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Argentina: desaparecidos, come sparì nonno Victorio

Marjò Cerutti, nipote del piemontese El Flaco, racconta di quando la dittatura lo rapì, l'uccise e s'impossessò dei suoi beni. Ora il figlio dell'ammiraglio Massera è finito in galera
13 luglio 2005 - Riccardo De Gennaro


I tre arresti eccellenti del figlio dell'ammiraglio «Zero» e di due ufficiali della marina riportano sulle prime pagine dei giornali la storia di El Flaco e di come il regime militare argentino fece man bassa dei beni dei cittadini scomparsi «in volo». All'inizio sembrava che il rapimento fosse opera dei guerriglieri montoneros, ma la verità non tardò a farsi luce con il sequestro dei beni di Victorio Cerutti

«Ciao Negra, non ti preoccupare per me, ho già vissuto parecchio». Le Madres di plaza de Mayo piangono i figli desaparecidos, Maria Josefina Cerutti, detta Marijò, nata a Mendoza nel `61, si è vista portare via dall'ultima dittatura il nonno paterno. Victorio Cerutti, figlio di piemontesi, soprannominato El Flaco, venne sequestrato all'alba del 12 gennaio `77 da venti uomini mascherati nella sua tenuta di Chacras de Coria, poi detenuto all'Esma e ucciso - probabilmente con un «volo della morte» - dopo averlo costretto a firmare una dichiarazione di cessione delle sue terre, valutate all'epoca 12 milioni di dollari. La sola Casa Grande, ricorda Marijò, aveva dieci stanze, un giardino immenso con decine e decine di alberi da frutta, una fossa per conservare il vino, poi trasformato in una piscina, una stalla e 80 ettari di vigne. Per il furto di quei terreni e di altri beni la magistratura di Buenos Aires ha clamorosamente arrestato nei giorni scorsi Eduardo Enrique Massera, figlio di Emilio Massera, l'ammiraglio «Zero» che con Videla e Agosti resse la giunta militare golpista a partire dal `76. Non ci sperava più nessuno. Sono finiti in galera anche due ufficiali della Marina, Jorge Perren e Alberto Gonzalez Menotti: con il figlio di Massera controllavano il pacchetto di maggioranza della società che si era appropriata indebitamente dei beni della famiglia Cerutti. «Assassinare non era sufficiente», «Ecco come cominciò Massera a trasformare la tortura in un metodo per diventare ricco», hanno titolato i quotidiani di Buenos Aires. I tempi stanno cambiando. Victorio Cerutti era alto, elegante e libertino e aveva una Citroen color biscotto. Dormiva separato dalla moglie Josefina, soprannominata «la Negra», le camere erano tante. «Parlava poco e rideva molto. Aveva gli occhi piccoli e azzurri, il petto glabro percorso da mille venuzze e costellato di piccoli nei rossi, l'unghia di uno dei pollici rotta o cresciuta male. Noi nipoti lo chiamavamo papà, in paese era don Victorio», racconta Marijò in un suo articolo scritto cinque anni fa per il settimanale italiano Diario e che ha anche un romanzo nel cassetto. «Che cosa può capitare a Victorio Cerruti di Chacras de Coria?», domandava El Flaco, mentre ammirava la sua tenuta negli anni della lotta armata e del terrorismo di stato. E invece, un giorno vennero a prenderlo, lo incappucciarono e lo portarono all'Esma, il più grande campo di detenzione e tortura di Buenos Aires, insieme a suo genero Omar Pincolini, «il marito di zia Malou». Mentre gli sgherri lo spingevano a calci nell'auto, Victorio fece in tempo a urlare alla moglie soltanto quelle parole: «Non ti preoccupare per me, ho già vissuto parecchio».

Il rapimento del vecchio Cerutti è una delle piste che hanno condotto alla scoperta di una struttura finanziaria occulta, controllata dall'ammiraglio Zero. L'obiettivo di queste società (finanziarie, immobiliari e commerciali) era l'appropriazione dei beni dei desaparecidos ai fini di un rapido arricchimento, che - nei sogni di Massera, iscritto alla P2 di Licio Gelli - avrebbe dovuto garantirgli l'ascesa sociale e la conquista solitaria del potere. Si stima che in quegli anni le società messe in piedi dalla dittatura arrivarono a confiscare beni mobili e immobili per oltre 140milioni di dollari di quel periodo. Quel giorno, a Chacras de Coria, i rapitori portarono via tutto, gioielli e altri oggetti di valore, vestiti, radio, tappeti, automobili. Poi si passò all'esproprio forzato dei terreni. Fu immediatamente chiaro che si trattava di un sequestro insolito, dettato da ragioni che non avevano nulla a che vedere con la repressione. Qualcuno, anzi, pensò che quegli uomini mascherati fossero guerriglieri. Solo molti anni dopo si sarebbe saputo che Massera voleva mettere le mani sul «tesoro» dei montoneros. L'organizzazione armata della sinistra peronista aveva infatti messo insieme una fortuna che comprendeva, tra l'altro, i 60 milioni di dollari derivanti dal riscatto ottenuto con il rapimento, nel settembre `74, degli industriali Juan e Jorge Born. Massera e i suoi complici nella Marina erano convinti che la Cerro Largo, che faceva capo a Victorio Cerutti, Conrado Gòmez e Horacio Palma, fosse una società di copertura per il riciclaggio dei dollari dei guerriglieri. L'indizio, assolutamente infondato, dal quale derivavano questa certezza era l'appartenenza del figlio Juan Carlos Cerutti, zio di Marijò, all'organizzazione armata. Due giorni prima del rapimento di Victorio e Omar, un altro gruppo di uomini armati aveva fatto irruzione nell'appartamento di Gòmez a Buenos Aires in calle Santa Fe e aveva portato il socio di Cerutti all'Esma. Il giorno prima, nella sua casa di Hurlingham, venne sequestrato anche Horacio Palma, che fece la stessa fine. A quel punto i beni della Cerro Largo passarono alla Wil-Ri, poi, nell'81, quando Massera padre lasciò la giunta militare con rinnovata ambizione di potere, quest'ultima società fu trasformata in Misa Chico, nella quale entrarono il figlio maggiore Eduardo, il fratello Carlos e Pedro Anòn, presidente del Pds, il Partito per la democrazia sociale guidato dallo stesso Massera, oggi non processabile per incapacità mentale.

«Pochi giorni dopo il sequestro - racconta Marijò - a Chacras arrivò Manuel Campoy, notaio di Mendoza e minacciò zia Malou, le disse di andare via da casa, altrimenti avrebbero ammazzato tutti». Successivamente si seppe che Campoy era il prestanome dell'ammiraglio Massera. La Will-Ri continuò l'opera di lottizzazione dei terreni a fini residenziali cominciata da nonno Victorio in seguito alla crisi economica locale. Il suo domicilio legale era in calle Cerrito 1136, decimo piano, Buenos Aires, guarda caso lo stesso indirizzo del Pds. Le strade dell'attuale quartiere residenziale costruito dai Massera si chiamano Pace, Onore, Patria, Onestà, Amore. Victorio aveva altri nomi in mente: Piemonte, Borgomanero, Emanuele Cerutti, Angelina Necchi, sua mamma, Italia. «Nessuno di noi tredici rimasti ha mai avuto voglia di ritornare a vivere a Chacras de Coria», dice amara Marijò. La quale, comunque, non ebbe la sventura di vivere in diretta il sequestro del nonno e dello zio. Aveva frequentato la casa in campagna fino al marzo dell'anno prima, il `76, poi i suoi avevano divorziato e non ci era andata più. Con la madre e i quattro fratelli si era trasferita a Buenos Aires. «Il giorno del sequestro ci precipitammo a Chacras - mi dice - ricordo un'enorme tristezza, code di persone all'ingresso della villa, parenti che cercavano altri parenti, pianti che risuonavano ovunque in una casa dove fino a quel momento avevano regnato pace e serenità».

Ma la felicità è breve e il dolore dura per sempre. Qualche anno dopo, terminate le scuole secondarie, Marijò parte per l'Italia, si iscrive all'Università di Trento, si laurea in sociologia con una tesi su «Pionierismo e immigrazione nell'industria vitivinicola di Mendoza», si fidanza con un italiano, studia le comunità contadine del Cuneese. Quando l'amore finisce torna in Argentina e va a lavorare alla Techint, poi - dopo alcuni anni - entra all'Ansa latina. Qui cura un portale internet da lei stessa ideato e progettato, Italianos.it. Il logo è costituito dal profilo di una nave: «Bisognava dare il senso - spiega - la dimensione, il peso della comunità italiana in America latina. Il sito parla di tutto quello che riguarda gli immigrati. Anch'io mi sono resa conto, a mano a mano che ci lavoravo, di quanto sia grande l'immigrazione dall'Italia».

Soltanto in Argentina ci sono 1.500 associazioni italiane, la più antica risale al 1854. Nell'ambito della sezione dedicata alla storia dell'immigrazione, Italianos.it ha una ricca varietà di fotografie degli albori del secolo scorso, foto che illustrano le fasi del viaggio, della sistemazione e, infine, della vita quotidiana degli immigrati. Forse, tra loro, lo stesso sguardo fiero, che riflette nello stesso tempo l'amore per l'avventura, la speranza di una vita più fortunata e la paura dell'ignoto, c'è anche il bisnonno di Marijò, Emanuele Cerutti, padre di Victorio, sceso adolescente dalla Sirio alla fine del secolo diciannovesimo, uno dei pionieri dell'immigrazione. Emanuele fece dapprima l'operaio in una fabbrica di birra a Cordoba, poi lavorò alla costruzione della ferrovia che collegava l'Atlantico al Pacifico, infine approdò a Mendoza e, da buon piemontese, fondò una delle prime aziende vitivinicole del paese, la Coquimbito, che produceva barbera. Alla luce di questa «stratificazione» di genti (gli indios, i criolli, cioè i discendenti dei conquistatori spagnoli, gli uomini e le donne delle varie ondate immigratorie) ho chiesto alla sociologa Marijò di darmi una sua definizione del popolo argentino. «Io penso che gli argentini non esistano e che non abbiano un progetto di nazione», ha risposto secca.

L'arresto del figlio di Massera potrebbe cambiare le cose, così come l'abolizione dopo 20 anni, da parte della Corte Suprema, delle due leggi del governo Alfonsìn (Punto final e Obediencia debida) che impedivano di processare i militari. Il popolo argentino oggi sembra essere sulla strada giusta per trovare un'identità e un'idea condivisa di giustizia.

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