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Brasile: dal sogno ai cambiamenti possibili

Il governo del presidente Luiz Inácio Lula da Silva può finalmente tirare un sospiro di sollievo con l’elezione di un alleato alla presidenza della Camera dei Deputati, Aldo Rabelo, del Partito Comunista del Brasile (PC do B).
6 ottobre 2005 - Valdemar Menezes (Giornalista e analista político.)
Fonte: Adital

E’ la prima vittoria di un certo peso del governo negli ultimi sette mesi, da quando il Partito dei Lavoratori (PT) ha perso questa carica a favore di un rappresentante delle forze più fisiologiche del Parlamento.

A partire da quella sconfitta il governo è stato alvo di un tentativo di scacco-matto articolato dalle forze più rappresentative dell’establishment, configurato, da un lato, dal blocco neoliberale che ha governato il Paese con Fernando Henrique Cardoso (erano: il Partito della Social Democrazia Brasiliana, PSDB, il Partito del Fronte Liberale, PFL, parte del Partito del Movimento Democratico Brasiliano, PMDB, seguiti da gruppi di centro sinistra e laburisti, come il Partito Democratico Laburista, PDT e Partito Popolare Socialista, PPS e altri aggruppamenti minori) e dall’altro lato, dai grandi mass media e da segmenti imprenditoriali più legati al capitale internazionale.

Si deve sottolineare che il principale partito della base del governo, il Partito dei Lavoratori, PT, in quel momento, era già scosso da una guerra sotterranea tra correnti politiche interne, che si è manifestata nelle due candidature concorrenti alla presidenza della Camera dei Deputati. La confusione creatasi nella base alleata fu sufficente per aprire il cammino alle forze avversarie che hanno eletto il deputato Severino Cavalcante che, nonostante fosse di un partito alleato al governo, il Partito Progressista (PP), non era persona interessata al governo e rappresentava le forze più retrograde del Parlamento. Tanto è vero che, due settimane fa, è stato obbligato a rinunciare dopo essere stato colto in flagrante in un caso primario di corruzione.

L’elezione di Severino Cavalcante aveva esposto ancor di più la fragilità della composizione politica che appoggia il governo del presidente Lula (**). Una composizione, fin dall’inizio del governo, eterogenea che unisce nella stessa alleanza forze ideologiche opposte, cucita sulla base di un pragmatismo temerario, con lo scopo di costruire una maggioranza minima capace di garantire la governabilità. Il suo programma di governo è stato una doccia fredda sulle aspirazioni immediatiste della base d’appoggio tradizionale del PT, già angustiata dall’alleanza elettorale firmata tra PT e PL (Partito Liberale, di centro-destra). Tale alleanza ha causato brividi nelle forze di sinistra in generale quando fu diffusa nella “Lettera ai Brasiliani”, proprio alla vigilia del secondo turno delle elezioni presidenziali, che, poi, hanno dato la vittoria a Lula. Nel documento, Lula non lasciava dubbi sulle sue intenzioni di rispettare gli accordi firmati dal governo neoliberale di Fernando Henrique Cardoso con i centri finanziari internazionali e il suo ripudio a qualsiasi tipo di rottura.

SCONTRO CON LA REALTÀ

Questa svolta – che si supponeva tattica – ha preso di sorpresa gli elettori del PT. Questa linea política bem moderata aveva cominciato quando, dopo tre sconfitte elettorali successive nella corsa alla Presidenza della Repubblica (la prima nell’89), l’ex-sindacalista Luiz Inácio Lula da Silva ha deciso che avrebbe partecipato ancora una volta solo “se fosse per vincere”. La lettura di questa frase era inequivoca: il PT rischiava tutte le sue carte nella via elettorale e nel gioco parlamentare ed era disposto a fare tutte le concessioni e le accomodazioni necessarie per rendere possibile la vittoria, incluso minimizzare i punti piú polemici che avevano causato il suo rigetto previo da parte dello establishment, nelle elezioni anteriori.

Per questo, il terreno fu preparato internamente mettendo a tacere le correnti di sinistra per opera del detto Campo Maggioritario, ala moderata del PT, nel 1995. A partire da questo momento tutto è stato modellato sulla strategia scelta. Le alleanze politiche che fino ad allora si restringevano al campo ideologico di sinistra, sono state ampliate in modo da abbracciare il centro-destra e, più tardi, segmenti ancora più conservatori. Le campagne elettorali sono diventate più professionali e pian piano hanno smesso di basarsi unicamente sulla mobilizzazione della militanza; si è cercato l’appoggio economico delle fonti tradizionali di finanziamento che sempre hanno irrigato i partiti convenzionali; allo stesso tempo il marketing elettorale ha preso il sopravvento, al lato di comizi spettacolari con artisti egregiamente pagati.

Naturalmente, non si trattava di un cambiamento arbitrario: il presupposto è che c’era stata una reversione fondamentale nella correlazione di forze mondiali, con l’implosione del blocco socialista e la nascita di un mondo uni-polare, comandato di forma schiacciante dal capitale finanziario e dalla nazione più poderosa del pianeta. Se non c’era più la retroguardia anteriore del blocco sovietico per dare respiro a quelli che fossero spinti in un vicolo cieco dal sistema imperialista, molto meno c’era un margine di manovra nel campo interno, dopo che i governi di Fernando Collor de Melo e Fernando Henrique Cardoso avevano legato il Paese al sistema finanziario mondiale, privatizzando le imprese statali e operando una apertura commerciale sfrenata e senza criteri. A sua volta, la rivoluzione tecnologica trasformava il sapere nel principale strumento di produzione di ricchezze, rendendo superati i riferimenti dell’industrialismo nella formattazione delle relazioni di classe e delle relazioni di produzione.

Il Brasile ereditato da Lula, l’1 gennaio del 2003, non era più quello di 1989 che proporzionava allo Stato brasiliano un certo margine di decisione, basato in una serie di strumenti, dentro i quali l’economia non era ancora presa all’amarra della globalizzazione finanziaria e commerciale. In questo modo, come giustificavano i suoi coordinatori, la strategia per raggiungere il potere non poteva più usare la stessa tattica utilizzata quando ancora esistevano gli antichi elementi di autonomia pré-globalizzazione. Non c’era più spazio per rotture, e nemmeno per articolare una lotta basata sulle antiche forze sociali che davano sostento all’industrialismo. La controversia intorno a questa decisione é quella che dará il tono a tutta la discussione sul governo Lula.
E’ quello che vedremo nei prossimi articoli.

Note:

(**) il PT aveva eletto nel 2002, 91 deputati (su 503 que formano il Parlamento). Adesso é rimasto con 83.
I partiti di sinistra avevano, nel gennaio 2003, 120 voti in tutto. Perció il PT ha dovuto fare alleanza con partiti di centro (alcuni con una composizione chiara di centro-destra). Attualmente la coalizione governativa ha 352 voti, contro 161 dell’opposizione. I partiti del governo peró sono di una composizione molto instabile e il Governo deve quasi cercare di formare una maggioranza ad ogni votazione.

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