sé quasi come un voto monastico, un impegno sacro a servire il popolo?".
La comunità che deve servire chi ha raggiunto, grazie al lavoro altrui, un elevato grado di istruzione è quella del suo paese che lo ha accolto, lo ha fatto crescere e gli ha permesso di divenire "ricco di istruzione".
Azione costruttiva (4). I giovani in cerca di lavoro resistano il più possibile alla tentazione dell'emigrazione. I nostri paesi meridionali, specie quelli piccoli e bisognosi di crescita culturale e sociale, si stanno svenando di giovani che emigrano al centro-nord alla ricerca affannosa dell'ambito "posto fisso". Queste persone dopo essere state, negli anni della crescita, un peso per la loro comunità cittadina, prendono il volo per fecondare altre realtà meno bisognose delle nostre.
Ci sono interi settori lavorativi, dall'impegno nel sociale all'agricoltura, che attendono di essere rifondati da forze nuove, motivate e motivanti, che sappiano trasfondere una ventata di novità, competenza ed entusiasmo nel loro lavoro quotidiano al servizio della comunità cittadina.

Ripudio assoluto della guerra e degli armamenti

"Davanti all'ordine di uccidere deve prevalere la legge di Dio che dice: 'Non ammazzare'".
(Mons. Oscar A. Romero)

Va detto con forza che non esistono guerre "giuste" e non c'è nulla che giustifichi un omicidio.
Se intendi unirti a noi nell'azione costruttiva sia questa la tua persuasione profonda: il ripudio radicale della guerra, degli armamenti e della loro imbecillità intrinseca.
La guerra è una barbarie che va ripudiata in assoluto. Il tuo rifiuto della guerra, però, non sia passivo, bensì costruttivo.
La guerra non è una fatalità, né scoppia in modo imprevedibile, ma è preceduta da un crescendo di violenza; pertanto è sempre prevedibile, dunque prevenibile.
Pertanto, durante i periodi di pace, "ripara la pace" dall'abuso e dall'ingiustizia nascosta e non collaborare con il sistema militare alla preparazione della guerra.

Lo scandalo delle spese militari

"Forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci; un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo, non si eserciteranno più nell'arte della guerra". (Isaia 2,4)

Mentre tu stai leggendo queste righe, una civiltà opulenta e beffarda permette che nel mondo muoiano ogni anno per fame e per malattie causate dall'estrema povertà 35 milioni di bambini (dati ONU).
Contemporaneamente la stessa "illuminata civiltà" occidentale sperpera per spese militari 900 miliardi di dollari, privando i poveri delle risorse di cui hanno disperato bisogno per programmi di lotta alla denutrizione, analfabetismo, malattie, etc.
Oggi l'umanità ha tutti i mezzi necessari per sconfiggere la miseria. Se esistono ancora miliardi di fratelli che vivono in condizioni di estrema povertà è perché i popoli ricchi, che potrebbero fare qualcosa, volgono la testa dall'altra parte per non vedere.
Come non avvertire l'evidenza che non c'è nulla di più inutile e perverso delle spese militari? Questa scandalosa follia umana avviene con il nostro tacito consenso, con la nostra indifferente collaborazione.
Se sei tra coloro ai quali rivolta lo stomaco assistere inerti ad una simile nefandezza, alzati e prendi posizione, grida il tuo BASTA a questo scandalo e disponiti a realizzare azioni di aperta noncollaborazione con l’apparato militare degli stati.
E' necessario allora percorrere nuove strade per la prevenzione dei conflitti rifuggendo la condanna moralistica tipica del pacifismo del "giorno dopo”.
Azione costruttiva (5). Un obiettivo perseguibile da subito è il rifiuto di ogni collaborazione con la guerra attraverso l'obiezione fiscale alle spese militari dello stato. E' un'importante scelta di coscienza, perché nessuna legge può obbligarti a dare il 5 per cento delle tue tasse allo stato italiano perché dilapidi 34 mila miliardi all'anno per le spese militari.
Chiediamo con forza al nostro Parlamento che approvi quanto prima una legge che istituisca l'opzione fiscale, ossia la possibilità per il cittadino di scegliere se destinare la sua quota di contribuzione fiscale alle spese militari oppure alla Difesa Popolare Nonviolenta.
C'è da pochi mesi la concreta possibilità di contribuire economicamente, con l'Obiezione alle Spese Militari, in favore della Difesa Popolare Nonviolenta (DPN) e del Progetto dei Caschi Bianchi internazionali, attraverso il versamento dell'8 per mille della tua dichiarazione dei redditi alla Chiesa Cattolica oppure ai Valdesi, dichiarando con una lettera indirizzata alle rispettive Chiese di aver scelto di destinare il proprio versamento a sostegno della DPN.
Un altro segno di ripudio degli armamenti e della guerra può essere quello di riconsegnare eventualmente il tuo porto d'armi.
Se possiedi una pistola o un fucile da caccia puoi fonderli per farne, ad esempio, una zappa.

Gli eserciti tutelano le ingiustizie dei ricchi

"Non appena scomparirà lo spirito di sfruttamento, gli armamenti saranno sentiti come un effettivo insopportabile peso. Non si può giungere a un vero disarmo se le nazioni del mondo non cessano di sfruttarsi a vicenda". (Mohandas Gandhi)

Se guardi intorno a te non tarderai a trovare il pacifista che rifiuta la guerra e i suoi effetti. Forse anche tu sei tra quei pacifisti che inorridiscono e si indignano alla vista degli orrori della guerra.
Ma il rifiuto della guerra è vano se non si rinuncia - a livello individuale e collettivo - alle cause che la provocano.
Gli eserciti degli stati da sempre tutelano gli interessi degli strati ricchi della loro popolazione. I poveri sono controllati dai dominatori con la minaccia delle armi, perché i ricchi non possono permettere che gli oppressi si levino a reclamare i loro diritti.
A livello internazionale gli arsenali dei paesi occidentali, gonfi d'armi, sono rivolti contro chiunque si ribelli o metta in pericolo gli interessi economici dei paesi dell'opulenza
Il nonviolento, al contrario del pacifista, comprende il nesso inscindibile che lega l'egoismo, l'accumulo dei beni, la furbizia alla guerra, alle Soluzioni finali, agli stermini e genocidi, alle dittature, ai Piani Condor, ai desaparesidos, agli apartheid economici e sociali, ai bambini afghani emaciati dalla fame e resi blu dal freddo intenso; e sa che "non vi è alcuna strada che porta alla pace; ma che, invece, la pace è la strada" (Gandhi).

Il disarmo unilaterale

"A meno che l'Europa non voglia il suicidio, qualche nazione dovrà osare disarmarsi e correre grandi rischi. Il grado di nonviolenza di quella nazione, se l'avvenimento fortunatamente si compirà, si sarà naturalmente elevato così in alto da ispirare il rispetto generale. I suoi giudizi saranno infallibili, le sue decisioni ferme, la sua capacità di eroica abnegazione sarà grande, ed essa vorrà vivere tanto per essa che per le altre nazioni". (Mohandas Gandhi)

A ben considerare, il disarmo unilaterale di uno stato sovrano è più semplice di quanto si immagini.
Ma è proprio qui il problema: le cose semplici spaventano.
E' evidente che ci devono essere due nazioni in lotta per fare la guerra. La nazione che rinuncia al combattimento disarmandosi impedisce ad un'altra nazione di muoverle guerra. Quest'ultima potrà invaderla senza vedersi opporre alcuna reazione violenta, bensì la forza invincibile della nonviolenza che, se applicata correttamente, come primo effetto, rispetto alla difesa armata, conterrà di molto le vittime della violenza dell'aggressore, e col tempo lo ridurrà all'impotenza.
Non puoi desiderare il grande traguardo del disarmo della tua nazione se non premetti gli indispensabili cambiamenti intermedi. Uno di questi è il disarmo del tuo cuore. Diceva Vinoba Bhave - il saggio, discepolo ed erede spirituale di Gandhi - "le battaglie della nonviolenza non avvengono sui campi di battaglia, ma nel cuore..".

Difesa popolare nonviolenta

"Amate i vostri nemici". (Gesù Cristo)

Per quanto possa apparire stravagante ed utopistica a chi è ancorato agli schemi della difesa militare armata, come unica via percorribile per difendersi dal "nemico", la Difesa Popolare Nonviolenta rappresenta una possibilità concreta in alternativa alla difesa armata degli eserciti.
Una nazione può difendersi senza armi da un invasore o da un colpo di stato, in quanto la DPN si basa sul principio che nessuno può governare una nazione senza il consenso del popolo.
Numerose sono le conferme storiche dell'efficacia della DPN: è stata usata da Gandhi per la liberazione dell’India dal dominio dell’Impero inglese (1916-1947), nelle resistenze nonviolente attuate in Danimarca, Norvegia (1940), Germania (1920), Bulgaria, Cecoslovacchia (1968), Filippine, ed in Russia per il colpo di stato del 1991.
Per aumentare la possibilità di riuscita della DPN occorre organizzarla.
A tal fine è necessario che la popolazione ed ogni aderente all'azione costruttiva apprenda le tecniche nonviolente e si addestri alla DPN per attuarla al momento del bisogno.

No alla cultura di morte

"Proclamo con la mia convinzione nella fede in Cristo che la violenza è un male, che la violenza è inaccettabile come soluzione dei problemi, che la violenza è indegna dell'uomo. La violenza è una menzogna perché va contro la Verità della fede, la verità della nostra umanità. Io prego con voi affinché il senso morale e il convincimento cristiano degli uomini possano non venire oscurati e soffocati dalla menzogna e dalla violenza, affinché nessuno possa chiamare l'assassinio con un altro nome che non sia assassinio. Ricordiamo che la Parola rimane per sempre: tutti quelli che mettono mano alla spada periranno di spada". (Giovanni Paolo II)

Chi può gioire per l'uccisione di un uomo? Ancor più quando essa è consumata con gelido ed asettico distacco dalla burocrazia penale o medica di una nazione.
La pena di morte è una soluzione ingannevole e brutale ad un grave problema sociale. Essa aggiunge al delitto commesso un nuovo omicidio.
L'aborto è un abominevole delitto, una violenza atroce e vigliacca perché inferta al nascituro indifeso.
Azione costruttiva (6). L'opposizione alla pena di morte è un dovere per chi crede nella forza dell'amore e della nonviolenza.
La giustizia di uno stato è concepita dalla parte ricca della società ed è ordinata alla tutela dei suoi interessi e dei suoi averi.
Il ricco introduce nella società il morbo dell'invidia che contamina le aspirazioni comuni ed induce la gente a ricercare il di più a qualsiasi costo: da ciò scaturiscono le anomalie sociali che sono ogni giorno davanti ai nostri occhi.
In America Latina, per fare un esempio, latifondi agrari vasti come la Lombardia appartengono ad una sola "onestissima" famiglia.
Si arresta il ladro, l'omicida, il delinquente, ma si lascia impunita l'iniqua ripartizione dei beni dei troppi miliardari, possidenti e latifondisti, anch'essi ladri e delinquenti, il cui sopruso la legge rispetta e tutela.
Il tuo compito sarà quello di rimuovere le cause, non gli effetti di un delitto, e quindi le condizioni che provocano la violenza (mancanza di casa, cibo, lavoro ed istruzione per tutti) rendendo così inutile il ricorso alla violenza legale dello stato.
Per quanto attiene il crimine dell'aborto, adoperati incessantemente facendo ricorso a tutti i "mezzi leciti ed idonei" per formare la coscienza degli uomini e delle donne alla ripulsa per un così vile delitto.

La religione del consumo la religione della semplicità

"La campagna di un uomo ricco aveva dato un buon raccolto. Egli ragionava tra sé: Che farò, poiché non ho dove riporre i miei raccolti? E disse: Farò così: demolirò i miei magazzini e ne costruirò di più grandi e vi raccoglierò tutto il grano ed i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e datti alla gioia. Ma Dio gli disse: Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato di chi sarà? Così è di accumula tesori per sé e non arricchisce davanti a Dio". (Vangelo secondo Luca 12, 16-21)

Sono le due opzioni fondamentali con le quali l'uomo della modernità è chiamato a confrontarsi: l'imperante religione del consumo, il culto del superfluo, la pratica devozionale dei cervelli all'ammasso alla ricerca dell'effimero; e all'opposto la religione della semplicità, dell'armonia e del sublime. Sono due realtà antitetiche, inconciliabili che non ammettono relazioni adulterine o soluzioni intermedie: si deve comunque scegliere. In merito Gesù Cristo nel Vangelo è chiaro: "Non potete servire Dio e il denaro".
Ti suggerisco di meditare le conseguenze prodotte nell'uomo dalla religione del consumo, nella descrizione del teologo latinoamericano Frei Betto.
"Il direttore della Young & Rubicam, una delle maggiori agenzie di pubblicità del mondo, ha dichiarato che: 'le marche, costituiscono oggi una nuova religione.
Le persone si rivolgono a loro in cerca di significato. Le marche possiedono la passione e il dinamismo necessari a trasformare il mondo e convertire le persone al loro modo di pensare'. Il mondo della pubblicità attribuisce carattere 'divino' alle marche famose, segnalando che le persone preferiscono lo shopping alla messa. A favore della propria tesi, l'agenzia ha citato due esempi: dal 1991, circa 12.000 persone hanno celebrato il loro matrimonio in parchi della DysneyWorld, e stanno diventando una moda le bare marca Harley, nelle quali sono sepolti i motociclisti fissati coi prodotti Harley-Davinson. La tesi non manca di logica. Marx già aveva denunciato il feticismo delle merci. Le persone non vogliono solo il necessario. Se dispongono del potere d'acquisto, adorano ostentare il superfluo. La pubblicità è venuta ad aiutare il superfluo ad imporsi come necessario. La merce, intermediaria nella relazione tra gli esseri viventi (persona-merce-persona) è passata ad occupare i due poli (merce-persona-merce). Se arrivo a casa di un amico con l'autobus, il mio valore è inferiore a quello di chi arriva in BMW. Questo vale per la camicia che indosso o l'orologio che porto al polso. Non sono io, persona umana, che faccio uso dell'oggetto. E' il prodotto, rivestito di feticismo, che mi attribuisce valore, aumentando la mia quotazione nel mercato delle relazioni umane. 'Consumo, quindi esisto'. Fuori dal mercato non c'è salvezza, ammoniscono i nuovi sacerdoti dell'idolatria consumista.
Questa appropriazione religiosa del mercato è evidente negli ipermercati. Quasi tutti possiedono le linee architettoniche di cattedrali stilizzate. Sono i templi del dio mercato. Si percorrono i loro chiostri marmorei al suono del gregoriano post-moderno, quella musichetta da sala d'attesa del dentista. Lì dentro tutto evoca il paradiso: non ci sono mendicanti né piccoli delinquenti, non ci sono povertà e miseria. Con l'occhio devoto, il consumatore contempla le cappelle che mostrano, in ricche nicchie, i venerabili oggetti del consumo, vegliati da belle sacerdotesse. Chi può pagare in contanti si sente in paradiso; chi deve ricorrere all'acquisto a rate, in purgatorio; chi non ha risorse, all'inferno. All'uscita poi, tutti si sentono fratelli partecipando alla mensa 'eucaristica' di McDonnald.
La Young & Rubicam ha comparato le agenzie di pubblicità ai missionari che hanno diffuso nel mondo religioni come il cristianesimo e l'islamismo. 'Le religioni erano basate su idee forti che davano un senso e un obiettivo alla vita', ha dichiarato il direttore dell'agenzia inglese.
Il peccato originale di questa nuova 'religione' è che, al contrario di quelle tradizionali, questa non è altruista, è egoista; non favorisce la solidarietà, ma la competitività; non fa della vita dono, ma possesso. E ciò che è peggio: indica il paradiso in terra e manda il consumatore nell'eternità completamene sprovvisto di tutti i beni che ha accumulato da questo lato della vita".

Semplicità e povertà volontaria

“Beati voi poveri, perché vostro è il Regno di Dio". (Gesù Cristo)

La pace non nasce dalla scomparsa delle guerre dallo scenario mondiale, ma dal radicale ripensamento della prassi economica occidentale che esalta l’ingiustizia e il sopruso e legittima il consumo dell’80% delle risorse della terra da parte del 20% della popolazione mondiale, la minoranza privilegiata dell'umanità di cui facciamo parte.
Conoscere i dati sullo "Stato del mondo 2001" del Worldwatch Institute, secondo cui 336 persone possiedono il 40 per cento delle ricchezze dell'intera popolazione mondiale, significa solo scorgere la punta dell'iceberg. Il vero scandalo sono i piccoli-grandi consumi della gente cosiddetta "normale", che sono circa 150 volte maggiori di quelli dei poveri del "piano di sotto".
Puoi facilmente dedurre come sia impossibile un serio impegno per la pace che eluda un ripen-samento dei privilegi di cui godiamo, che rendono l'attuale modello di sviluppo eticamente impraticabile.
Sfatiamo una volta per tutte il mito keynesiano che teorizza la possibilità di realizzare la prosperità universale perseguendo la logica dell'arricchisci te stesso. E' un'evidente falsità comprovata dall'esperienza storica di un mondo in cui i ricchi diventano inesorabilmente sempre più ricchi, ed i poveri al contrario sempre più poveri.
Anche la fantasiosa teoria dello "sgocciolamento" di risorse dai ricchi ai poveri si è rivelata una fandonia che non ha portato alcun refrigerio alle enormi masse dei diseredati.
Solo con la restrizione volontaria dei bisogni, la rinuncia per il bene comune è possibile favorire il riequilibrio delle disuguaglianze e conseguire il benessere per tutti.
Se ci sforzassimo di riconfigurare l'immagine che abbiamo del mondo guardando la realtà non con le lenti del nostro benessere ma con gli occhi dei poveri, ci accorgeremmo che il nostro stile di vita consumistico ed energivoro è ai margini del mondo, perché largamente minoritario. Quattro quinti della popolazione mondiale vivono in ben altro modo.
Se vuoi opporti alla violenza strutturale del sistema capitalistico e costruire una economia nonviolenta, riforma il tuo stile di vita passando dal consumismo alla semplicità volontaria, dallo spreco alla limitazione dei bisogni, nella riscoperta del gusto per le piccole cose. Perciò, scriveva Lanza del Vasto, "sopprimiamo la miseria, coltiviamo la povertà".
Azione costruttiva (7). L'elemento fondante della nonviolenza è la povertà volontaria, primo passo sull'erta che conduce al cambiamento di di se stessi.
"Un uomo - scrisse Henry David Thoreau - è ricco in proporzione al numero di cose delle quali può fare a meno".
Prova ad applicare ai tuoi consumi questo semplice suggerimento: “La suprema regola è rifiutarsi espressamente di tenere ciò che milioni non possono avere" (Gandhi).

Noncollaborazione con l'insania del consumismo egoistico

"Nessuno potrebbe essere attivamente nonviolento e non insorgere contro l'ingiustizia sociale in qualsiasi luogo si manifesti". (Mohandas Gandhi)

L'ideologia estremista del liberismo assedia le nostre vite. Il suo aspetto più perverso è rappresentato dalla globalizzazione selvaggia del Mercato nei suoi tre settori chiave, industria-finanza-informazione, col loro cascame di valori dagli effetti socio-ambientali devastanti.
Come sostengono autorevoli esperti, la globalizzazione (usata molto spesso come parola magica priva di significato) non è un fenomeno naturale, inarrestabile.
L'esaltazione del mercato globalizzato è stata imposta a colpi di trattati internazionali che le Nazioni sono state costrette a ratificare.
La stessa dinamica è stata attuata per favorire la diffusione tra l'opinione pubblica dei concetti di crescita economica illimitata, di competitività internazionale, di deregulation dei mercati.
Il dominio delle multinazionali, con la conseguente l'ipertrofia materialistica, é stato accolto supinamente dall'opinione pubblica, con acritica approvazione o con fatalistica sottomissione. L'asfissiante imbonimento dei mass media e dei manipolatori delle coscienze ci ha persuaso di essere impotenti dinanzi alle ingiustizie e alle prevaricazioni di chi esercita il potere.
Al contrario, la realtà ci dice che ognuno di noi è tutt'altro che impotente. Le tue scelte quotidiane, il tuo stile di vita, il tuo modo di "votare" con gli acquisti, con il lavoro, la gratuità nei tuoi rapporti umani e quant'altro sono più decisivi del più cruciale provvedimento che la politica istituzionale possa escogitare. Dalle tue scelte dipende la sopravvivenza di ogni sistema di dominio.
Se tu acquisirai la consapevolezza di essere il depositario del vero potere, quello di dire NO, di non collaborare con le perversioni del sistema economico mondiale, nella convinzione che non esiste potere senza l'obbedienza delle moltitudini, allora vivrai "nel" mondo oramai divenuto un grande Mercato ma non sarai "del" mondo. Potrai ribellarti e "gettare a mare" i meccanismi perversi indotti dalla globalizzazione dell'economia, rifiutando la furia omologatrice delle culture, dei desideri e delle aspirazioni perché la tua persona non può essere svilita a target economico, ossia a un potenziale acquirente di idoli.
Opererai così una progressiva delegittimazione del sistema valoriale fondato sul materialismo e sulla legge del più forte che moltiplica le esclusioni e nega l'esistenza della coscienza sociale.
Il sistema che pone al centro le leggi del denaro e del Mercato, anziché i bisogni primari dell'uomo, che causa sofferenze umane inenarrabili e provoca la devastazione dell'ecosfera, è una realtà negativa, e come tale è quanto mai doveroso combatterlo con il metodo infallibile della noncollaborazione nonviolenta perché "chi non si oppone al male lo accresce".
A quale male devi opporti? Non al capitalismo o al consumismo; essi sono solo i sintomi di un male che alberga nel cuore d'ogni uomo: l'egoismo.
Abbi allora il supremo coraggio di rimuovere il vero male: così scomparirà anche il suo sintomo.
In quest'ottica, gli unici elementi positivi da globalizzare sono: la conoscenza dei problemi mondiali, la consapevolezza del ruolo e della responsabilità che ogni individuo ha nel costruire un futuro migliore e lo scambio di informazioni utili a fornire delle risposte alle scottanti questioni sociali ed ambientali del pianeta.

Ridurre dell'80 per cento i consumi personali e familiari

"Nel mondo c'è a sufficienza per i bisogni di tutti, ma non per l’avidità di ognuno”. (Mohandas Gandhi)

Hai letto bene: ridurre i consumi dell'80 per cento.
E non esagero. Lo dicono gli scienziati dell’Istituto tedesco di Wuppertal che, per il ritorno ad una società sostenibile, prescrivono nei prossimi cinquant’anni una riduzione dei consumi di materie prime e di emissioni nocive dell’80 per cento.
Pertanto, la vera sfida del terzo millennio, secondo l’economista Wolfang Sachs, non sarà come arricchire i paesi del sottosviluppo, ma come ridurre i consumi dei paesi ricchi ripensando il concetto di “benavere” occidentale nel senso del limite. Questa è la prima forma di responsabilità verso il pieno diritto alla vita delle generazioni che in futuro abiteranno il nostro pianeta.
Una riduzione così drastica dei consumi può generare un grosso equivoco. "Il mio stipendio mensile - potresti obiettare - è di due milioni. Se dovessi ridurre i consumi familiari dell'80 per cento dovrei sopravvivere con 400mila lire al mese?".
Non è proprio così. Distinguiamo anzitutto i consumi diretti dai consumi reali. Cercherò di spiegarmi con un esempio pratico. Quanto carburante consumi al mese? 30-60-120 litri? Lo sai che i tuoi consumi reali di petrolio sono cinquanta volte superiori? Nel calcolo dei tuoi consumi devi aggiungere il gasolio sprecato dalla nave, dall'aereo e dai camion per il trasporto di frutta esotica, formaggi stranieri, acque minerali; petrolio, carbone, metalli, acqua ed energia sprecati dall'industria che produce gli oggetti praticamente inutili che la tua famiglia possiede.
Non meravigliamoci, allora, se la Terra è inquinata e - a causa delle emissioni, ampiamente evitabili, di gas nocivi - si sta rapidamente surriscaldando.
Ridurre i consumi dell'80 per cento non significa privarsi del necessario, ma consumare con intelligenza interrogandosi ad ogni acquisto sul percorso compiuto da ogni singola componente della merce e scegliere con sapienza il prodotto che inquina meno e produce il maggior vantaggio sociale.
Alcuni esempi. Acquistare un formaggio locale anziché un formaggio svizzero significa, probabilmente, risparmiare sul prezzo d'acquisto, ma soprattutto eliminare lo spreco di carburante per trasportare il formaggio dalla svizzera al tuo paese.
L'ingente spreco di petrolio contenuto nei sacchetti di plastica, il cui accumulo nelle case supera di gran lunga i nostri bisogni, potrebbe essere ridotto usando una borsa per la spesa in fibra naturale che può riutilizzarsi per anni.
Impariamo dalla natura, che non conosce rifiuti, a produrre meno scarti, sapendo che ogni schifezza che consumiamo dovrà finire da qualche parte, quindi inquinare l'ambiente e accumularsi nelle discariche.
Ma non ridurremo i consumi se ci ostiniamo a circondarci di futili comodità che nella pratica si rivelano contrarie alla saggezza ed altresì dannose alla salute.
Consideriamo l'uso dissennato dell'automobile, con l'inquinamento e lo spreco di risorse che comporta.
E' preoccupante sentir dire da un giovane nel vigore delle sue forze che un negozio o l'ufficio postale, solo perché distanti cinquecento metri, sono troppo lontani da raggiungere a piedi. La stessa persona è poi disposta a spendere molti soldi per dimagrire in palestra.
Siamo diventati esseri pigri e flosci, abbiamo disimparato a camminare, l'automobile ha preso il posto delle nostre gambe e la usiamo oramai quasi come una protesi per la deambulazione.
Una via di fuga da questa situazione innaturale te la offre il buon sensotiny_mce/themes/advanced/langs/it.js?v=307">: cammina a piedi il più possibile, e quando non puoi usa la bicicletta, una tecnologia appropriata, economica, silenziosa, non inquinante, salutare, semplice e nonviolenta.
L’uso delle nostre gambe o della bicicletta non costituisce un ritorno inopportuno al passato e un segno di condizione sociale disagiata. Anzi, è esattamente il contrario: significa essere davvero moderni, civili e coerenti nel dare delle risposte alle nuove esigenze del nostro tempo.
A tal proposito sarà utile ricordare che un numero impressionante di uomini e donne nel Sud del mondo continua ad andare a piedi al lavoro, a scuola, a prendere l’acqua e quant'altro, percorrendo ogni giorno decine di chilometri.
Che civiltà sarà mai quella che ha prodotto il sottosviluppo di 3/4 del genere umano, la crisi ecologica planetaria, l’aria irrespirabile e che rende gli uomini schiavi di una scatola di metallo che cammina?
La riduzione dell'80 per cento dei consumi familiari, inoltre, smaschera nella loro ipocrisia gli appelli alla pseudo solidarietà (es. l'elemosina del superfluo), come anche i vuoti slogan degli ecologisti di maniera (es. il riciclaggio dei consumi irrazionali).

Vivere in famiglia con un solo stipendio

"Ridurrete i vostri desideri ai vostri bisogni, e i vostri bisogni al minimo".
(Giovanni Lanza del Vasto)

E' profondamente ingiusto e contrario alla non-violenza che in una famiglia si lavori in due quando tanti sono disoccupati, lungi, però, dal sostenere una visione maschilista del lavoro.
La Chiesa cattolica nella Familiaris Consortio accenna a questa ingiustizia:
“Non accada che in una famiglia ci siano due o più introiti finanziari e in un’altra non ve ne sia neppure uno”.
Credo che per dare una risposta al problema della crescente disoccupazione, invece di indulgere nel vaniloquio o sperare nell’azione miracolosa della politica, occorra ripartire da una concezione etica della famiglia operando la redistribuzione dei lavori e dei redditi in più a favore di chi è disoccupato.
Questa trasformazione, che ha origine da una libera scelta della famiglia, rappresenta una vera rivoluzione sociale.
Azione cotruttiva (8). Se nella tua famiglia lavorate in due - e sapete in coscienza che uno stipendio è sufficiente per vivere dignitosamente - un coniuge può licenziarsi al fine di redistribuite il lavoro che avete in eccesso a chi è disoccupato.

I bilanci di giustizia

"Saper scegliere, oggi più che mai, richiede l'arte di saper dire di no. Sembra paradossale, ma in una società strapiena di opzioni, la frugalità è una chiave del nostro benessere. 'Meno' può essere infatti 'meglio'". (Wolfgang Sachs)

La tua famiglia potrebbe riconsiderare la struttura dei propri consumi e decidere quali di essi sono compatibili con i valori che si ritengono fondamentali, con un modello economico più giusto e rispettoso dell’uomo e dell’ambiente.
Azione costruttiva (9). Ogni mese, tenendo un accurato bilancio delle spese, la tua famiglia si assumerebbe la responsabilità di cambiare un meccanismo economico non più tollerabile, rivedendo lo stile di vita familiare ed eliminando di volta in volta i consumi superflui.
Ridurre il consumo di carne
e tendere al vegetarianesimo

Ridurre il consumo di carne e tendere al vegetarianesimo

"E' evidente che se un uomo tratta con affettuosa compassione gli animali egli sarà tanto più disposto a sentire compassione per i suoi simili".
(San Tommaso d'Aquino)

A di là delle mode salutistiche, la scelta vegetariana nella spiritualità cristiana, è fondata su due ordini di ragioni: l’esigenza di estendere l’amore dall’uomo al creato intero e la necessità di frenare gli istinti aggressivi attraverso il controllo del palato.
La scelta vegetariana assume anche un risvolto socio-economico globale. Essa, infatti, si pone il problema dell’utilizzo razionale delle limitate superfici agrarie mondiali per la produzione di alimenti vegetali destinati al consumo umano diretto. Il vegetarianesimo servirebbe ad attenuare notevolmente il problema della scarsità di cibo disponibile sul pianeta (non considerando, ovviamente, il problema della diseguale distribuzione degli alimenti nel mondo). L’economista Jeremy Rifkin analizza l’attuale modello dominante di produzione agricola che opera la scelta irrazionale, e finanche dannosa per la salute, di alimentare 1 miliardo e 280 milioni di bovini, che occupano il “24% della superficie terrestre e consumano una quantità di cereali sufficiente a sfamare centinaia di milioni di persone (1/3 dei cereali prodotti nel mondo)”, la cui carne finirà sulle mense del 20% ricco e obeso della popolazione mondiale.
Mangiare notevoli quantità di carne è uno dei privilegi alimentari dei paesi ricchi. "Gli italiani mangiano in media 70-80 kg di carne all'anno". Al consumo della carne sacrifichiamo milioni di ettari di terra per produrre "500 milioni di tonnellate di cereali destinati all'alimentazione animale".
"Produrre foraggi per nutrire gli animali da carne e poi ricavare da questi proteine alimentari è terribilmente antieconomico. Da 100 kg di cereali usati come foraggio possiamo ricavare solo 8 kg di carne bovina, oppure 15 kg di suina, oppure 21 kg di pollame. Uno stesso tratto di terreno può nutrire una sola persona ad alimentazione mista (vegetali, carne); può nutrire invece tre persone che praticano l'alimentazione vegetariana. Così mentre un indiano, oppure un africano consumano in media 200 kg di cereali l'anno a testa; un europeo o un cittadino degli Stati Uniti ne consumano 1.000 kg, il 90% dei quali viene impiegato come foraggio per gli animali da carne. E' stato calcolato che la terra, senza gli sprechi alimentari costituiti dalla dieta carnea, potrebbe nutrire a sazietà tutti i suoi figli e ciò ridurrebbe i motivi di tensione e di guerra tra i popoli" (Associazione Igienista Italiana).
Molti cristiani, pur non essendo costretti dal proprio credo, hanno scelto la via del vegetarianesimo: da Tertulliano, Padre della Chiesa, a San Gerolamo; da San Basilio a San Giovanni Crisostomo. Lo stesso Paolo di Tarso nella lettera ai Romani invita “a non mangiar carne”. (Romani 14, 21) Oggi è altamente probabile che molta gente se dovesse uccidere da sé gli animali di cui si ciba sceglierebbe il vegetarianesimo.
Lev Tolstoj, nel suo libro “Il primo gradino”, riferisce con dovizia di dettagli cosa avviene nei macelli. Diamo appena un cenno della sua raccapricciante descrizione: “Dalla parte opposta a quella dove io mi trovavo, stavano facendo entrare un grosso bue, rosso e grasso; due uomini lo trascinavano per le corna. Il bue aveva appena varcato la soglia che un macellaio lo colpì alla nuca con un’ascia a manico lungo. Come se gli fossero state tagliate tutte e quattro le gambe di un sol colpo, il bue cadde pesantemente sul ventre, poi si girò su un fianco e si mise ad agitare convulsamente le gambe e la parte posteriore del corpo. Allora i macellai si precipitarono su di lui e, tenendogli le corna, gli tagliarono la gola. Dalla larga ferita un sangue rosso bruno sgorgò a fiotti e venne raccolto in un recipiente di metallo da un ragazzo, tutto intriso di sangue. Durante tutto questo tempo il bue non aveva cessato di girare e scuotere la testa e di agitare convulsamente le gambe in aria…”. Per chi dovesse entrare in un macello da carnivoro e vedere simili atrocità, è altamente probabile che ne uscirebbe deciso a diventare vegetariano.
Azione costruttiva (10). Una dieta sana ed equilibrata, che riduca drasticamente il consumo di carne sostituendola con latte e derivati, uova e legumi, per tendere il più possibile all'ideale di una dieta vegetariana (dal latino vegetus che significa "sano, forte e vitale"), oltre a migliorare il tuo stato di salute contribuirebbe a risolvere il problema della fame nel mondo.

L'alternativa dell'economia locale

"Quanto più si tratta di bisogni di base - mangiare, vestirsi, abitare - tanto più deve essere garantita la non dipendenza da poteri esterni, l'autosufficienza. E' superfluo sottolineare quale importanza potrebbe avere anche oggi questo atteggiamento per lo sviluppo del Terzo Mondo, nonché quanto possano essere pericolose certe forme di passività o di dipendenza, magari indotte dalla tecnologia, dal mercato o dagli aiuti internazionali". (Luigi De Carlini)

Sono sempre più numerosi i segnali in merito alla necessità di un improrogabile cambiamento del modello di sviluppo economico e sociale dei paesi industrializzati.
E' urgente riportare l'attuale economia della crescita esponenziale sui sentieri dell’economia del limite, il cui fine è di assicurare a tutti gli uomini un livello di vita dignitoso, la soddisfazione dei bisogni fondamentali e la piena occupazione.
Un'economia a misura d'uomo che obbedisca ai principi della giustizia e della nonviolenza dovrebbe "produrre localmente e consumare localmente". Non è una follia continuare ad importare da lontano ciò che può essere prodotto in loco? In effetti, il primo ed essenziale progresso che dovrebbe compiere l'economia del limite è quello di accorciare sensibilmente la distanza che divide il consumatore dal produttore, ritornando a forme di produzione a stretto contatto con il territorio.
Quest'economia sarebbe più democratica perché più controllabile dagli abitanti del territorio a cui si rivolge.
Il ritorno dall'economia del villaggio globale all'economia del villaggio locale e solidale, caro lettore, è possibile e la strada maestra di questo ritorno ha le sue coordinate nel recupero del buon senso perduto, della saggezza, della lentezza e del concetto del limite, che è la dimensione propria dell'uomo.

Bada bene di non confondere ciò che è locale, che è piccolo, con l'arcaico, con il desueto, o peggio ancora con l'utopia, con una realtà fuori dai tempi e quindi irrealizzabile.
Potrai obiettare che l'economia su base locale è oramai una prospettiva anacronistica nell'attuale e irreversibile fase di globalizzazione dei mercati mondiali.
L'economia ha stregato le menti e i cuori degli uomini. Le moltitudini si gettano a corpo morto nelle sue regole, quasi fossero dogmi di fede. Le leggi dell'economia non sono verità divine, ma opere dell'uomo e come tali possono essere modificate in qualsiasi momento. Se restano cristallizzate nel tempo è solo perché le si crede immutabili. Siamo di fronte ad un errore di percezione, ad un abbaglio collettivo. A mio avviso questo modo di pensare è tipico di chi interpreta la realtà come un enorme "problema economico": una contraddizione in termini, un'assurdità pratica, perché - come saggiamente fa notare Lanza del Vasto - "il sostantivo problema e l'aggettivo economico si contraddicono". Infatti, il problema è sinonimo di dubbio, incertezza; mentre economia significa conoscenza della casa ed è quindi il contrario del dubbio. "Non appena vi è un problema non vi è più economia. Non appena vi è un problema economico, questo problema è insolubile, come tutte le sue assurdità.
Ecco per esempio un problema economico: cresce il cotone nel campo di fronte, il padrone del campo vende il suo cotone ad un esattore che lo rivende ad un mercante che lo rivende ad un altro che lo trasporta a Bombay dove è venduto ad un esportatore che lo imbarca per un porto inglese dove è venduto ad una fabbrica che ne fa cotone filato e lo vende ad una fabbrica che ne fa cotone tessuto che lo vende ad un mercante che lo vende ad un altro che lo spedisce a Bombay dove viene venduto ad un mercante che lo vende al villaggio al padrone del campo del cotone. Per giocare a palla con tonnellate di cotone occorrono migliaia di chilometri di rotaie, porti, depositi, navi, doganieri, controllori, poliziotti, tribunali e prigioni, uffici, banche e borse, eserciti e cannoni e popoli ridotti in schiavitù, fabbriche, macchine e milioni di proletari sempre sull'orlo della ribellione…
Ecco ora l'economia del problema. E' che il padrone del campo prenda una piccola ruota oppure un fuso e lo faccia girare fino a che abbia vestito, col cotone del suo campo, sé, la sua famiglia e tutto il villaggio, invece di far girare il suo cotone tutt'intorno alla terra".
Questo è quanto scriveva Lanza del Vasto nel 1954. Oggi gli scenari imposti dalla globalizzazione economica hanno drammaticamente aggravato le perversioni insite nell'attuale flusso degli scambi di merci. Basti pensare, ad esempio, che i vitelli d'allevamento non vengono più alimentati, come sarebbe naturale, con il latte delle madri perché questo latte costa troppo rispetto al latte in polvere sovvenzionato dalla Comunità Europea, che compie un giro della morte trasportato da "camion-cisterna fino alla centrale, passando per la pastorizzazione, scrematura, disidratazione, polverizzazione, insaccamento, stoccaggio, fino al ritorno agli allevamenti specializzati nella produzione di vitelli da macello" (Josè Bovè).
Possiamo amaramente constatare come "in Mongolia, un paese che per migliaia d'anni ha vissuto di latticini locali, i negozi siano pieni di burro tedesco. In Kenya il burro importato dall'Olanda costa la metà di quello locale, mentre la maggior parte dei prodotti caseari che si vendono in Spagna provengono dalla Danimarca" (Helena Norberg-Hodge).
Un'economia che permette simili assurdità è follia, schizofrenia e irresponsabilità imposte alle masse attraverso il dogma del libero mercato.
Pertanto, l'interrogativo più importante che il terzo millennio ci pone davanti riguarda il lavoro per l'autosufficienza.
Il mercato globale ha progressivamente deprivato i popoli del Sud del mondo della cultura autoctona e dell'economia locale fondata sull'autosufficienza, imponendo loro di produrre per l'esportazione.
Il modo più diretto ed efficace per essere solidali con i poveri del Terzo Mondo, consentendo la loro rinascita, consiste nel liberarli dal giogo dell'oppressione, togliere le tende di neocolonialisti predatori, interrompere le dinamiche di sfruttamento globalizzato degli oppressi e ritornare ad una economia locale, che aiuti i paesi poveri a produrre cibo per il consumo diretto, per la loro autosufficienza alimentare.
Con il lavoro per l'autosufficienza è possibile dare una risposta, sia pur parziale, al problema della disoccupazione. Per creare nuova occupazione non è necessario far crescere l'economia acquistando sempre più prodotti e aumentando così la nostra dipendenza dal denaro. Chi dice poi che il solo modo per essere occupati sia quello di lavorare in cambio di un salario? Contribuisci anche tu a liberare l'economia dalla dipendenza dal denaro. Non acquistare ciò di cui si ha bisogno, ma produrlo con il proprio lavoro è un modo per creare dal nulla nuova occupazione.
L'autoproduzione ha anche innegabili vantaggi ambientali. Analizziamo, ad esempio, la filiera del pane. Per giungere al prodotto finito si effettuano sei passaggi, con altrettanti profitti, trasporti, inquinamenti e possibilità di sofisticazioni: Agricoltore - Insilamento - Macinatura - Panificazione - Rivenditore - Consumatore.
Se invece produci il pane con il lavoro delle tue mani, macinando il grano con un semplice mulino manuale casalingo, gli scambi si riducono a due: Agricoltore - Consumatore. Gli altri quattro passaggi mercantili, con le loro storture, sono tagliati fuori. Questo è solo un esempio tra molti altri possibili.
Nella società ideale in cui credo non ci sarebbero né divisioni, né lotte di classe o atteggiamenti di ostilità tra sfruttatori e oppressi, perché ognuno si sforzerebbe di non essere di peso a nessuno con il lavoro per produrre ciò che è necessario.
Prova a conquistare nuovi spazi di autonomia dal denaro e scoprirai che "essere autosufficienti - come scrive John Seymour - non significa 'tornare indietro' verso un passato idealizzato in cui la gente sgobbava per procurarsi il cibo con mezzi primitivi; significa piuttosto 'andare avanti' verso una nuova e migliore forma di vita, una vita che è più divertente di quella che si vive in ufficio o in fabbrica. L'autosufficienza non è un'tornare indietro' ad un livello di vita inferiore. Al contrario, significa proprio lottare per un migliore tenore di vita, per un alimento fresco, buono e coltivato organicamente, per una buona vita in un ambiente piacevole, per la salute del corpo e la pace dell'animo che deriva da una dura attività all'aria aperta, e per la soddisfazione provata nello svolgere bene e con successo un lavoro difficile e complicato".
Azione costruttiva (11). Per capire che il ritorno ad un'economia di "villaggio" non è impossibile ma dipende da te, ti suggerisco di iniziare a produrre con le tue mani, quanto più possibile, ciò di cui hai bisogno.
Quando devi acquistare dei prodotti, dai la preferenza a quelli della tua regione, cercando di evitare i beni di consumo stranieri, provenienti dal Terzo Mondo, o comunque prodotti fuori della tua zona.

Non rubare

"Voglio dirvi che, in certo modo, siamo ladri. Se prendo una cosa della quale non ho bisogno per il mio uso immediato e la tengo, la rubo a qualcun altro. Oso dire che è legge fondamentale della natura, senza eccezioni, che la natura di giorno in giorno produce quel tanto che basta alle nostre necessità, e se soltanto ciascuno prendesse quello che gli è sufficiente e nulla più, in questo mondo non ci sarebbe miseria, in questo mondo non ci sarebbe gente che muore di fame. Ma fino a quando accettiamo l'ineguaglianza, rubiamo". (Mohandas Gandhi)

Riscoprire il lavoro manuale

"L'uomo deve guadagnarsi da vivere fornendo un 'lavoro' corrispondente al 'pane' che mangia e, ove non si tratti di persone disadattate, lo sfruttamento comincia là dove vi sono uomini che mangiano il pane che altri hanno prodotto, senza fornire un corrispettivo lavoro. E, si badi, per lavoro si intende qui lavoro manuale, fatica fisica, sudore". (Giuliano Pontara)

Tutti devono guadagnarsi il cibo che mangiano con il lavoro delle proprie mani, lo prescrive Dio nella Bibbia: "con il sudore del tuo volto mangerai il pane" (Gn 3, 19).
L'uomo furbo ha raggirato questo precetto industriandosi al meglio per far lavorare il suo prossimo per lui.
Azione costruttiva (12). Nessuno può esimersi dal lavoro delle mani, né il professore, né l'insegnante, né il notaio, né l'avvocato…
Sono sempre più numerosi coloro che disprezzano il lavoro manuale e credono di poterne fare a meno. Desiderano per sé un lavoro intellettuale e per i propri figli un futuro da colletto bianco o quanto meno da passacarte. Disdegnano il lavoro manuale, ma non la fatica: infatti per dimagrire si affannano e sudano in palestra (poi però usano automobile ed ascensore), praticano volentieri sport impegnativi, ma il loro pregiudizio è così grande da rifiutare il lavoro delle mani per produrre il pane. Ma è il lavoro manuale che fa vivere il mondo e dà gioia a chi lo pratica nella consapevolezza della sua importanza.
Nel brano seguente, Gandhi descrive il dovere per ogni uomo del lavoro manuale.
“Se tutti lavorassero per il proprio pane soltanto allora vi sarebbe abbastanza cibo e tempo libero per tutti. Né vi sarebbero tutte le malattie e la miseria che ci affliggono oggi. Tale lavoro sarebbe la più alta forma di servizio. Gli uomini farebbero senza dubbio molte altre cose, sia col corpo che con la mente, ma si tratterebbe sempre di lavoro d’amore per il bene comune. Non vi sarebbero in tal caso né ricchi e né poveri, né classi superiori, né classi inferiori… Potrebbe trattarsi di un ideale irraggiungibile: non per questo, comunque, dobbiamo smettere di lottare per raggiungerlo. Se anche ci limitassimo a svolgere quel tanto di lavoro fisico sufficiente a farci guadagnare il pane quotidiano, senza applicare per intero la legge del servizio, che è la legge della nostra esistenza, già faremmo molta strada verso quell’ideale. Se così facessimo, i nostri bisogni si ridurrebbero al minimo, il nostro lavoro si semplificherebbe. Mangeremmo allora per vivere, anziché vivere per mangiare. Che chiunque dubiti dell’esattezza di tale affermazione provi a sudarsi il pane: trarrà il più grande piacere dal frutto del proprio lavoro, migliorerà la propria salute e scoprirà che molte cose a cui si era abituato erano superflue. Ma non possono gli uomini guadagnarsi il pane con il lavoro intellettuale? No. A bisogni del corpo deve pensare il corpo. Il mero lavoro mentale, cioè intellettuale riguarda l’anima ed è compenso a se stesso. Non dovrebbe mai pretendere di essere retribuito. Nello stato ideale, dottori, avvocati e simili lavoreranno solo a beneficio della società, non per se stessi. L’osservanza della legge del lavoro per il pane attuerà una rivoluzione silenziosa nella struttura sociale. Il trionfo dell’uomo consisterà nel sostituire alla lotta per l’esistenza la gara per l’aiuto reciproco. La legge della bestia sarà destituita dalla legge dell’uomo”.
Chi guarda con sospetto il lavoro manuale per il pane, e, per pigrizia intellettuale, sostiene che non può esserci alternativa al modello di sviluppo capitalistico, probabilmente, è vittima della diffusa mentalità di dipendenza generata dai troppi beni di consumo che altri producono per noi. Ecco, allora, spiegato il senso di smarrimento e d'impotenza che ci pervade quando dobbiamo soltanto immaginarci un'alternativa all'attuale modello di produzione e consumo.
Il lavoro per il pane è un'esigenza profonda della nonviolenza perché chi dipende dal lavoro altrui, con l'eventuale sfruttamento che ne consegue, esercita un'inaccettabile violenza sul suo prossimo.

La libertà dalle macchine

"Ma se è vero che le macchine servono a risparmiare tempo, come mai nei paesi dove le macchine imperano incontri solo gente sempre indaffarata ed angustiata dalla mancanza di tempo, mentre nei paesi dove l'uomo produce tutto col lavoro delle proprie mani, egli trova il tempo per far tutto e, se vuole, molto tempo ancora per non far niente?". (Giovanni Lanza del Vasto)

Concordo con l'economista Ernst Schumacher quando afferma che l'avidità dell'uomo lo ha reso schiavo della macchina, lo ha umiliato nella sua dignità e ridotto al rango di "risorsa umana", destinato a soccombere all'avanzare incontrollato della meccanizzazione e della robotica.
La piaga della disoccupazione di massa nel mondo è la diretta conseguenza della tirannia della macchina "risparmiatrice di lavoro", fondamento della logica suicida tesa all'eliminazione del fattore umano. Hai mai riflettuto sulla gravità di questa affermazione? Un giorno l'automazione delle macchine, una tecnologia, un pezzo di ferro potrebbero renderti obsoleto, inutile, cestinabile: che orrore!
L'umanità ha diritto al lavoro, ha bisogno di essere protagonista del lavoro, non di essere risparmiata dal lavoro e privata di esso a causa del suo asservimento alle logiche della moltiplicazione del denaro.
"Il prodotto della macchina - scrisse Gandhi - è senza bellezza, ma di aspetto brillante; senza valore e senza durata, ma di comodo uso e di facile sostituzione. Esso si presenta da principio come una tentazione e poi sempre più come una necessità, a causa del suo basso prezzo, per una popolazione che si va impoverendo di giorno in giorno, e in questo modo ogni volta che l'acquirente risparmia sul prezzo, guadagna in impoverimento: perché milioni di suoi artigiani sono gettati in mezzo a una strada. Miseria nelle nostre città, miseria nelle nostre campagne, miseria anche nei quartieri bassi di Londra e di New York; metti dunque tutte queste miserie, ieri sconosciute, sul conto del Progresso, per sapere ciò che costa e ciò che vale".
E allora, quale tecnologia scegliere? E' la domanda più cruciale per il nostro futuro. C'è una tecnologia "dura", estremamente violenta, costosa, sofisticata ed inquinante, sostitutiva del lavoro dell'uomo: è una malattia seria per il genere umano che va ripudiata con decisione.
Esiste invece una tecnologia appropriata, "morbida", che è davvero utile a soddisfare i veri bisogni dell'uomo, una tecnologia intermedia che non sostituisce il lavoro umano e non reca danni all'ambiente. Una simile tecnologia va ricercata ed incentivata, anche perché costituisce la tecnologia più idonea per consentire un vero sviluppo autonomo delle aree rurali dove vive l'80 per cento dei poveri del Terzo Mondo.
Azione costruttiva (13). Per impedire che la macchina sostituisca l'uomo, utilizziamo solo attrezzi semplici che per funzionare hanno bisogno del lavoro manuale.
Abbiamo perso il contatto con le cose: gli oggetti che usiamo sono divenuti lontani ed estranei alla nostra vita. Chi sa più prodursi un vestito, un pomodoro, un semplice attrezzo?
Recupera la fiducia nelle tue capacità, nel riuscire a fare ciò che hai delegato alla tecnologia, perché non è dignitoso per l'uomo lasciarsi dominare dalle macchine.
Ed allora, adopera semplici strumenti manuali. Limita il più possibile l'uso degli elettrodomestici casalinghi.

Le tecnologie dolci

Esistono delle applicazioni tecnologiche che potremmo definire dolci, leggere.
Alcune di queste tecnologie sono rappresentate dai pannelli solari per la produzione dell'acqua calda, dai pannelli fotovoltaici e dai generatori eolici per la produzione casalinga dell'energia elettrica.
Queste sono tecnologie intelligenti perché oggi produciamo l'energia elettrica a grave danno dell'ambiente, bruciando petrolio e carbone, mentre le tecnologie dolci permettono l'utilizzo efficiente di risorse energetiche pulite, rinnovabili, abbondanti e a disposizione di tutti.
Diffondere questa tecnologia domestica significa democratizzare l'accesso all'energia, ed è per questo motivo che le tecnologie dolci stentano a raggiungere il grande pubblico per il boicottaggio del silenzio operato dai colossi multinazionali che detengono il monopolio della distribuzione energetica.
Uno dei nostri compiti sarà quello di divulgare il più possibile l'utilizzo di questa tecnologia del futuro.

La rivoluzione della gratuità

"Gesù Cristo è Dio nella forma umana
o meglio è l'esistere-per-gli altri". (Dietrich Bonhoeffer)

La gratuità è una potente forza a disposizione dell’uomo per rifondare su basi nuove i rapporti sociali, in un mondo anestetizzato dall’utilitarismo, in cui domina una visione consumistica dei rapporti umani, familiari ed amicali, sempre più cosificati ed incrinati dall'interesse e dal calcolo.
Purtroppo, abbiamo da camminare molto sulla strada della gratuità, perché siamo ancora impantanati in una distorta concezione dell'altro, che viene valutato in funzione esclusiva dei nostri interessi egoistici.
Questa mentalità utilitaristica è distante mille miglia dal concetto di gratuità. L'altro non è un oggetto, è una persona. La gratuità inizia quando le nostre relazioni sono caratterizzate dal disinteresse e dallo spirito di servizio.
E allora la gratuità, pur essendo ignorata nei calcoli economici del Prodotto Interno Lordo delle nazioni, rappresenta una forza rivoluzionaria che può minare alle fondamenta le false credenze, con i loro miti e feticci, prima fra tutti l’idolatria del denaro.
Chi crede nella gratuità sa quanto sia vana la ricerca delle ricchezze, e perciò ripone la sua speranza nel servizio all’uomo, nel dono di sé, nel sacrificio, insomma in un nuovo modo di pensare le relazioni umane che vada oltre gli interessi personali e che metta al centro le persone anziché le cose.
Azione costruttiva (14). Ritagliati dei momenti della giornata, oppure delle ore alla settimana, da consacrare al servizio gratuito dei fratelli.
Fai dono della tua prossimità agli "intoccabili" del tuo paese, agli emarginati, alle persone in difficoltà, agli anziani, ai disabili e ai bambini. Puoi dare valore ai rapporti di vicinato ed alla reciprocità (scambio di servizi tra famiglie). Oppure, ad un livello di organizzazione più elevato, puoi creare, ad esempio, un “Centro della convivialità” autogestito che comprenda: centro di ascolto del bisogno, banca del tempo, bacheca del baratto, servizio prestito oggetti di uso temporaneo (es. carrozzine, passeggini, sedie a rotelle, etc.), ufficio per la pace.
In famiglia molto spesso si ha la tendenza a rinchiudersi in "castelli dorati", pieni di comodità, in cui il tempo fluisce attraverso un'esistenza di "quieta disperazione". Apriamo le nostre case alla solidarietà e all'accoglienza dei fratelli nel bisogno.
Oggi si parla molto di come fare (know-how) le cose complesse e costose. Un altro essenziale servizio di gratuità è quello di diffondere le conoscenze ed il modo di fare le cose semplici, un servizio informativo essenziale e volutamente ignorato dall'onda di piena dell'informazione di massa.
Sono tante le opzioni di solidarietà offerte all'uomo volenteroso che vuole rendersi utile.

E dopo aver fatto tutto questo…
l’1% del reddito familiare ai poveri

"Nessuno di loro riteneva proprio ciò che possedeva ma ogni cosa era fra loro comune. Nessuno infatti tra loro era bisognoso". (Atti degli Apostoli 4, 32-34)

Se vivi la povertà volontaria, se riduci drasticamente i tuoi consumi tenendo per te solo ciò che è strettamente necessario, se lavori con le tue mani per il pane quotidiano, se il contatto con il bisognoso che ti sta accanto è diventato parte della tua esistenza, soltanto allora potrai sperimentare la vera solidarietà con i poveri.
Chi agisce così non terrà il povero a distanza di sicurezza (magari nel Terzo Mondo), per paura che le esigenze del fratello mettano a dura prova il suo spirito di adattamento.
Chi vive così non correrà il rischio, sempre incombente, della spersonalizzazione e burocratizzazione della carità, perché sa bene che Gesù, nel Vangelo, colloca il povero Lazzaro dietro la porta del ricco epulone e non a centomila chilometri di distanza.
La prova del nove dell’autentica solidarietà cristiana risiede nel rapporto diretto con il povero, un rapporto pelle a pelle con il fratello che reclama il nostro aiuto e di cui conosciamo il nome, l’odore, i difetti e le recondite ricchezze, un rapporto personalizzato e compromettente.
Se non ti decidi a saltare la staccionata per lasciarti alle spalle ogni oppressione, sfruttamento o prevaricazione, per conformare il tuo stile di vita a quello dei poveri, la tua solidarietà non sarà credibile: è solo elemosina perbenistico-borghese.
Azione costruttiva (15). Premesso questo vorrei farti notare che le nazioni ricche della terra in più occasioni si sono solennemente impegnate a destinare lo 0,7% del loro Prodotto Interno Lordo ai Paesi poveri. Ma le somme realmente devolute non superano lo 0,2%. In 12 anni, se i paesi ricchi avessero mantenuto fede alle loro promesse avrebbero aiutato i Paesi poveri a pagarsi tutto il debito estero.
La tua famiglia può compensare l'avarizia dei governanti dei paesi più ricchi del pianeta devolvendo ai Paesi poveri l’1% del reddito familiare.
Questa è un’azione concreta per cancellare, non solo a parole ma con i fatti, il debito del Terzo Mondo.

Un profondo rispetto per le diversità culturali e religiose

"Chi non urla per gli ebrei non può cantare il gregoriano". (Dietrich Bonhoeffer)

Nella grande famiglia umana i rapporti divengono sempre più interconnessi e le sue sorti interdipendenti. Purtroppo, la consapevolezza di questa reciproca unione è celata da una spessa coltre di chiusure e diffidenze a chi è prigioniero di timori ancestrali figli legittimi del pregiudizio.
I mass media non perdono occasione per soffiare sul fuoco della paura del diverso.
A me piace l'immagine della montagna la cui vetta è scalata da versanti opposti da popoli e culture religiose diverse. Medesimo è il fine ultimo - la ricerca della Verità che è Dio ed è uno solo - molti sono invece i modi di perseguirlo.
La diversità, allora, non deve essere percepita come un problema, ma come una ricchezza da accogliere, nella consapevolezza che l'incontro con culture "altre" è sempre fonte di fecondità e reciproca crescita.
Il disegno di omologazione culturale imposto al mondo dalla civiltà occidentale tende a rendere inadeguate le culture diverse.
L'unica risposta possibile a tutto ciò è la valorizzazione delle differenze, nel riconoscimento del diritto fondamentale dell'Altro alla sua unicità ed essenzialità rispetto alla cultura occidentale e al suo credo religioso.
Rinunciamo ad imporre ad alcuno il credo e la cultura di cui siamo depositari. Al contrario, portiamo all'altro il dono inquietante della testimonianza discreta e silenziosa.
Azione costruttiva (16). In Occidente un immigrato si integra e viene accettato nella misura in cui assorbe il nostro modo di vivere, di pensare, di agire, di desiderare ed i nostri difetti quanto più rapidamente gli è possibile.
Siamo soliti valutare con favore il processo di omologazione dei nostri fratelli immigrati, che invece dovrebbe addolorarci. Impariamo a rispettare le diversità culturali e religiose di cui sono depositari gli immigrati.
Battiamoci per la tutela dei loro diritti fondamentali come se fossero i nostri (il diritto ad una casa dignitosa, ad un lavoro retribuito onestamente, alla libertà di espressione, etc.); ma soprattutto rispettiamo e tuteliamo la loro sfera più intima e profonda: quella religiosa.
Offriamo ai nostri fratelli musulmani un luogo di culto (ad esempio, un monolocale a piano terra) dove possano pregare il loro Dio.

Agricoltura contadina

"Ci sono due correnti di pensiero nel mondo. Una vuole dividere il mondo in città, l'altra in villaggi. La civiltà del villaggio e la civiltà della città sono completamente diverse. Una dipende dalle macchine e dall'industrializzazione, l'altra dall'abilità delle mani. Noi abbiamo scelto la seconda". (Mohandas Gandhi)

La tendenza allo spopolamento delle campagne con gli esodi verso le città che ha caratterizzato il secolo scorso, a causa delle dinamiche implosive di violenza dei contesti urbani, avrà a lungo andare (i primi segnali sono già avvertibili anche in Italia) la sua controtendenza in un ritorno alle campagne, al modello d'organizzazione rurale di villaggio, giusto in tempo per porre rimedio, se mai sarà possibile, alla tipica "inettitudine cittadina" a fare da soli le cose più semplici di cui abbiamo bisogno per vivere.
Un giorno ho letto questa frase di un contadino francese, Francois Dufour: "ditemi qual'è l'agricoltura che praticate e vi dirò in che società vivete!".
Nel mio paese si pratica l'agricoltura convenzionale e produttivistica. Si coltivano pesche, uva da tavola e da vino, olive, susini, albicocche, carciofi, alcuni ortaggi.
La sovrapproduzione e le sue inevitabili eccedenze sono una conseguenza ovvia di questo schema di agricoltura tecnologica e specializzata, che è l'opposto dell'agricoltura contadina di autosufficienza.
Pensa a cosa accadrebbe se il paese dove vivo con il suo territorio agrario venisse a trovarsi improvvisamente delimitato dal vuoto cosmico, solo nell'universo vuoto. Le aberrazioni di una simile agricoltura artificiale e contronatura verrebbero tutte al pettine.
Riuscirebbe un'agricoltura così concepita a sfamare, vestire e curare il suo popolo?
Da dove prendere il latte se non ci sono le mucche, il pane e la pasta senza campi di grano? a cosa servono centinaia di trattori agricoli privi di carburante senza cavalli da tiro, vomeri senza qualcuno che li sappia usare? e le galline senza un gallo e le pecore senza un montone? con che ci vestiremmo, ci nutriremmo? di olio, di vino e di pesche essiccate, con una foglia di fico avanti e una dietro?
Quale coerenza è rimasta a questo modo folle di intendere l'agricoltura?
"Questo succede - dice José Bové, il contadino francese più conosciuto al mondo - perché la vita quotidiana non corrisponde alla realtà del territorio in cui si abita. Conosco il caso di un agricoltore, un produttore di cereali piuttosto importante, che è fallito, e pur abitando nella sua fattoria andava a mangiare alla mensa dei poveri. Non sapeva neanche più curare l'orto. E' una cosa inaudita per un contadino. Questa gente che produce monocolture smarrisce completamente la coscienza di vivere sulla terra e di poter vivere di questa! Una volta, quando si viveva in campagna, anche se in condizioni difficili, si aveva un piccolo orto, si avevano animali da cortile e si faceva ingrassare il maiale. Ormai è molto tempo che gli agricoltori non hanno né orto né animali da cortile".
Quanti agricoltori nel mio paese sono ancora "policompetenti", cioè hanno le necessarie conoscenze e le capacità dei veri contadini? Sfido gli agricoltori del mio paese che traggono abbondanti raccolti dai loro terreni degradati e "drogati" da concimi chimici e pesticidi a trovare nei loro campi un solo lombrico. Un minimo di competenza in merito è sufficiente per comprendere il perché di questa mia richiesta.
In un'epoca di mucche "rottamate" la riscoperta dell'agricoltura biologica - che è oramai il futuro obbligato per l'agricoltura mondiale - non è che il ritorno alla contemporaneità dei metodi del passato, incentrati sull'autosufficienza e sulla genuinità dei processi produttivi. E' la riscoperta dell'importanza sociale del lavoro contadino, sia per la produzione di alimenti sani che per la creazione di occupazione, come anche per la tutela dell'ambiente naturale.
E' inaccettabile, però, che un'agricoltura di qualità - com'è quella biologica - debba essere, per i prezzi elevati dei suoi prodotti, un privilegio di censo. Essa deve affermarsi in quanto diritto di ciascun uomo.
La strada percorribile per abbassare il prezzo del prodotto biologico e consegnare l'agricoltura sana ad un consumo di massa è, da un lato, la scelta dell'agricoltore di avere minori guadagni, a fronte dei maggiori costi che questa agricoltura comporta, dall'altro la vendita diretta, su scala locale, del prodotto dall'agricoltore al consumatore, saltando così le intermediazioni parassitarie, con un sicuro abbassamento dei prezzi al consumo.
Azione costruttiva (17). Prima che sia troppo tardi, metti in atto tutto ciò che ti è possibile per recuperare l'attuale agricoltura produttivistica, che scimmiotta l'industria e procede secondo uno schema ripetitivo a "linea retta", alla sua vera natura contadina, un'agricoltura "rotonda" che sappia fornire cibo per le necessità della gente del luogo, offrire un lavoro a tutti e proteggere l'ambiente.
L'agricoltura "facile", di quantità, con i suoi frutti perfetti esteriormente e sempre più "plastificati", è giunta oramai al capolinea. La quantità e la qualità sono obiettivi antitetici. Il tempo è maturo per compiere una scelta.
Pertanto, se sei un agricoltore abbandona da subito l'agricoltura convenzionale di calendario. Puoi praticare senza grandi sforzi, ma con serietà, l'agricoltura integrata, adoperando solo concimi naturali e riducendo drasticamente l'utilizzo dei pesticidi.
Tendi, col tempo, a convertire la tua azienda all'agricoltura biologica.
Inoltre, coltiva un orto familiare, alleva animali da cortile, pianta nel tuo terreno almeno un albero ad alto fusto non produttivo, che ripristini la bio-diversità, dia rifugio agli animali e restituisca bellezza al paesaggio.

I rifiuti organici: una risorsa

“La natura opera sempre in accordo alle proprie leggi, ma l’uomo le viola costantemente”. (M.K. Gandhi)

Nel mio paese i terreni agricoli sono in via di desertificazione per carenza di materia organica, oltre che per scarsità di piogge.
Ognuno di noi può risolvere brillantemente questo annoso problema in modo autonomo e senza chiedere il permesso a nessuna autorità pubblica.
E' la strada dell'autogestione popolare dei rifiuti organici, che possono essere riportati in campagna dove, come compost, ritornerebbero ai terreni per concimarli ed ammendarli, migliorandone così la struttura.
Azione costruttiva (18). Il compostaggio è un ottimo sistema per restituire i rifiuti organici ai tuoi campi. E' necessario un piccolo recipiente da lasciare sul balcone di casa che, una volta riempito, verrà portato in campagna e scaricato in una compostiera in piena terra costruita in mattoni o in legno. Dopo pochi mesi, la sostanza organica si sarà decomposta trasformandosi in ottimo ammendante per migliorare il tuo terreno agricolo.

Una nuova politica di cambiamento “dal basso”

“Il destino del paese e del mondo non dipende dal tipo di scheda che lasciate cadere nell'urna elettorale una volta all'anno, ma dal tipo di uomo che lasciate cadere ogni mattina dalla vostra camera nella strada".
(Henry David Thoreau)

I partiti politici, per loro natura, hanno come scopo la conquista e la difesa del potere istituzionale.
Puoi facilmente provare quanto affermo se analizzi l'agire pratico dei partiti. Non mancherai di osservare come il potere rappresenti la loro unica finalità perseguita.
La tensione al potere genera tutti i mali che affliggono la politica intesa come contrasto tra partiti: il distacco dai bisogni reali della gente, la rinuncia alla lungimiranza, la corsa parolaia al consenso, la rissa, l’opportunismo, l’inazione strategica, la corruzione, il clientelismo.
Da tempo l'opinione pubblica si è ridotta ad esercitare meccanicamente il diritto di voto come delega in bianco e guarda con stanchezza alla politica dei partiti, altalenando sentimenti di noia e paura.
Quante volte anche tu avrai criticato l'agire dei politici nazionali e locali.
I partiti politici hanno progressivamente esteso il loro potere di influenza a tutti i canali di partecipazione sociale lasciati liberi dalla pigra passività dei cittadini. In seguito, per conservare il potere conquistato, i partiti si sono chiusi alle nuove istanze che provenivano dal corpo sociale.
E' del tutto ingenuo, perciò, credere che la politica dei partiti possa essere migliorata dall'interno attraverso lo strumento della militanza. Una sua possibile riforma, lunga e difficile, può essere concepita agendo dall'esterno, attraverso la riappropriazione degli spazi di partecipazione civile.
E poi chi dice che non sia possibile fare politica a prescindere dai partiti? E' errato credere che chi non governi un paese non possieda alcun potere e che non esistano alternative alla prassi corrotta dei partiti.
Sappi che l'alternativa c'è e si attua col ritorno ad una politica di tutti, "all'omnicrazia" (Aldo Capitini).
Il corpo sociale deve tornare a contare di più, a sentirsi corresponsabile delle cose da fare, per influire "dal basso" sulle decisioni della politica istituzionale.
L’attuale crisi della partecipazione politica può essere affrontata con il rinnovato esercizio da parte dei cittadini della democrazia diretta, attraverso la “moltiplicazione delle assemblee decentrate, discutenti e deliberanti” (Capitini).
E’ necessario che i cittadini del tuo paese percepiscano l’impellenza di rifondare su basi nuove l’impegno politico, di inaugurare una nuova grammatica politica.
Chi agisce per il bene comune fa politica e decentralizza il potere. Per far questo non ha bisogno di alcun partito.
Quando la comunità si riappropria del suo potere originario "le barriere tra pre-politico e politico si assottigliano" (Hannah Arendt) e ne scaturisce la forma di governo migliore, cioè quella che governa meno perché la gente sta esercitando appieno le sue responsabilità politiche. E' questo il vero potere, quello della gente, un potere diffuso ed irrinunciabile, del quale quello istituzionale è solo una espressione temporanea.
La politica "dal basso" non può essere concepita semplicemente come forma di resistenza alla politica istituzionale. Essa rappresenta più compiutamente un suo radicale ripensamento.
Azione costruttiva (19). La risposta credibile alla decadente politica dei partiti, ormai esautorati del potere dall'autocrazia economica delle multinazionali, è un ritorno alla partecipazione dei cittadini in una serie di movimenti di cambiamento sociale che non abbiano alcuna volontà di conquista del potere istituzionale.
Questo nuovo modo di pensare il potere di tutti è alternativo e rivoluzionario perché si concretizza in una serie di riforme proposte all'adesione volontaria dei cittadini.
La stessa azione costruttiva costituisce il tentativo di proporre al cittadino dei cambiamenti di vita, in assoluta indipendenza dai provvedimenti della sfera istituzionale. Un esempio concreto di riforma "dal basso" proposta alla libera adesione dei cittadini, è l'azione costruttiva numero 18, sulla gestione familiare dei rifiuti organici.

Il potere politico è servizio, senza vantaggi per chi lo esercita

"I politici non bramino altro potere che quello di servire". (Vinoba Bhave)

Il potere politico non è un privilegio ma un servizio per il bene comune. Quel che va ricercato non è il potere o l'interesse personale, ma il servizio, ed è perciò che l'esercizio del potere non deve comportare alcun vantaggio per chi lo detiene.
Nessuno può essere guida politica nella società se non ha provveduto prima al necessario per vivere con il suo lavoro. Il servizio politico istituzionale viene ad aggiungersi al lavoro precedente e non deve mai pretendere di essere retribuito.
Nella società ideale che desidero, chi riceve un incarico pubblico deve vivere del suo lavoro, e rendere gratuitamente il proprio servizio, in assoluta mancanza di interesse personale.
Non ritengo ammissibile che un uomo politico possa lecitamente accumulare stipendi su stipendi e definirsi ancora al servizio del cittadino: è un mercenario di cui diffidare.
Il potere politico e la sua prassi di governo non possono in alcun modo essere divisi dall'etica.
L'agire politico è, infatti, per sua natura servizio disinteressato alla comunità. L'unione di etica e politica, di potere e carità, non è un atto discrezionale, ma è la base solida su cui erigere una comunità cittadina realmente civile.
Azione costruttiva (20). Pertanto, qualora occupassi una qualsiasi carica pubblica dovresti offrire il tuo contributo a depurare la politica da ogni interesse personale rinunciando ai compensi legali per l'incarico che svolgi. Se rivesti un ruolo politico dai l'esempio con la semplicità e la trasparenza della tua vita, con l'esemplare ed integerrima azione politica, per disinquinare l'impegno per il bene comune dal tarlo dell'interesse privato.
Io penso che la "questione morale" di cui tanto si chiacchiera vada affrontata stroncando il male alla radice, a cominciare dai compensi personali dei politici autorizzati dalla legge. Altro che aumenti di stipendio!
Se devi intraprendere una campagna elettorale non affidare le tue speranze di elezione alle gigantografie, ai cartoncini elettorali con il tuo volto e qualche slogan. Non sperpera così i soldi chi dalla politica non vuole trarre alcun vantaggio. Lascia che per te parli il tuo impegno quotidiano, la tua dedizione ai valori in cui credi.
Dai somma importanza al programma politico e ai contenuti della politica. E' sul programma e non sulle vacue polemiche di schieramento che andrebbe accentrata l'attenzione dei politici e dei cittadini.

Famiglia per la nonviolenza, ai confini dell'inedito

La famiglia è una comunità fondata sull'amore, una piccola cellula della società dotata di capacità decisionale autonoma. In essa risiedono le stesse componenti che formano la responsabilità decisionale del governo della nazione nella quale essa è inserita.
La famiglia che percorre il cammino indicato dall'azione costruttiva si pone nella società in una prospettiva relazionale nonviolenta. La sua caratteristica peculiare riposa nella novità della nonviolenza come dinamica dirompente e rivoluzionaria che procede lungo i confini dell'inedito, il luogo da dove muove ogni riforma verso una società più umana.
Le famiglie per la nonviolenza, nel loro umile tentativo di passare dall'indolenza all'interesse per il bene di tutti, in aperta opposizione alla prassi "egoistico-competitiva" largamente diffusa, rappresentano una forza silenziosa di cambiamento sociale.
Esse sono l'anticipazione del nuovo modello di società, di comunità ideale che si desidera realizzare, ed esprimono una possibilità di associazione del tutto informale senza alcun vincolo che non sia l'adesione all'azione costruttiva.
Anche in questo caso non conta il numero delle famiglie per la nonviolenza presenti nel contesto sociale quanto la qualità delle stesse, fosse anche una sola.

Rallentare

"Le comunità nonviolente si baseranno sulla semplicità, povertà e lentezza volontaria, cioè su un tempo di vita coscientemente rallentato". (Mohandas Gandhi)

Per aiutare davvero i poveri, per farci loro compagni di viaggio, occorre rallentare, ridimensionarsi, riflettere.
I poveri, nel Gran Premio della vita, sono gli eterni attardati in fondo al gruppo degli umani, che disperatamente corre, si affanna, sgomita per raggiungere la felicità che si nasconde oltre l’agognata mèta del benessere materialistico.
Rallentare, stabilire limiti ai nostri desideri e alle nostre ambizioni, ritrovare una dimensione e dei ritmi più umani, per incontrare chi è rimasto indietro a motivo della sua povertà, è l’esigenza sociale più profonda che ci porrà di fronte il terzo millennio che è appena iniziato.

Chi te lo fa fare?

"Beati i miti perché erediteranno la terra". (Gesù Cristo)

"Chi te lo fa fare?". E' l'obiezione più frequente che viene rivolta a commento di una scelta etica o di un comportamento generoso che si spinge oltre la morale comune.
Vorrei porgere questa domanda al più grande rivoluzionario della storia, al Cristo che pende dal legno scomodo della croce: "chi te lo ha fatto fare?". E attenderei a lungo e invano una risposta, come i sommi sacerdoti, gli scribi e gli anziani sul Calvario.
Quale misteriosa forza può spingere un uomo a sovvertire le più consolidate leggi della natura, i precetti aurei della sopravvivenza o, in generale, del più comune buon senso? Cosa induce un uomo o una donna a mettere da parte lo spirito del possesso, le ambizioni di potere, le brame di carriera e di successo? Cosa può infondere la forza necessaria a vincere l'egoismo che alligna nel cuore di ognuno per sposare il fallimento della croce, la "stoltezza" della testimonianza eroica, se non una potenza maestosa, tremenda e al contempo sublime, straordinaria e semplicissima, che affascina e sfigura?
Questa forza è la passione per il sogno stesso di Gesù Cristo, maestro sommo di nonviolenza e principe della Pace. Un progetto di amore appassionato e struggente per l'uomo portato fino alle estreme conseguenze, fino al paradossale, all'incomprensibile: fino al martirio della croce.
La strada percorsa dal Maestro del Vangelo è agli antipodi dell'ancestrale massima che ci vedrebbe come lupi famelici in lotta per la sopravvivenza. E' rinnegare se stessi per far vivere tutti.
Il meraviglioso progetto esistenziale che ci è stato consegnato da Gesù Cristo nel "discorso della montagna" non sarà forse la via d'uscita ai problemi dell'umanità?
Ha senso allora chiedere: "chi te lo fa fare?".

Irrighiamo i germogli della speranza

"La vera moralità consiste non già nel seguire il sentiero battuto, ma nel trovare la propria strada e seguirla coraggiosamente" (Mohandas Gandhi).

Avrai notato che l'azione costruttiva non contiene proposte innovative e originali, ma, come una formica sulle spalle di giganti, ti propone concetti e valori "antichi come le montagne", soluzioni semplici fondate sulla saggezza e provate nella loro validità dal lavorìo incessante del tempo.
Alcune delle sollecitazioni presenti in questo invito potrebbero riscuotere il tuo consenso; verso altre, forse, sarai in disaccordo e come te credo la penseranno in molti. Certo, è difficile scrollarsi di dosso la disinformazione, i luoghi comuni, le false ed illusorie certezze, le adesioni fideistiche che costituiscono la solida impalcatura del pensiero unico contemporaneo. E non saranno queste poche pagine a convincerti in merito alla bontà di determinate scelte.
Quello su cui mi preme farti riflettere, in ultima analisi, è che uno stile di vita insano ed ingiusto non diventa giusto e virtuoso solo perché riscuote il consenso di tutti, come anche "una menzogna non diventa verità per il fatto che tutti vi credono" (Lanza del Vasto). Anzi, una cosa creduta vera dalla maggioranza diventa motivo sufficiente per ritenere, con buona probabilità, che sia sbagliata.
E' evidente che l'azione costruttiva si colloca nel mezzo del pensare comune come voce provocatoria e fuori dal coro che "non ha dalla sua i ritornelli migliori, ma il testo più esaltante, niente di meno che i Vangeli" (Ernst Schumacher).
Se sperimenterai nella tua vita le proposte dell'azione costruttiva ti porrai inevitabilmente fuori dalle convinzioni e dalle aspirazioni del "gregge", fino a vivere l'emarginazione dei diversi. Una simile condizione non ti sorprenda né ti spaventi: siamo immersi in una cultura assediata dai beni materiali, dall'ingiustizia, dagli armamenti e dalla guerra, che corre come una locomotiva senza sapere verso dove. Se un cristiano non scenderà da questo treno impazzito e perciò non si "sentirà diverso - scrive il teologo John Kavanaugh - fino a raggiungere addirittura l'imbarazzo, vi è qualcosa di sbagliato in quello che fa".
Potrai giudicare le proposte dell'azione costruttiva come relegabili nell'immaginario ingenuo dell'utopia, di scarso valore concreto, molto difficili o addirittura impossibili da realizzare nella realtà.
In merito ti rispondo che nessuno potrà addurre la presunta difficoltà di un'impresa per giudicarla impossibile, o liquidarla come utopistica per collocarla fuori dalla storia. E poi, molte delle sollecitazioni offerte in questo scritto sono l'esatto contrario dell'utopia essendo state praticate dall'intera umanità fin dai tempi più remoti.
Io credo che le idee dell'azione costruttiva, sia pure frammentarie e incomplete, rappresentino quello che in questo momento percepisco essere la strada migliore per me e per i miei simili, senza tuttavia averne la certezza.
Nel breve volgere della nostra esistenza terrena, ci accompagni sempre la ferma convinzione che la storia del mondo è saldamente nelle mani di Dio.
Ben sapendo che i tempi di Dio non sono quelli dell'uomo, io credo che la vita del genere umano, pur tra i chiaroscuri ciclici che segnano le vicende delle umane debolezze, non potrà che evolvere progressivamente - come in una spirale ascensionale - verso il bene, il meglio, verso orizzonti radiosi di speranza.
Il rumore fragoroso di un albero abbattuto che si schianta al suolo non ci distolga dal suono impercettibile dei miliardi d'alberi che crescono.
Volgiamoci al futuro con lo sguardo della speranza, consapevoli che in ogni singolo istante della storia umana il male non ha mai prevalso, né mai prevarrà.
Ma - è lecito chiederselo - dove sta andando l'uomo? Quali orizzonti potrà dischiudere il suo futuro?
Non c'è dubbio che l'umanità ha compiuto enormi progressi nel corso della sua storia: il cannibalismo si è estinto, lo schiavismo e l'apartheid che in passato erano considerati istituzioni sociali, oggi sono unanimemente condannati ed in futuro non potranno che venir meno. Nel frattempo, molta strada resta ancora da percorrere e nuovi traguardi attendono l'umanità nel suo continuo processo di compimento: la pena di morte e la tortura, un giorno non lontano saranno bandite per sempre; la corsa agli armamenti, con la follia delle spese militari e lo stesso ricorso alla guerra, nei secoli futuri saranno avvertiti nella loro assurdità e disumanità e sospinti fuori dalla storia.
Spetta a te, a me e a ciascun uomo di buona volontà togliere la testa dalla sabbia, sollevarci dal torpore dell'indifferenza, scendere dai balconi del quieto vivere, smuovere le acque stagnanti, smettere le vesti di spettatori distratti ed apatici, per riversarci sulle strade del mondo, nella ferialità della vita, lì dove problemi, ingiustizie e conflitti possono trovare soluzione.
"Bisogna forzare l'aurora a nascere, crediamoci. Forziamo l'aurora. E' l'unica violenza che ci è consentita". E' la summa del pensiero di un vescovo nonviolento, don Tonino Bello, che ci indica una missione improcrastinabile, quella di far nuova la storia, per la quale vale la pena spendere l'intera esistenza.
Disegno del volto di Gesù Cristo

Per concludere, ti auguro di porre poca attenzione a ciò che è possibile. Preoccupati, invece, che le tue azioni siano secondo giustizia e perseguile con fermezza. Scoprirai, così facendo, che ciò che era considerato impossibile diventa realtà.
Caro e paziente lettore, possa tu un giorno sentire risuonare per te queste parole di Gesù Cristo: "vieni, benedetto dal Padre mio; entra nel regno che è stato preparato per te fin dalla creazione del mondo. Perché io ho avuto fame e mi hai dato da mangiare, ho avuto sete e mi hai dato da bere; ero forestiero e mi hai ospitato a casa tua; ero nudo e mi hai dato i vestiti; ero malato e sei venuto a curarmi, ero in prigione e sei venuto a visitarmi". *

Matteo Della Torre
sarvodaya@libero.it

* * *

“Attecchirà davvero la semente della nonviolenza? Sarà davvero questa la strategia di domani? E' possibile cambiare il mondo coi gesti semplici dei disarmati? E' davvero possibile che, quando le istituzioni non si muovono, il popolo si possa organizzare per conto suo e collocare spine nel fianco di chi gestisce il potere? Fino a quando questa cultura della nonviolenza rimarrà subalterna? Questa impresa contribuirà davvero a produrre inversioni di marcia?
Sono troppo stanco di rispondere stasera. Per ora mi lascio cullare da una incontenibile speranza.
Le cose cambieranno, se i poveri lo vorranno".
+ Don Tonino Bello
(vescovo di Molfetta)

Note:

Note sull'autore: http://db.peacelink.org/tools/author.php?l=sarvodaya
Note sulla Casa per la nonviolenza: http://db.peacelink.org/associaz/scheda.php?id=1155

Per ulteriori informazioni sul Mahatma Gandhi e la nonviolenza: www.gandhiedizioni.com

PeaceLink C.P. 2009 - 74100 Taranto (Italy) - CCP 13403746 - Informativa sulla Privacy - Informativa sui cookies