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Quando si privatizza l'acqua.

L'ex vicepresidente della Banca Mondiale, Ismael Serageldin, ha vaticinato che le guerre del XXI secolo saranno per l'acqua, e Bolivia è stato uno dei primi paesi nel dargli ragione
21 aprile 2005 - Iñigo Herraiz
Fonte: Agencia de Información Solidaria


L'ex vicepresidente della Banca Mondiale, Ismael Serageldin, ha vaticinato che le guerre del XXI secolo saranno per l'acqua, e Bolivia è stato uno dei primi paesi nel dargli ragione. Prima a Cochabamba, cinque anni fa, dove la popolazione si ribellò contro l'aumento dei prezzi dell'acqua e riuscì a mandare via l'impresa privata che la forniva. E adesso, ad El Alto, dove i suoi abitanti perseguono lo stesso obiettivo.
L'esperienza boliviana dimostra che la privatizzazione dell'acqua non è una buona alternativa per risolvere i problemi della mancanza di rifornimento nei paesi in via di sviluppo.

Agli inizi del nuovo secolo, ad aprile del 2000, il denominato "oro azzurro" scatenò nella città di Cochabamba una delle rivolte più clamorose della storia recente del paese. I loro abitanti si sono mobilizzati contro l'aumento spropositato delle tariffe dell'acqua, i cui prezzi arrivarono a quadruplicarsi in poche settimane, e sono riusciti a mandare via "Aguas del Tunari", un consorzio capeggiato dalla multinazionale Bechtel, che s’incaricava della sua distribuzione. Il prezzo delle bollette dell'acqua era arrivato a costare quasi la metà degli introiti mensili delle famiglie più povere.

Quello che non sono riusciti a fare altri oltraggi storici l’ottenne l'acqua: fare uscire i movimenti sociali boliviani del suo letargo. La rivolta di Cochabamba ha inaugurato un nuovo ciclo di manifestazioni che ad ottobre 2003 culminarono con la dimissione e la fuga dal paese del precedente presidente, Gonzalo Sànchez de Lozada. Tra i protagonisti che spinsero la rinuncia presidenziale, hanno occupato un posto importante gli abitanti dell’affollata ed impoverita località di El Alto, vicina alla capitale, La Paz. Gli stessi che adesso vogliono riproporre il successo dell’esperienza di Cochabamba.

La realtà è che 450 dollari, il prezzo al quale può arrivare il collegamento ai servizi per la fornitura dell'acqua e delle fognature di El Alto, sono fuori della portata della maggior parte della popolazione, che sopravvive con l'equivalente di meno di un dollaro al giorno.

Le proteste per mandar via la compagnia "Aguas de Illimani", proprietà della corporazione francese Lyonnaise des Eaux, sono scoppiate a gennaio. In un primo momento, il presidente Carlos Mesa si fece portavoce delle loro richieste, e decise di sospendere il contratto con l'impresa, per non aver rispettato il programma di ampliamento del servizio a 200.000 famiglie di El Alto e di La Paz. Adesso, comunque, vorrebbe una soluzione meno radicale.

Quando ancora non si è risolto lo scontro con Aguas del Tunari, che nonostante non aver investito a Cochabamba neppure mezzo milione di dollari, pretende 25 milioni di dollari d'indennizzo per i benefici che avrebbe potuto ottenere in 40 anni, lo Stato boliviano teme di dover far fronte ad un altro ingente risarcimento con Aguas de Illimani, che sostiene di aver investito 63 milioni di dollari da quando ha ottenuto l'appalto, nel 1997.

La multinazionale francese vanta a suo favore l'esistenza di un accordo di protezione reciproca sottoscritto tra La Paz e Parigi. La compagnia dipendente da Bechtel nel 1999, quando si rese conto della situazione, si premurò di spostare la sua sede legale dalle Isole Caiman all'Olanda, per potersi rifugiare nel Trattato Bilaterale per gli Investimenti, che ha sottoscritto Bolivia con il paese europeo.

Imprigionato tra il bisogno di garantire alla popolazione l'acceso a un diritto basilare e imprescindibile per la vita come l'acqua, e la responsabilità di offrire una sicurezza giuridica all'investimento straniero, lo Stato boliviano si trova di fronte a una strada senza uscita che mette in risalto i problemi che comportano la privatizzazione dell'acqua.
Sono tre i fattori principali che, secondo il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (PNUD), hanno portato i paesi in via di sviluppo a adottare questo sistema: la mancanza di risorse da parte dei governi, la bassa qualità delle forniture pubbliche e le pressioni esterne per liberalizzare l'economia.

I primi due sono collegati tra di loro e si vedono accresciuti dall'esistenza di tariffe inadeguate. In genere, il prezzo del servizio pubblico non è sufficiente a recuperare il costo di produzione ed il mancato pagamento e abbastanza generalizzato. La situazione beneficia quelli che possiedono di più, e i poveri finiscono per essere i più penalizzati, dato che lo Stato non ha gli introiti sufficienti per allargare il servizio ad una popolazione in costante crescita.
Di fronte alla mancanza di fornitura, i meno abbienti si vedono costretti a ricorrere ad alternative più costose per rifornirsi dell'acqua, come i camion cisterna privati.

La terza spinta proviene dai paesi dominanti, che fanno pressioni perché i paesi in via di sviluppo liberalizzino l'economia e perché aprano i loro mercati. La Banca Mondiale è stata uno dei portabandiera della privatizzazione dell'acqua e, in relazione a Bolivia, la definì come previa condizione per la concessione di alcuni crediti.

Ciò nonostante, l'esperienza ha dimostrato che le imprese private non sono interessate nel rifornire le zone rurali povere dato che non producono benefici, sono riusciti anche ad escludere i più poveri nelle zone urbane.
La privatizzazione è stata quasi sempre accompagnata da un aumento spropositato delle tariffe dell'acqua e, perfino dove i governi si sono preoccupati nell’imporre alle imprese limitazioni contrattuali e degli impegni, il risultato non è stato quello sperato.

Di fatto, le concessioni di La Paz e di El Alto sono considerate, in molti sensi, esemplari. L'impresa appaltatrice delle forniture dell'acqua fu quella che s'impegnò a portare a termine un maggior ampliamento della copertura. Aguas de Illimani si è anche associata con diverse ONG e le utilizzò come intermediarie per conoscere meglio i bisogni dei poveri. Quando esplose la protesta, era la compagnia che aveva il punteggio più alto nella classifica della "Superintendencia del Saneamiento" (1) del governo boliviano.

L'esperienza boliviana dimostra le limitazioni della privatizzazione nel momento di lenire la mancanza dei servizi per la somministrazione dell'acqua e della sua depurazione nei paesi in via di sviluppo.
Quando si fanno delle pressioni a favore della privatizzazione, vengono ignorate le precedenti esperienze dei paesi sviluppati, che hanno avuto bisogno dell’intervento statale per universalizzare questi servizi.

L'acqua è, sopratutto, un diritto basilare che, come tale, è lo Stato che lo deve garantire. Della sua disponibilità dipendono il sostentamento, la salute, l'educazione e la dignità delle persone.

Troppo per lasciarlo nelle mani del mercato.

Note:

(1) Saneamiento: azione di raccogliere, evacuare o depurare, con trattamento previo o senza e secondo le normative vigenti, l'acqua piovana, le acque reflue o i rifiuti solidi.

Tradotto da Alejandra Bariviera per www.peacelink.it
Il testo e' liberamente utilizzabile a scopi non commerciali citando la
fonte, l'autore e il traduttore.

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