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Bolivia: un indio per presidente

intervista a Evo Morales: il leader cocalero, candidato alle presidenziali di dicembre, amico di Fidel e di Chavez, odiatissimo dagli americani. Che qui spiega, senza paura, come farà a vincere
20 luglio 2005 - Pablo Stefanoni
Fonte: Il Manifesto


Ore 6:45 della mattina. Evo Morales è già sveglio da un'ora e un quarto e cerca di pianificare la sua giornata. «Quanto dura l'intervista? Ho dieci minuti», dice subito ma poi quando comincia a parlare, lì nella sua casa che è anche il suo quartiere generale, i dieci minuti diventano più di un'ora.Il leader cocalero parla della strategia per arrivare al Palacio Queimado, la sede del presidente della repubblica, della situazione della Bolivia e dei suoi rapporti con Hugo Chavez e Fidel Castro. «Per la prima volta possiamo vincere», esordisce. Per il momento, in questa fase iniziale di una lunga campagna elettorale destinata a durare fino a dicembre, i suoi avversari sono due ed entrambi di destra: l'ex presidente Jorge Tuto Quiroga e il boss del cemento, Samuel Doria Mediba.

I media la mostrano mentre rincorre l'altipiano partecipando a comizi e all'inaugurazione di scuole. Che succede Evo si è già calato nei panni del candidato?

Ufficialmente finora non sono candidato, si deciderà il 30 e 31 del mese in un'assemblea nazionale. Però è vero che sto ricevendo molti appoggi da forze sociali sia nelle campagne sia in città.

Anche se non è ancora ufficiale, non sembrano esserci dubbi che lei sarà il candidato del Mas. Le candidature non si inventano dalla sera alla mattina...

Questo è vero. Maestri, padri di famiglia, alunni mi dicevano: «Non cambiare posizione» e mi raccomandavano di continuare a lottare per il recupero delle risorse nazionali e dei territori... i malkus (anche se Felipe Quispe non c'era) e le mamathallas (le autorità indigene)... impressionante, e vedo che si sentono come se avessero già vinto.

Per vincere in dicembre bisognerà unire le forze, chi cercherà di mettere insieme il Mas?

All'interno del movimento campesino c'è una coscienza molto forte che è arrivato il momento che noi indigeni finalmente possiamo governare. Tuttavia, come si è già visto nel 2002, è importante stringere alleanze con altre forze sociali delle campagne e della città. Abbiamo stretto accordi con diversi movimenti sociali: federazioni manifatturiere, maestri rurale e urbani, cooperative minerarie, pensionati... Non abbiamo parlato ancora di candidature e solo dei programmi che consentano di risolvere i problemi dei loro settori e delle loro regioni. Se il Mas arriverà al governo, chi lo potrà difendere? Più che la polizia e l'esercito è più facile che siano quelle forze sociali se si realizzerà quello che chiede il popolo boliviano. Non è che voglia accusare le forze armate e la polizia, che nella loro maggioranza sono composte di quechua e aymara, però ho più fiducia nelle forze sociali.

E gli imprenditori?

Stiamo discutendo con le micro e le piccole imprese, che sono quelle che generano l'80% del lavoro in Bolivia e controllano meno del 15% delle risorse erogate dallo Stato per rafforzare il sistema produttivo. Questi settori che generano impiego sono nostri alleati: le cooperative, le associazioni di produttori campesinos, gli artigiani...

E' ottimista su un eventuale accordo con il Movimiento Sin Miedo del sindaco di La Paz Juan del Granado come punto di partenza di un Fronte Amplio?

Sono ottimista. Rispetto moltissimo i suoi leader, e il sindaco paceño Juan del Granado, ad esempio, rafforzerebbe tremendamente il Mas per la sua capacità amministrativa. I colloqui sono a un punto molto avanzato, anche se il Fronte non è ancora del tutto confermato (ottimismo che deve forse essere rivisto perché il giorno dopo è stata deciso un «Fronte dei sindaci» che ha indicato il sindaco di Potosì come candidato). Questo non sarà, come dicono alcuni, un blocco contro i cambas orientali, a Santa Cruz ci saranno parecchie sorprese. Mi hanno chiamato imprenditori cruceños per dirmi: noi siamo imprenditori democratici, non fascisti. Prima quando entravo in un aereo mi capitava che ci fosse gente che commentava a voce alta: guarda un po' ci sono indios di prima categoria che viaggiano in aereo, alcuni mi fischiavano e c'erano altri che dicevano: quelli che fischiano sono i corrotti e allora l'aereo si divideva. Adesso l'aereo sembra il mio ufficio, riunioni, gente che si avvicina, che mi dà consigli. Ci sono imprenditori nazionalisti, patrioti, che vogliono scommettere sul loro paese, guadagnano soldi e li investono.

E di lì potrebbe uscire un candidato alla vicepresidenza. Si parla di un imprenditore di Santa Cruz...

C'è un'opinione generalizzata dentro il Mas che l'accoppiata deve essere una combinazione fra l'oriente e l'occidente. Non si è discusso se debba essere un imprenditore, un agro-pecuario, un intellettuale, una donna. Questo lo discuteremo nell'assemblea nazionale di fine mese. Io sono certo che a Santa Cruz non ci sia solo gente che picchia i campesinos e i militanti del Mas. Santa Cruz è un dipartimento d'incontro di culture e di popoli. Là ci sono quechua, aymara, guaraní, chiquitano e anche immigrati balcanici o arabi come i Matkovic e i Dabdoub.

Santa Cruz, che è considerata una roccaforte del separatismo dei «bianchi» orientali, è sotto assedio del Mas?

Il Mas sta guadagnando terreno... è impressionante: le aggressioni contro il Mas, contro di me hanno creato un enorme ondata di solidarietà. C'è una specie di potere petro-terrateniente, un'alleanza fra le trans-nazionali e i terratenientes per frenare i progressi nella costruzione di un soggetto politico che si pone l'obiettivo della uguaglianza e della giustizia a Santa Cruz, e che sta crescendo. Per questo dico che a Santa Cruz ci saranno sorprese.

Ci sono settori imprenditoriali e civici cruceños che temono che l'assemblea costituente si trasformi in un'assemblea popolare dove si consumi la vendetta degli indigeni...

E' ovvio che percepisco questa paura. Ma qui non si tratta di vendicarsi né di sottomettere nessuno, il dato di fondo è che dovremmo riconoscere l'unità nella diversità. Se a Santa Cruz ci sono degli immigrati croati che sono nati in Bolivia, sono boliviani e con gli stessi diritti e doveri di qualsiasi quechua,aymara, guaraní o chiquitano. Il gran problema è che specialmente a Santa Cruz esiste una mafia política che non vuole mollare la greppia né smettere di vivere sulle spalle dello Stato. Per fortuna sono pochi.

Così come risulta l'anti-progetto della legge che convoca la costituente, potrebbe far pensare a una maggioranza indigena...

Noi presenteremo un altro progetto di legge che garantisca davvero una presenza del 60-70% di quechua, aymara y guaraní nell'assemblea.

Le nuove pressioni dell'ambasciata degli Stati uniti rispetto alla coca cercano di radicalizzare il Mas per poterlo isolare meglio?

Questo è il piano dell'ambasciata che cerca in tutti i modi di cocalizzare il Mas e me. Ma dev'essere chiaro che se la lotta contro il narco-traffico deve andare avanti, questo non si può confondere con lo sradicamento. Bisogna organizzare l'industrializzazione della foglia di coca - non per farne cocaina evidentemente - e non solo del gas e del petrolio.

Nelle elezioni del 2002, il vero capo della campagna elettorale fu l'ambasciatore nord-americano Manuel Rocha. Questa volta chi sarà?

Bah, c'è la Condoleezza che dice che «non permetteremo nessun altro Chavez in America latina» e che è entrata in campagna contro di me.

Che c'è di vero nella «partecipazione» di Chávez alle vicende politiche della Bolivia, denunciata dagli ex presidenti Jorge Quiroga y Gonzalo Sánchez de Lozada?

I governi possono esprimere opinioni, nel rispetto della democrazia, la coscienza del popolo e la costituzione dello Stato. Nel gennaio 2003 Fidel ci diceva: «Non fate quello che ho fatto io», ossia «Non fate levantamientos armati, fate quel che sta facendo Chávez».

Com'è la sua relazione personale con Hugo Chávez?

Eccellente, sia con Chávez sia con Fidel..

E come vede Chávez la Bolivia?

Nutre molte speranze e, come ha detto pubblicamente, sogna che un giorno gli indios possano governare questo paese, perché sono la maggioranza nazionale. Le accuse che arrivano sono parte di una campagna di intossicazione. Come quella che Chávez mi ha dato un milione di dollari per cacciare Sánchez de Lozada, o l'altra su quel tale George Soros, un ungherese che io non so neanche chi sia e che un deputato di qui dice che mi sta finanziando.

Lei vede Fidel come un maestro?

In effetti Fidel è un maestro... una volta abbiamo cominciato a cenare e alla quattro di mattina stava ancora parlando.

L'ha invitato qualche volta a masticare coca?

No, però conosce bene il tema. Lui pensa che si debba industrializzare la foglia di coca.

Lei il primo maggio era all'Avana, cos'ha provato? Si era mai immaginato di trovarsi un giorno al fianco di Fidel?

Non avrei mai sognato di trovarmi lì. E' stata una soddisfazione che mi impegna ancor di più nella lotta per l'uguaglianza e la giustizia, contro l'imperialismo. Però quel giorno ho reclamato con Fidel perché non aveva fatto parlare anche me. «Sei ancora piccolo», mi ha risposto.

Sarà Evo Morales che la prossima volta darà la parola a Fidel qui a La Paz?

Questo dipenderà dal popolo, non da Evo Morales (e ride).

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