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Nicaragua: lavorare nella zona franca di Managua

6 luglio 2005 - Francisco J. Sancho Más

La macchina da cucire è una Singer di quelle vecchie, a pedale e ruota, con una corda in tensione aggiustata mille volte ed un ago che cade sempre vicino alle dita.
Le dita passano lungo il bordo della cucitura a una velocità impossibile da captare con gli occhi, che dà vertigine.
Le dita, già ricurve, fanno scorrere l'immensa tela che cuciono a memoria, centimetro per centimetro, lungo un modello che conoscono a memoria.
Le dita sono della donna che sta di spalle alla porta, dalla quale oggi mi affaccio per osservarla meglio da vicino. È notte, la luce molto povera e bisognerà addentrarsi nella casa con attenzione per sentire e vedere.
Magari venite con me, avvicinatevi senza fare rumore.

Più che altro è per i bambini che dormono in fondo alla stanza, tutti e tre appiccicati in un letto su un materasso sottile, abituati a sognare in un breve spazio senza nemmeno muoversi per non interrompere il sonno dell'altro fratello.
Si sveglieranno per qualsiasi rumore diverso da quello della ruota e delle battute della macchina da cucire.
Sono già abituati ad addormentarsi con questo rumore.
A volte si sente un gemito improvviso, quando una delle dita meno abituate, dopo molte ore di scorrere vicino all'ago, si avvicina troppo e si ferisce, con una macchia rossa che sorge come un avvenimento.
La donna è abituata anche al sapore del suo sangue e con la saliva cicatrizza subito la ferita. Anche questo stesso dolore è un'abitudine.

Rubare ore al giorno non è facile. Ancora peggio quando si ha una famiglia sulle spalle.
Di mattina bisogna preparare tutto molto presto per arrivare in tempo nella fabbrica della Zona Franca, e lì continuare a cucire pezzi su pezzi.
All'imbrunire, arrivare a casa e continuare a cucire. La cosa brutta devono essere i pensieri, i ricordi, tutto ciò.
Sono pericolosi, lasciarsi trasportare da loro per alcuni secondi, mentre l'ago cade una e una volta ancora tra le dita, può produrre una ferita più grande.
E non c'è più tempo nel giorno oltre alle corte ventiquattro ore, troppo corte per tirare avanti e fare tutto.
Il suo salario nella Zona Franca non arriva a cento dollari.
Vivendo a Managua, oggigiorno non è altro che l'illusione del nulla, l'illusione di avere un lavoro, ma tutti i giorni si domanda se non guadagnerebbe qualcosa di più cucendo per conto proprio come fa di notte.
Nella Zona Franca può essere che abbia una copertura sanitaria, questo va bene, ma una volta mi ha detto che per le malattie che copre l'assicurazione si cura già quasi da sola.
Può essere un'esagerazione, la cosa sicura è che raramente ha messo piede dal dottore.

Sono centinaia - mi racconta - quelle che lavorano con lei cucendo nello stesso capannone della Zona Franca. Non hanno quasi relazioni tra di loro perché vivono cambiando lavoro, andando e venendo dalla fabbrica.
Non è un lavoro per tutta la vita, è solo per arrangiarsi mentre trovano qualcos'altro, ma a volte ormai non vale la pena.
Molte delle donne che lavorano nelle Zone Franche passano da lavori come domestiche a sarte od operaie della fabbrica.
Si ha paura - continua a raccontare - a chiedere un permesso per andare dal medico, per portare il bambino dal pediatra o per andare in bagno più di una volta perché si hanno problemi.
"Si ha paura di essere rimproverate davanti a tutti, non solo di essere licenziate".
Io l'ascolto mentre aspetto che dalla macchina esca un pantalone difettoso che ho comprato e che lei sta aggiustando.

Le ho chiesto se da quando lavora nella Zona Franca ha sperimentato qualche miglioramento nella sua vita. "Continuo nella stessa situazione, continuo senza poter fare un pavimento a questa casa. È la stessa terra e lo stesso legno".
E anche, aggiungerei, la stessa macchina da cucire di sempre.

Tempo fa, il funzionario che ora è Ministro del Tesoro difendeva i vantaggi del Cafta dicendo che avrebbe potenziato ancora di più le Zone Franche e l'inorgogliva il fatto che durante il governo dell'Ingegnere Bolaños si erano aperte tante nuove maquilas quanti erano i mesi di governo.
A quei tempi erano vicini a compiere due anni e dava i brividi pensare a quante fabbriche e quanta manodopera significava.
Tuttavia, risulta difficile vedere il progresso che hanno portato queste fabbriche manifatturiere di tutto, e così volubili che oggi possono essere qui e domani in un altro posto che offra loro migliori condizioni.
Per gli Stati Uniti può arrivare ad essere più redditizio avere centinaia di migliaia di centroamericani cucendo pezzi di vestiti che continuare ad importarli dalle mani di centinaia di migliaia di cinesi.
Per essere più competitivi dei cinesi bisogna offrire migliori condizioni e questo passa attraverso l'avere costi di manodopera più bassi e cioè, meno diritti per i lavoratori e salari minimi più bassi.

È difficile pensare ad un progresso che passi attraverso il Regime di Zone Franche e il fatto che dopo alcuni anni non si sia visto il progresso che tutto ciò doveva portare, è una prova in più di quello che sto dicendo.
Sperare che i lavoratori del Nicaragua vengano protetti dalle autorità preposte alla difesa dei loro diritti è sperare troppo, perché abbiamo già esempi dove si evidenzia che qui si è disposti a dare priorità ad un'impresa passando sopra agli esseri umani, altrimenti basta guardare i contadini del Nemagón dopo tanti anni.
Il Nicaragua non ha nemmeno potuto ottenere che venisse fatta giustizia per un gruppo di lavoratori con un motivo così chiaro.

Che non era possibile il progresso senza che i lavoratori godessero dei loro diritti è stato un lungo apprendistato nell'Europa della Rivoluzione Industriale.
Si è verificato come la produzione di massa non avesse senso se i potenziali consumatori non potevano comprare i prodotti perché non avevano con che farlo.
Il rendimento di un lavoratore quando non è schiavo, dipende dalle condizioni di vita che ha.

Il peggiore futuro per il Nicaragua è che assomigli al suo presente.
Una ripetizione dell'incubo dove tutto continua allo stesso modo.
Da quando la conosco, già da alcuni anni, ogni volta che sono passato dalla casa della mia vicina sarta, tutto continua uguale.
Non c'è stato un tempo diverso da allora.
Uno la vede di spalle, a volte con un asciugamano sulle spalle riparandosi dal fresco della notte, spingendo il pedale e la ruota senza fermarsi, facendo scorrere il tessuto infinito con la pazienza di chi aspetta qualcosa. Affinché tutto continui uguale, affinché non cambi in qualcosa di peggio è troppo lo sforzo e fa male.
Dovremmo fare molto di più per progredire e andare avanti, molto di più di un Cafta che sappiamo già chi beneficerà, molto di più ovviamente di una disputa legale tra Corti di Giustizia, molto di più di consulenze che dopo si mettono in un cassetto e non servono a niente, o che almeno non sono servite affinché la donna della quale vi parlo smetta di perdere il sonno davanti a una vecchia macchina da cucire che si muove tutte le notti senza sosta.
La vedo tutte le notti. E nonostante tutto, lei continua ad aspettare mentre si muove la ruota.

Note:

Traduzione Giorgio Trucchi

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