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Colombia: Uribe legalizza gli assassini

Migliaia di paramilitari reclutati dalla polizia «per restaurare l'ordine che hanno sconvolto»
12 ottobre 2005 - Guido Piccoli
Fonte: Il Manifesto


Da anni Alba Nidia Gallego non poteva vedere e tanto meno mangiare la carne. Esattamente da quando, nel settembre 1999, aveva assistito nei dintorni di Tuluá al massacro con machete e motoseghe di alcuni suoi compaesani accusati di collaborare con la guerriglia. Alla donna non bastarono gli anti-depressivi per dimenticare quell'orgia di sangue. Quando, nell'aprile scorso, vide girare in paese degli uomini col passamontagna fu presa dal panico e decise di farla finita. Inghiottì un topicida, si cosparse di benzina e si diede fuoco. Di persone come Alba Nidia in Colombia ce ne sono migliaia. Traumatizzate da una guerra che non rispetta nessuna regola e non distingue tra combattenti e non combattenti. Responsabile politico di questo imbarbarimento è il presidente Alvaro Uribe con il suo progetto di coinvolgere la popolazione nel conflitto attraverso l'arruolamento di milioni di persone come informatori o «soldati contadini». Reclutando prima di tutto i macellai paramilitari. L'ultima notizia al riguardo è l'assunzione nella polizia di duemila membri delle Auc. «Devono collaborare attivamente a restaurare l'ordine che hanno sconvolto» ha sostenuto Luis Carlos Restrepo, il regista della legalizzazione paramilitare di Uribe, garantendo che nessuno di loro si è macchiato di delitti atroci. Ma, per le improvvisate modalità della cosiddetta «smobilitazione», conta solo la parola dei paras.

Migliaia di paramilitari, ma anche delinquenti o semplici disoccupati si stanno riciclando nella società come vigilantes, guide, informatori o trovano posto nelle stesse imprese nazionali e multinazionali che difendevano col terrore. «Adesso si sono trasformati in rappresentanti delle imprese petrolifere, della palma africana o del legname» dicono alla diocesi di Quibdò. Entro la fine dell'anno saranno ventimila i paramilitari smobilitati, veri o presunti,: un rompicapo per lo stato che deve trovare i soldi per mantenerli, ma soprattutto un incubo per buona parte dei colombiani che continueranno a stare alla mercé di assassini, legittimati e impuniti. «Assassini» perché le Auc non possono essere definite un «gruppo combattente» avendo sempre lasciato all'esercito il compito di scontrarsi con la guerriglia. Loro unico compito è stato l'eliminazione degli oppositori sociali e politici e questo è il ruolo assegnato loro nella divisione dei compiti degli strateghi militari colombiani che vuole, a grandi linee, la polizia controllare il centro delle città, l'esercito tenere a bada la guerriglia nelle campagne e i paramilitari dominare col terrore le periferie miserabili. Un progetto già realizzato in varie città colombiane con la conquista da parte dei paras, ad esempio, di Ciudad Bolívar a Bogotà, delle Comunas a Medellín e di Agua Blanca a Cali. Dove vivono vari milioni di persone (in gran parte sfollati dalla violenza) e dov'è stata stroncata qualunque presenza di organizzazioni comunitarie antagoniste grazie all'azione di militari, poliziotti e paramilitari e altri strumenti: offerta di danaro ai leader popolari, arruolamento di bande locali, sparizioni, omicidi selettivi e massacri indiscriminati per generare una richiesta d'ordine.

Alla fine di questa guerra silenziosa e crudele, ignorata dagli organi d'informazione, regna un deserto che è disonesto chiamare pace. Medellín è l'esempio del «nuovo corso» portato non solo dai giornali colombiani, ma anche da molti media italiani (grazie al «marketing politico» attuato pagando il viaggio ad un gruppo di giornalisti in occasione della Fiera della moda ad agosto). Se la città non è più quella di Escobar, quando si contavano fino a seimila morti all'anno, dipende dalla vittoria congiunta delle forze dello stato e del parastato. Un dominio incontrastato come quello nella zona dove, fino a tre anni fa, si svolgeva il negoziato tra il governo e i ribelli. Nella «repubblica del Caguan» comandava Tirofijo. Nella Medellín di oggi don Berna, al secolo Diego Fernando Murillo. «A Medellin i paramilitari continuano ad agire come forza militare, uccidendo e minacciando i difensori dei diritti umani e gli attivisti comunitari, realizzando il reclutamento forzato, agendo insieme alle forze dell'ordine e controllando molte zone della città» sostiene il rapporto di Amnesty International reso noto a Londra alla fine di agosto. Denuncia che ha provocato reazioni furiose da parte governativa.

Nonostante l'allarme sulla «paramilitarizzazione del paese» lanciato nell'ottobre scorso da vari giornali, come El Tiempo, e da alcuni settori della stessa oligarchia (che si rende conto di avere facilitato la crescita di un mostro incontrollabile) nessuno sembra in grado di fermare l'avanzata dei paras nella società e nei posti del potere nazionale e locale. O sembra volerlo. Quando, ad esempio, ha sostenuto Uribe, lo stesso El Tiempo ha optato per la sua democrazia autoritaria, che non può fare a meno dei killer che erano l'incubo di Alba Nidia.

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