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Brasile: per Barros non c`è alternativa a Lula

Il teologo brasiliano si dice scontento della politica del governo. E confida in nuove forme di rappresentanza
15 maggio 2005 - Cinzia Colombo
Fonte: Musibrasil

Comincia con una confessione, l’incontro con Marcelo Barros tenutosi il 26 aprile a Gallarate. Quella di una sua passione: il cinema. L’abate del monastero benedettino di Goias, in Brasile, membro della commissione latinoamericana dell’Associazione ecumenica teologi del Terzo mondo, inizia il proprio dialogo con il pubblico che affolla la sala delle Acli dal racconto di una scena di un film brasiliano: un pescatore che rema sul rio San Francesco e incontra seduto su un palo in mezzo al fiume una persona ben vestita che dice di essere Dio. Un Dio stanco, alla ricerca di un po’ di vacanza perché troppe cose vengono fatte nel suo nome senza mai chiedergliene il consenso. Un Dio che non vuole più essere dio di questa umanità.

Un Dio che alla domanda sul perché abbia scelto proprio questa parte del mondo per riposarsi, risponde «perché qui le persone associano il mio nome alla libertà».
E la ricerca della libertà è il filo conduttore della vita di Barros, che a diciotto anni entra in monastero perché vuole essere libero e cerca la propria libertà non individualmente ma nella vita comunitaria. «Il fondamento della libertà è l’assunzione di responsabilità per l’altro. La libertà non si dà. Si conquista. E divento più libero nella misura in cui mi comprometto per garantire la libertà degli altri. Non sarei mai davvero libero se anche gli altri esseri umani non fossero liberi». Così dice e scrive nel suo ultimo libro “Il sapore della Libertà” (edizioni La Meridiana) che è venuto a presentare anche in Italia, un libro dialogato con Francesco Comina, redattore del quotidiano “L’Adige”.

Come procede la ricerca della libertà in Brasile, quale è la situazione della Teologia della liberazione?

«Se c’è povertà, c’è Teologia della liberazione. Ci incontriamo ogni sei mesi per discutere, e proprio il giorno della morte di papa Giovanni Paolo II eravamo riuniti. Fra poco si svolgerà in Brasile l’undicesimo incontro nazionale delle comunità di base a cui parteciperanno tanti uomini e donne e a cui già sono iscritti 120 vescovi: è la dimostrazione che la Teologia della liberazione è viva».

Può parlarci della situazione politica in Brasile? Il Presidente Lula sta rispettando le aspettative?

«La realtà è molto complessa. Io penso sia meglio Lula di Cardoso, che tutte le alternative a Lula sono peggiori: per questo io sto con Lula. Questo non significa che non ci siano delusioni: rispetto al pagamento del debito estero per esempio o alla riforma agraria, quella per cui il Movimento sem terra camminerà fino a Brasilia. Ma il problema non può essere Lula o non Lula; non posso aspettare che il presidente trovi le soluzioni ai problemi, so che non può farlo in questo ordine socio-economico. Marcelo Barros
o. Serve un altro ordine sociale che sta cominciando a crescere con il Social forum. Ma dobbiamo guardare al Social forum mondiale come a un processo aperto, non come a un semplice evento di Porto Alegre. Dove ci sono persone che si riuniscono per trovare un nuovo mondo possibile, i nuovi mondi possibili, lì c’è il social forum. Dobbiamo chiederci se è possibile trovare altre forme di rappresentanza. Lula non consulta il popolo, si sente investito del potere. Ci serve un potere meno rappresentativo e più partecipativo».

La Teologia della liberazione incontra e si interfaccia con le problematiche ambientali?

«Alcuni scienziati hanno accusato il Cristianesimo di essere responsabile della distruzione della natura perché la Bibbia promuove una visione antropocentrica: andate, crescete e moltiplicatevi, dominate la terra sono gli esempi per dire che all’uomo è dato il potere di usare la natura, spogliarla e distruggerla. Oggi noi sappiamo che quel `dominate la terra` deriva da domus, l’invito è a essere come Dio che è creatore e non distruttore. Ma è vero che ciò non è stato compreso nel passato: gli indios rispettavano la natura, poi i cristiani che sono venuti hanno distrutto, disboscato per portare la legna in Portogallo. La civilizzazione che si è detta cristiana ha grandi responsabilità nella distruzione dell’ambiente e dobbiamo riconoscerlo. Però oggi molti cristiani sono impegnati nella difesa dell’ambiente e della natura, natura che non è divina in sé ma è manifestazione della divinità. Io trovo molto interessante la teologia femminista che coniuga libertà della donna e salvaguardia della natura: credo sia un cammino interessante sia per le donne sia per gli uomini».

A un abate benedettino non si può non chiedere del nuovo papa che ha scelto come nome proprio Benedetto…

«Considero il Papa vescovo di Roma. In Brasile le televisioni hanno seguito ogni giorno sia la morte di papa Giovanni Paolo che l’elezione del nuovo. C’è stata una mistificazione: si è presentata un Chiesa
mediatica. Abbiamo visto uno show della morte di un papa e della nascita del nuovo. La gente si chiedeva se avremmo avuto un papa brasiliano; io ho sempre pensato: Dio me ne scampi. Intanto perché se il papa è il vescovo di Roma, non si capisce perché dovrebbe essere brasiliano. E poi perché i candidati brasiliani hanno un tale modello di Chiesa... Ho vissuto come naturale la scelta del cardinale Ratzinger. Il problema non è Ratzinger, ma i cardinali che hanno scelto un progetto di Chiesa dove le verità sono immobili, dove la mia verità è la verità. Se il nuovo papa farà un pontificato aperto, sarò felice. Ma quel modello continuerà. A chi dice che si tratta di un papa di transizione io rispondo che il progetto prescelto rimarrà e proseguirà. Questo è il vero problema».


Note:

http://musibrasil.net

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