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    Mar del Plata: l’America Latina non è più il cortile di casa

    6 novembre 2005 - Gennaro Carotenuto ( http://www.gennarocarotenuto.it )

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    Il vertice di Mar del Plata, che ha riunito 33 capi di stato del continente americano meno uno, Fidel Castro, non invitato per imposizione di uno degli ospiti, si è concluso con il più pieno fallimento del progetto di unione neoliberale del continente americano, l’ALCA (Area di Libero Commercio delle Americhe). Non solo: si è concluso con l'ennesima dimostrazione che almeno l’America Latina atlantica, quella che si riconosce nel Mercosur e che comprende i due giganti, Argentina e Brasile, più il Venezuela, più Cuba, non risponde più al volere della Casa Bianca, quello che per decenni si è chiamato "Washington Consensus".
    di Gennaro Carotenuto

    Va fatta subito chiarezza su di un punto: tra i 33 convitati dall’anfitrione argentino Nestor Kirchner, il meno liberale di tutti era proprio lo statunitense George W. Bush. Questi ha provato per l’ennesima volta ad imporre un trattato di libero commercio, l’ALCA, che liberale lo è solo a senso unico.

    I paesi dell’America Latina, nell’ultimo quarto di secolo, prostrati da debito estero e dittature militari filostatunitensi, hanno già concesso tutto il concedibile. Le loro economie sono già aperte e privatizzate e sono da decenni terreno di caccia delle multinazionali straniere. I rapporti di produzione e sindacali sono regrediti ad un medioevo selvaggio che ha moltiplicato il numero dei poveri e degli indigenti. Sono dati sotto gli occhi di tutti. Nonostante ciò per l’America Latina tante concessioni sarebbero giustificate in cambio dell’apertura dell’enorme mercato statunitense per i propri prodotti.

    Tutti i latinoamericani (Argentina post-default compresa), continuano diligentemente a pagare un debito estero iniquo ed asfissiante. Di nuovo: basta studiare i dati macroeconomici per convincersi dell’inefficienza del neoliberismo che non solo produce miseria, ma anche retrocessioni nello sviluppo visto che i prodotti latinoamericani a maggiore valore aggiunto e tecnologicamente avanzati, sono proprio quelli che soffrono di più. Tutti i latinoamericani hanno già concesso agli Stati Uniti molto oltre il logico, l’utile, l’equo, l’umano. Lo hanno fatto nella speranza di vedere aprirsi almeno una porticina sullo sterminato mercato statunitense per i prodotti latinoamericani. Ma George Bush e i suoi ad aprire non ci pensano per niente. Sacerdoti della fede neoliberale non sono così ingenui da applicarla pedissequamente per loro stessi.

    Così non è Hugo Chávez per estremismo o Nestor Kirchner per freddezza a far saltare il tavolo di un accordo che se fosse minimamente equo porterebbe effettivi benefici anche all’economia latinoamericana. È George Bush a far saltare quel tavolo marcando il proprio stesso fallimento, nella convinzione imperiale che tutto gli sia dovuto e nulla debba concedere in cambio. È George Bush l’estremista. Sono gli altri a dovere eliminare completamente le barriere doganali, ma gli Stati Uniti non sono disposti in cambio a ridurre i loro dazi. Sono gli altri a dovere distruggere e privatizzare ma gli Stati Uniti in cambio non sono disposti a diminuire neanche di un centesimo lo spropositato assistenzialismo con il quale drogano il mercato in settori come l’agricoltura e l’industria. Contadini boliviani che guadagnano 30 dollari al mese producono un grano o un riso o un mais più caro e fuori mercato rispetto agli ultrassistiti omologhi statunitensi che ne guadagnano 3.000. È qui che salta il tavolo. Gli Stati Uniti continuano a pretendere di imporre leggi a paesi stranieri, ma non sono disposti a nulla concedere. Ne ha pagato le spese perfino il Canada, stritolato dall’accordo di libero scambio non meno del Messico. L'ALCA quindi è saltato per l'incapacità culturale degli Stati Uniti di raggiungere un accordo che fosse conveniente per entrambi i contraenti.

    Per George W. Bush quello di Mar del Plata è dunque un fallimento di portata storica, e non importa se la stampa italiana tergiversa sull'appoggio degli ascari Fox o Uribe, messicano e colombiano rispettivamente. Fallisce per la prima volta la strategia imperiale dell’imposizione. La dura realtà per Bush non sta solo nel disprezzo unanime della società civile mondiale manifestatosi con rigogliosa bellezza anche a Mar del Plata. La dura realtà per Bush è che oggi ci sono in America molti dirigenti politici che non sono disposti a firmare qualunque cosa in cambio dell’opportunità di una foto con l’inquilino della Casa Bianca e qualche piatto di lenticchie sotto forma di tangenti.

    Oggi in America Latina non c’è più un isolato idealista facilmente isolabile o assassinabile. Oggi ci sono molti dirigenti latinoamericanisti e progressisti che hanno ben chiaro non soltanto il mandato popolare ma anche il concetto d’interesse nazionale. Oggi per la prima volta si profilano nel continente dei solidi portatori di interesse –stakeholders direbbero gli anglofili- che possono far valere la non convergenza di questi rispetto a quelli della potenza imperiale. Questi portatori di interesse coincidono almeno in parte con la società civile, i movimenti sociali, e le classi popolari.

    Non è credibile che George W. torni a quel tavolo domani con la testa cosparsa di cenere. Ma qualcuno dovrà farlo per lui e accettare di trattare da pari a pari almeno con il blocco regionale del Mercosur che con il Venezuela ed una Cuba mai così poco isolata, insieme valgono i due terzi dell’economia latinoamericana. Oppure Washington (come fa da 200 anni) sceglierà ancora una volta la via dell’abuso, degli omicidi mirati, della delegittimazione, del gioco sporco, delle invasioni militari, del compromesso con le aristocrazie sulle quali si sono appoggiati per imporre al continente le dittature militari che sono costate quasi un milione di morti. È un cammino che diventa difficile, come il fallimento del colpo di stato dell’11 aprile 2002 a Caracas ha dimostrato. Nonostante tale evidenza, a Washington qualcuno sta organizzando non soltanto gli omicidi di Fidel Castro o di Hugo Chávez, ma anche quelli di Kirchner, Lula e perfino di Tabaré Vázquez o Nicanor Duarte se fosse necessario. Allo stesso modo è nel mirino da sempre Evo Morales, che il quattro dicembre, se non lo ammazzeranno e non ci saranno brogli, diventerà il primo presidente socialista e non bianco della storia della Bolivia, e il messicano López Obrador, solido candidato delle sinistre nelle elezioni del prossimo anno.

    Di fronte a un trionfo così importante sulla strada della costruzione dell’Unità Latinoamericana –che o sarà antiimperialista o non sarà- passa in secondo piano perfino la straordinaria mobilitazione popolare del controvertice. Gli europei accettano con difficoltà di non avere il monopolio della coscienza politica nel pianeta. Ma forse la primavera di Mar del Plata segna davvero un passaggio di consegne. Come afferma da sempre Hugo Chávez, non può non essere il Sud del mondo a prendere per mano il pianeta nel cammino verso la liberazione. E il Sud, per prendere in mano il proprio destino, rifiuta l’ALCA e cammina verso l’ALBA (Alternativa Bolivariana per le Americhe), il primo accordo che si basa sulla solidarietà e la cooperazione e non sulla competizione sleale e i patti leonini.

    La grande stampa italiana si è distinta come sempre per disinformazione, occultando il valore della sconfitta storica statunitense scegliendo l’aspetto da questa considerato folcloristico della presenza di Diego Armando Maradona. Quotidiani come la Repubblica vi si accaniscono. Per l’ineffabile Omero Ciai, che normalmente scrive di America Latina dalla sua casa di Miami, Maradona avrebbe grugnito ripetutamente solo due parole: “assassino”, “monnezza”, quest’ultima chissà perché in napoletano e non in castigliano. Per fortuna via Internet sono disponibili le registrazioni degli interventi di Maradona a smentire la pessima stampa fintoprogressista italiana.

    Questa, come non ha perdonato a Maradona di aver rotto il monopolio storico del Nord nel calcio, vincendo da uomo del Sud con la maglia del Napoli, così non gli ha perdonato di essere sopravvissuto al pozzo della droga nella quale aveva contribuito a gettarlo. Cocainome, gravemente obeso, plurinfartuato, Maradona doveva morire ma è stato salvato dalla medicina cubana, altra colpa imperdonabile.

    Non solo non è morto il ragazzo di Villa Fiorito, una delle più tristi Villa Miseria del Gran Buenos Aires, ma è uscito fuori dal tunnel, è rinato ed è cosciente di sé e del suo posto nel mondo come uomo e come latinoamericano. La sua militanza politica lo testimonia. Come non perdona Maradona, così la stampa italiana continua a non perdonare Hugo Chávez. E qui dovrebbero essere i lettori italiani a non perdonare una stampa che da sette anni rifiuta di spiegare ai propri lettori la realtà venezuelana per rifugiarsi nel dileggio e nell’offesa verso quello che è oramai un grande dirigente popolare e mondiale.

    Quest’informazione indecente non spiega e non perdona Chávez, perché non vuole spiegare né perdonare questo universo latinoamericano, contadino, operaio, indigeno, cittadino, che viene da lontano e si organizza pacificamente come un esercito di formiche, e che non sussurra più ma oramai grida consegne sulle quali l’Europa sorride sprezzante senza mai capire. Consegne come Unità Latinoamericana e Socialismo.

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