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I Desaparecidos dell’ Uruguay: dopo 20 anni inizia la ricerca dei corpi nelle fosse comuni

11 aprile 2005 - Antonio Graziano

Dopo oltre vent’anni dalla fine della dittatura, il neoeletto presidente Tabaré Vazquez promette di dare una svolta decisiva alla questione dei desaparecidos in Uruguay.
La dittatura militare, iniziata col colpo di stato del 1973 e conclusasi definitivamente nel 1984 con l’elezione di Sanguinetti, portó al controllo della maggior parte delle istituzioni da parte delle foze armate, alla privazione dei diritti politici di tutte le persone politicamente attive negli anni precedenti e ad una repressione che produsse alcune centinaia di desaparecidos. Cittadini uruguaiani furono perseguitati anche in Argentina, Cile, Bolivia, Paraguay e Colombia, in concomitanza con il piano Condor che, di fatto, si manifestó come un progetto repressivo che accomunava tutte le dittature militari del Cono Sud.
Finita la dittatura, nel 1986 fu proclama una legge conosciuta come Ley de la Caducidad che, come recita l’articolo 1° “…solleva l’esercito dalla pretesa azione punitiva dello Stato rispetto ai delitti commessi fino alla data del 1 marzo 1985 da parte di funzionari dell’esercito e della polizia…”. La stessa legge, nell’articolo 4°, abilita il governo a compiere le ricerche necessarie, utili a chiarire i fatti avvenuti durante quel periodo.
Trovata la soluzione politica agli anni della repressione, nulla è stato fatto per seguire le disposizioni dell’articolo 4°. In compenso nel 1989, il Servizio Per la Pace e la Giustizia (SERPAJ) presenta alla societá civile il rapporto Nunca Mas, in cui si parla di 140 desaparecidos, e nel 2003 la commissione per la Pace, presenta un ulteriore rapporto con i nomi di 233 desaparecidos. In fine, nel 2004 viene pubblicato “A todos ellos” (a tutti loro), rapporto delle Madri e dei Familiari degli Uruguaiani detenuti e scomparsi. Quest’ultimo raccoglie in dettaglio la storia dei desaparecidos e presenta, in aggiunta, i nomi di quelli che sono ritenuti gli ideatori e gli esecutori materiali dellle torture e degli assassini. Il rapporto spiega che la lista degli scomparsi tende ad aumentare, in quanto vengono registrate di giorno in giorno nuove denunce da parte di chi in passato ha avuto paura di parlare a causa dell’atmosfera di tensione che per anni si è mantenuta dopo la dittatura.
Salito in carica il 1 marzo scorso, il nuovo governo, capeggiato dal Frente Amplio, ha avviato le procedure perché inizino i lavori di scavo all’interno delle caserme dei battaglioni 13 e 14 con lo scopo di rispettare l’articolo 4° della ley de la Caducidad. I lavori inizieranno sulla base di un rapporto prodotto in precedenza grazie a testimonianze ed rilievi aerei che mostrano zone in cui vi sono state rimozioni di terra ed in cui potrebbero esservi fosse comuni e resti di desaparecidos. Lo scopo degli scavi sarà principalmente quello di chiarire la condizione della morte delle persone scomparse durante la dittatura.
Bisogna tenere in conto, in ogni caso, che la Ley de la Caducidad é stata dichiarata illegale dalla commissione Interamericana per i Diritti Umani che fa capo all’Organizzazione degli stati americani (OEA) e che rispettare questa legge potrebbe non essere sufficiente, dunque, a fare luce sui fatti accaduti.
Secondo le parole dei familiari dei desaparecidos bisogna considerare “la ricerca della veritá come forma di rivendicare la dignitá personale dei nostri familiari, ma la ricerca della veritá anche come valore morale. Nessuna societá costruisce il proprio futuro in modo sano se lascia che il potere banalizzi e trasformi in maniera distorta gli aspetti traumatici della sua memoria storica. Crediamo e continueremo a credere che la ricostruzione onesta della memoria storica sia un apporto sostanziale alla rigenerazione completa della democrazia nel nostro paese”.

www.tau.org/familiares
famidesa@adinet.com.uy
mnaifestazione di parenti di dasaparecidos a Montevideo


L’associazione di “Madri e Familiari dei Desaparecidos Uruguaiani” è nata dopo la fine della dittatura con lo scopo di fare luce sui fatti accaduti nello stato latino americano tra il 1973 ed il 1984. Dell’associazione fanno parte le madri, le mogli, i figli di cittadini uruguaiani sequestrati in quegli anni in quanto politicamente attivi o sospettati di azioni sovversive nei confronti dello Stato. Oltre alla conoscenza dei documenti ufficiali, è stato interessante ascoltare le parole degli stessi familiari che hanno scelto, ancora una volta, di raccontare cosa è accaduto negli ultimi trent’anni.
La signora Amalia Gonzales ha perso il figlio Luis Edoardo Gonzales nel 1974. Racconta che per anni é stata all’oscuro dei fatti, pensando solo che suo figlio fosse in prigione. Col ritorno della democrazia il gruppo di familiari in Uruguay ha lavorato a stretto contatto con quello in Argentina, in quanto la maggior parte dei desaparecidos cittadini Uruguaiani sono scomparsi nell’altro paese. Un momento molto difficile è stato il risultato del plebiscito popolare del 1989 che ha ratificato la legge dell’impunitá (ley de la Caducidad) nei confronti degli esecutori delle torture e degli assassini. La lotta, nononstante tutto, è andata avanti. Amalia spiega che per lei, come per molti altri, è stato difficile all’inzio scendere per strada. Era una donna adulta, abituata alla tranquilla vita della campagna, e non è stato facile cambiare prospettiva. Tuttavia è andatta avanti e grazie al lavoro dell’associazione si sta avvicinando, un passo alla volta, alla ricerca della veritá e della giustizia. L’ultimo successo è stato l’inizio delle ricerche dei resti all’interno delle caserme militari. Un passo significativo, che sará ancora piú rilevante se verranno trovate, di fatto, prove che permettano di ricostruire i fatti accaduti. Il lavoro dell’associazione dei familiari ha permesso di identificare desaparecidos di origine italiana per la cui scomparsa sono in atto procedimenti penali nel nostro paese.
Ad Amalia di aggiungono altre donne, che hanno voglia di parlare e di raccontare la loro storia, ma sorpattuto la loro vita e quella delle persone scomparse. Tutte rievocano l’ultima volta che hanno visto il figlio o il marito. È un tentativo, probabilmente, di farli rivivere per sempre in quel momento. La signora Hortencia Pereira, che ha perso il marito León Gonzales, spiega che nei primi tempi si è sentita impotente. Non sapeva cosa fare, sperava che qualcuno, sopravvissuto, potesse raccontare come erano andate le cose.
La signora Luisa Cuesta ha perso il figlio Melo Nebio. Lei stessa è stata dedenuta per un arco di tempo. Spiega che nessuna di loro sapeva cosa indicasse la parola desaparecido (scomparso). Pensava che suo figlio sarebbe stato detenuto per un periodo, magari torturato, ma poi rilasciato, o per lo meno si avrebbero avute notizie della sua detenzione. “Per lo meno” spiega Luisa “ so che mio figlio è morto lottando in nome dei suoi ideali. Mi diceva sempre che era cosciente che poteva essere ucciso”.
A parlare, in fine, è di nuovo Amalia: “il fatto che ora siamo riuniti in un’associazione ci dá la forza di andare avanti. Di sicuro stiamo meglio dei familiari che hanno deciso di chiudersi in casa, che hanno scelto di restare in silenzio e di vivere in solitudine il proprio dolore. Tuttavia, quello che non potró mai perdonare ai militari, è di non avermi permesso di conoscere, per anni, che mio figlio era morto. Non ho pianto mio figlio perché pensavo fosse ancora in vita. E adesso per me significa morire un poco ogni giorno!”

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