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Ladroni cileni

17 agosto 2005 - Luis Sepulveda
Fonte: Il Manifesto


Mentre Lucía Hiriart, la moglie del dittatore era detenuta nell'ospedale militare di Santiago, e il figlio maggiore della più grande coppia di ladri del Cile entrava nel carcere dei «Capuchinos», un luogo di reclusione confortevole per i ladri coi guanti bianchi, noi cileni venivamo a sapere di un altro conto corrente -il trentesimo- questa volta a Miami con un saldo di un milione di dollari. Ogni volta che Pinochet deve affrontare la possibilità di essere giudicato, gli viene subito uno svenimento, un piccolo infarto nel suo cervello da delinquente e finisce per essere drammaticamente ricoverato nell'ospedale militare. Sua moglie ha fatto lo stesso, non appena ha saputo che sarebbe stata accusata di complicità nel furto multimilionario di denaro del fisco, di corruzione, di traffico di armi, di usurpazione di beni dello stato e di proprietà delle vittime della dittatura, è venuto anche a lei uno svenimento ed è stata drammaticamente informata della sua detenzione nell'ospedale militare di Santiago, un ospedale di élite al servizio esclusivo dell'esercito cileno, di quella classe parassitaria che, sebbene siano passati quindici anni dalla fine ufficiale della dittatura, continua ad essere uno stato all'interno dello stato.

I difensori del «neoliberismo», con elementi come Mario Vargas Llosa alla testa del gruppo di intellettuali organici del liberismo più disumano, hanno sempre insistito sul fatto che il Cile, durante la dittatura di Pinochet, era diventato un Paese dove l'individualismo imperante permetteva di progredire, guadagnare molto, moltissimo denaro, e che il modello economico imposto col sangue e il terrore era il futuro, l'unico futuro possibile, cioè che un modo di arricchirsi come quello messo in atto dal clan di Pinochet era il futuro, l'unico futuro possibile. Adesso stranamente non dicono nulla. Questi intellettuali organici del neoliberismo non si sono mai preoccupati di altri imprenditori, pure neoliberisti, come i ladri cileni di serie B. Il tipico ladro cileno è qualcuno che «investe» tempo e denaro nella preparazione di un furto, per esempio nella succursale di una banca. Deve comprare un paio di pistole al mercato nero, di solito in mano a ex militari in congedo, deve procurarsi una macchina rubata, di solito tramite un'agenzia gestita da ex agenti della CNI, la polizia politica della dittatura, e deve corrompere una guardia giurata della banca che vuole svaligiare, che di solito è un ex militare in congedo. Si tratta, in definitiva, di un «investimento rischioso», dato che il ladro ignora quanto denaro ci sarà nella banca, e se il risultato compenserà l'investimento.
Questi ladri sono oggi estremamente depressi, tristi, delusi dal modello economico cileno, posto che loro ci credevano fermamente nella «competitività del neoliberismo», nella quale solo i migliori, cioè coloro che più avessero investito, avrebbero ottenuto i benefici maggiori. Adesso sanno che la moglie di Pinochet ha svaligiato l'organizzazione dei centri delle madri (CEMA), senza dover fare alcun investimento rischioso. Agiva nel modo seguente: suo marito ordinava di uccidere qualcuno, normalmente di sinistra, che avesse una grande proprietà, dove si potesse costruire. Quella proprietà diventava, per alcuni giorni, un bene dello stato cileno, ma poi veniva regalata al CEMA, organizzazione che amministrava Lucía Hiriart de Pinochet. Questa ladra veterana come una vecchia gazza, ordinava che architetti dell'esercito, pagati da tutti i cileni, facessero un progetto di cento e più abitazioni, che venivano costruite da battaglioni di soldati, con mattoni, cemento e vetri dell'esercito cileno, cioè non comprava nemmeno un chiodo, lo pagava tutto lo stato cileno. Poi vendeva le case, che venivano consegnate persino con cucina, frigorifero e mobili comprati dall'esercito cileno, e il denaro della vendita si perdeva nei suoi conti correnti di Miami, di Gibilterra, della Svizzera o delle isole Caimán.

Questa -dicono i ladri e gli imbroglioni cileni- è concorrenza sleale, questa è una violazione della libera concorrenza, e non c'è modo di spiegargli che è proprio questa la spina dorsale dell'economia liberista del mercato, il furto commesso senza il minimo pudore, che si chiama privatizzazione delle imprese nazionali, la ruberia impune che si chiama «libertà di movimento per il capitale». Tutto ciò che va contro gli abitanti di un Paese, e che viene fatto senza un briciolo di etica è la norma proposta dagli ideologi e dai difensori del darwinismo economico chiamato neoliberismo.

È urgente curare, coccolare, psicanalizzare i ladri cileni, salvarli dalla depressione e dall'abulia. Senza ladri non c'è né polizia, né giudici, né carnefici. I ladri cileni sono modesti, non si fanno fare la chirurgia estetica nelle cliniche svizzere, non cambiano le leggi per proteggersi, e la famiglia Pinochet e i militari cileni fanno dei nostri simpatici ladri una specie in via di estinzione.

Che ne sarà dei nostri scrittori di romanzi polizieschi senza ladri cileni? I nostri ladri perdono l'appetito, si allontanano dai caldi bordelli, smettono di comprare bracciali d'oro, orologi rolex, e ogni volta che vengono a sapere di un nuovo conto corrente internazionale attribuito al clan dei Pinochet, diventano più tristi, malinconici, taciturni, e così li si vede dar da mangiare ai piccioni nei parchi.

Mostriamoci solidali con i ladri tradizionali del Cile, chiediamo che tutto il patrimonio del clan dei Pinochet sia espropriato e restituito ai suoi legittimi proprietari: noi cileni.

Così i nostri ladri torneranno a sentirsi necessari, beneamati, e si metteranno di nuovo le loro maschere, i loro guanti di velluto, le loro scarpe silenziose, e torneranno a rubare come si deve in un Paese civilizzato.

Note:

trad. Marcella Trambaioli

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