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Brasile: Cronaca dalle favelas


Mauro Furlan vive e lavora nelle favelas di Rio de Janeiro, dove si spara per sopravvivere
3 giugno 2005 - Mauro Furlan
Fonte: Peacerporter


favelas di Rio de JaneiroQui a Rio dopo alcuni giorni di fresco, è tornato il caldo. Sabato siamo passati con il furgone in una favela per prendere un ragazzo che ci vive. Il suo palazzo e quelli vicini erano crivellati di colpi. I ragazzi ripetono spesso “qui è Iraq”, ovvero qui a Rio c’è una vera guerra, fatta anche con armi pesanti. A dire il vero mi capita spesso di sentir sparare e i ragazzi mi hanno insegnato a distinguere il rumore dei vari colpi (pistola, ak47, m31, mitragliatrice con treppiede e così via) cosa che mai avrei pensato. La strage di trenta persone nella Baixada Fluminense è li a ricordarci che la guerra è in atto. Qualcuno mi ha chiesto cos’è la Baixada Fluminense. E’ quella area di pianura che descrive la periferia di Rio de Janeiro e comprende i comuni di Nuova Iguaçù, Duque de Caxias, Mesquita, Nilopolis e molti altri, per un totale di quasi 4 milioni di persone. La maggioranza sono favelas o aree di gente povera. Questa area fino a quaranta anni fa era agricola, adesso è una fiumana di case, formatasi con il fenomeno dell’immigrazione. Una concentrazione di problemi e per questo un’area molto violenta.

Tutto questo mi porta a pensare al mio viaggio nel Nordest. Durante la permanenza a Belem, sono stato invitato a partecipare alla marcia per la giustizia nei campi, in ricordo del massacro di Eldorado do Carajas e dell’omicidio di suor Dorothy Stang.
Il 17 aprile 1996, nella città di Eldorado do Carajas (stato del Parà), la Polizia Militare ha ucciso diciannove contadini e ferito molti altri, in un massacro di cui parlò il mondo intero.
Sono passati nove anni da quei terribili fatti e l’impunità continua tutt’oggi. Solo alcuni di quelli che erano coinvolti nel massacro, infatti, sono stati condannati o incarcerati. Ciò evidenzia la terribile realtà dello stato del Parà, campione brasiliano per violenza nelle zone agricole. E adesso ci risiamo. Ancora. Un altro orribile fatto di sangue ha macchiato l’Amazzonia: l’assassinio, due mesi fa, della missionaria Dorothy Stang. Un crimine annunciato da tempo e freddamente eseguito da alcuni latifondisti della regione.

Favelas di RioBrutte abitudini. Violenza e impunità dunque continuano, sia nei campi sia nelle città, sotto gli occhi esterrefatti dei brasiliani. L’assassinio di otto contadini a Sao Felix do Xingu nel 2004, di altri cinque contadini nello stato del Minas Gerais, per non parlare dell’uccisione di avvocati e sindacalisti che difendono i contadini sono solo alcuni dei fatti che affliggono la zona. Tutto ciò a dimostrazione del potere paramilitare dei latifondisti i quali agiscono liberamente sapendo di poter godere dell’impunità per via delle loro “amicizie nel potere giudiziario”.

Impunità sovrana. Centinaia di lavoratori agricoli sono stati vittime di violenza e il 90 per cento dei casi non è neppure arrivato in tribunale.
Nonostante i fazenderos dinsistano sull’importanza delle grandi estensioni di coltivazioni (agronegocio), il latifondo in realtà continua a distruggere gli ecosistemi necessari per la sopravvivenza delle popolazioni locali e dei piccoli contadini, continua a utilizzare il “lavoro in schiavitù” e pratica l’assassinio come mezzo per risolvere i conflitti. L’impressione che si ha da queste parti è quella del Far West. Cioè quello che abbiamo visto in tanti Western dove il più forte di turno impone la sua legge. Gli sceriffi onesti da queste parti muoiono presto.
Sappiamo che è compito della società brasiliana denunciare le violazioni dei diritti umani sia nelle campagne che nelle città, organizzare la lotta per combattere la concentrazione della terra e realizzare la riforma agraria come misura di uno sviluppo sostenibile in Brasile, ma la coscienza per fare questo è ancora lontana, e quindi il movimento dei senza terra è necessario per non far dimenticare che il problema esiste.

Tram di Rio de JaneiroPochi ma buoni. La manifestazione non ha visto la presenza di molte persone, circa 300. La marcia è iniziata con la preghiera in forma ecumenica. Un prete introduce, un giovane recita una poesia, un pastore evangelico legge il vangelo, un pastore protestante commenta il vangelo, i senza terra cantano un canto di lotta, poi la riflessione di un laico, una vera preghiera ecumenica. Qui in Brasile l’ecumenismo è più facile perché le divisioni si dimenticano e si focalizza l’attenzione sulla lotta comune. Tutti pregano il loro Dio e lottano per avere un pezzo di terra. Dopo la preghiera, in marcia verso la piazza centrale lungo strade che di domenica non sono molto affollate. La marcia è stata una festa con canti, discorsi e danze. La camminata è durata un’ora circa e arrivati in piazza ci sono stati dei brevi discorsi. Poi la manifestazione si è sciolta.
Sono stato felice di aver partecipato a questa manifestazione. Ho condiviso la lotta dei contadini e dei senza terra del Parà. Sono stato ancor più felice per aver scoperto una canzone bellissima, cantata varie volte nella marcia. Questo canto, che si intitola “Pra Nao dizer que nao falei das flores” (per non dire che non ho parlato dei fiori), è diventato un canto della lotta contro la dittatura e per la libertà, come da noi è “Bella ciao”. Il movimento studentesco negli anni della dittatura ne ha fatto la sua bandiera. L’autore è Geraldo Vandrè, che a causa di questa canzone ha dovuto persino andare in esilio. Il ritornello è bellissimo, dice:
“Vieni andiamo via
Perché attendere non è sapere
Chi conosce agisce
Non aspetta che le cose accadano”

Note:

http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=16&idart=2694

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