Campagna Kossovo

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relazione di Zef Chiaromonte (2 Dicembre 2000)

Alla CAMPAGNA KOSSOVO
presso Casa per la Pace, c. c. 8
74023 GROTTAGLIE (TA)

Al Sig. SINDACO della Città di Palermo
per il tramite del Dr. SERGIO POLLICITA
Capo Ripartizione del Personale
PALERMO
 

e p.c. : Al Sig. DIRETTORE del Museo Etnografico "Pitrè"

PALERMO

Oggetto:

Progetto di appoggio alle locali (del Kosovo) ONG per capacitarle al dialogo, alla riconciliazione interetnica e alla promozione e protezione dei diritti umani.

Relazione del Dr. Giuseppe Chiaromonte, del Comune di Palermo, sul servizio volontario svolto in Kosovo dal 28 ottobre al 29 novembre 2000. (Determinazione Sindacale n. 85 del 15/03/2000).
 

    Il mio ritorno in Kosovo, dopo una prima permanenza tra fine marzo e inizio maggio c.a., è stato occasionato dalle votazioni amministrative.

    Esse si sono celebrate sabato 28 ottobre in 27 dei 30 comuni /distretti in cui è suddiviso il Kosovo già "regione autonoma" ed "unità costitutiva" dell'ex Federazione Iugoslava, oggi "protettorato" ONU.

    I 27 distretti interessati alle votazioni sono popolati esclusivamente o a forte maggioranza da albanesi- kosovari. I rimanenti 3 (Zubin Potok, ... ) sono invece enclavi serbo-kosovare.

    La non partecipazione al voto dei serbo-kosovari è evidentemente un sintomo negativo sulla via della democratizzazione della vita pubblica in Kosovo e ancora più negativo nei confronti della "riconciliazione interetnica" a cui mira in ultima analisi l'azione della "Campagna Kosovo" alla quale partecipa, tra altri, il Comune di Palermo.
 

    Sullo svolgimento delle elezioni e sull'immediato dopo-voto ho già relazionato con la nota che si allega, nella quale esprimevo fiducia circa una maggiore apertura di credito nei riguardi dell'azione della "Campagna".

    A conclusione del mio soggiorno devo invece esprimere forti riserve sull'opportunità di insistere sulla "riconciliazione" e sulla ricerca di episodi che testimoniano "private" pietà di singoli serbi nei confronti di singoli albanesi elo viceversa prima, durante e dopo la guerra.

    Gli argomenti contrari già esposti nella relazione dei 10 maggio vengono moralmente avvalorati da un'attenta lettura dell'opera di Simon Wisenthal, Il Girasole: i limiti del perdono, Ed. Garzanti 2000, che mi ha tenuto buona compagnia nelle giornate kosovare.

    In circostanze tragiche l'ebreo, in trasferta dal lager per lavori presso un grande ospedale, viene posto di fronte a una SS morente, che gli chiede perdono dei propri rnisfatti contro il popolo ebreo. Il rifiuto porrà a Wisenthal un interrogativo morale che lo "perseguita" sino ad oggi. Il racconto, contenuto ne "Il Girasole", viene inviato ad una ventina di personalità alle quali l'Autore chiede il parere sul proprio comportamento. Le risposte, raccolte nella seconda parte del volume, danno un ventaglio amplissimo di argomentazioni filosofiche, teologiche e laiche, che tuttavia convergono nell'assoluta necessità dell'ammissione di colpevolezza per iniziare il processo di pacificazione.

    In Kosovo, per le aberrazioni avvenute e per il male commesso non c'è nessuna amrnissione di colpa: i morti continuano a venir fuori dalle fosse comuni, i prigionieri albanesi ancora trattenuti nelle carceri serbe! A me pare che non abbiamo il diritto di predicare la riconciliazione in un simile contesto, e per di più di predicarla alle vittime caricandole così di un ulteriore peso: quello del rifiuto.

    All'aspetto morale ne corrisponde uno politico.

    Il futuro assetto dei Kosovo è aleatoriamente appeso alla risoluzione n. 1244 del Consiglio di Sicurezza dell'ONU che prevede la sovranità della Jugoslavia sul Kosovo, sovranità temporancamente sospesa e messa in capo all'ONU.

    Che Kostunica la richieda, anche a fini di politica interna, fa parte del suo diritto dovere di Presidente di uno Stato sovrano. Che gli albanesi non ne abbiano voglia (e abbiano provato che lo stesso Kostunica prese parte alle rappresaglie belliche) è un loro diritto nativo: l'autodeterminazione a seguito dello sfaldamento dell'assetto statuale precedente.

    La Jugoslavia ereditata da Milosevic, infatti, non è quella ereditata da Tito, nella quale ultima il Kosovo godeva dello status di quasi-repubblica.

    A un'interpretazione leguleia (alla quale basterebbe la secessione del Montenegro per rendere vano l'insanguinato nome di Jugoslavia e quindi giuridicamente possibile l'indipendenza del Kosovo) si contrappone un braccio di ferro tra l'Europa, che teme i piccoli stati/mafia troppo vicini e pericolosi per la propria sicurezza, e gli USA che, con i loro grandi impianti strategici in avanzata fase di allestimento in territorio kosovaro, sono i veri paladini dell'indipendenza albanese. In tale contesto qualsiasi azione di qualunque ONG rischia di essere o almeno di apparire agli interessati un messaggio pro o contro qualcuno, pro o contro qualcosa.

    La campagna Kossovo, che tante simpatie ha riscosso nel periodo prebellico per il suo impegno a favore della pace e dei diritti uìnani, dovrebbe tener conto del mutato clima psico-sociologico e politico.

    I tempi della riconciliazione sono lunghi e oggi mancano persino i presupposti per aprire il discorso senza violentare le coscienze. Se invece ci assestiamo in quella "sana laicità" di cui parlò una volta Paolo Vi per esorcizzare problemi interni al clero cattolico derivanti più da inveterate abitudini che da reali necessità, abbiamo davanti il vasto campo della democratizzazione, dell'abituare al dialogo e al confronto, della costruzione di una solida società civile.
 

Palermo, 2 dicembre 2000

Dr. Giuseppe Zef Chiaromonte