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Brasile: lo sviluppo insostenibile

l`ampliamento del gasdotto con la Bolivia ad opera della Petrobras rischia di portare al collasso il paese andino
13 dicembre 2005 - Silvia Zingaropoli
Fonte: Musilbrasil

Sebbene le imprese petrolifere dicano il contrario, uno studio realizzato dall’Agenzia nazionale del petrolio (Anp) ha determinato che nel 2008 le risorse di gas del Brasile saranno insufficienti. Secondo questa indagine si renderebbe quindi necessario un ampliamento della capacità di trasporto del gasdotto Bolivia-Brasile, il cosiddetto «Gasbol». Gli studi mostrano una riduzione dell’offerta del gas naturale e evidenziano che la decisione debba essere presa oggi affinché l’espansione sia pronta entro tre o quattro anni, ha dichiarato l’italianissimo sovrintendente ai Trasporti del gas dell’Anp, José Cesario Cecchi.

Nell’ultimo decennio lo scambio commerciale tra Brasile e Bolivia (basato essenzialmente sull’esportazione di 23 milioni di metri cubi di gas al giorno) è quadruplicato, crescendo dai 370 milioni di dollari del 1994 ai 1.300 di oggi.
Il presidente Lula con un gruppo di operai della Petrobras
Grazie al «Piano strategico» di Petrobras (azienda statale brasiliana per il petrolio che detiene il 51 per cento della Tbg - Transportadora brasileira gasoducto Bolivia-Brasil), l’ampliamento delle condutture porterebbe al Brasile almeno 4 milioni di metri cubi di gas in più. E, naturalmente, 4 milioni di metri cubi gas in meno alla Bolivia.

Per capire cosa comportino queste nuove concessioni per il paese più povero dell’America latina basta percorrere le strade di El Alto, città situata nell`hinterland della capitale La Paz. Da mesi le principali arterie del paese sono periodicamente bloccate da gruppi di manifestanti che deviano il traffico, sbarrando la strada con bombole di gas. A volte organizzati in modo spontaneo, a volte coordinati dal municipio, i bloqueos tornano ogni qualvolta si esauriscono le scorte di gas della città. E ultimamente questa situazione si ripete sempre più spesso. Il governo ha sottoscritto nuove concessioni di gas al Perù, ci spiega una donna avvolta nel suo poncho, mentre in città le scorte sono esaurite da giorni. Gli idrocarburi boliviani sono svenduti all’estero e il paese fatica a soddisfare la richiesta interna. La percentuale dei guadagni destinati allo Stato è talmente esigua che è possibile parlare di vero e proprio «saccheggio».

L’annosa questione degli idrocarburi è uno dei principali motivi di instabilità politica del paese più povero dell’America Latina, dove il 60% della popolazione vive – o sopravvive – con meno di un dollaro al giorno: due anni fa, nel settembre del 2003, fu causa di una delle più sanguinose rivolte popolari che la storia della Bolivia ricordi. Tutto ebbe inizio il giorno in cui, l’allora presidente Gonzalo Sánchez de Lozada - attualmente rifugiato a Miami sotto la protezione del governo statunitense - decise vendere il gas di Tarija al Cile.
Mappa dei gasdotti nel sud del Brasile
e. In pochi giorni fu il caos: il popolo boliviano si riversò per le strade manifestando contro la decisione del governo e il paese venne paralizzato da disordini, scioperi della fame, manifestazioni e bloqueos. Fu allora che il presidente dispose la militarizzazione di El Alto. I soldati entrarono nella città a bordo di camion e cisterne sparando indiscriminatamente sulla folla inerme. Fu l’inizio del grande massacro dell’autunno del 2003, nel corso del quale più di 80 persone persero la vita.

Dal tempo della cosiddetta «guerra del gas» – per lo più sconosciuta agli europei – la Bolivia non ha più trovato un solo giorno di tranquillità istituzionale. Pochi mesi fa il presidente Carlos Mesa, non essendo in grado di risolvere il problema, ha rassegnato le dimissioni spinto dalle pressioni popolari. Oggi la legge sugli idrocarburi è stata modificata, tuttavia la misura non è ancora sufficiente. Sono state infatti introdotte alcune varianti nei contratti con le multinazionali, ma si tratta di aumenti irrisori delle imposte. La Petrobras si è impegnata a rispettare queste nuove norme: quella brasiliana è l’unica, tra le multinazionali presenti sul territorio boliviano, che abbia accettato di negoziare con il governo per il rispetto della nuova legge. Le altre cinque hanno preferito ricorrere ad accordi bilaterali per evitare l’aumento delle imposte e la modifica dei contratti.

Per il momento il governo provvisorio di Eduardo Rodríguez ha annunciato che non tollererà pressioni di alcun tipo: sarà compito del nuovo esecutivo dirimere la delicata questione. L’Onu, manifestando preoccupazione per le tensioni degli ultimi giorni, ha inviato un proprio emissario per monitorare il corretto svolgimento delle elezioni previste il 18 dicembre che vedono come favorito il candidato del Mas, Evo Morales, con il 33 per cento delle preferenze. Se così fosse, sarebbe il primo presidente indigeno della storia del paese.
Posa di una tratta del Gasbol
E le multinazionali non avrebbero vita facile, dato che Morales nasce da quegli stessi movimenti sociali che portarono nel 2000 alla cacciata della statunitense Bechtel Enterprises, colpevole di avere acquistato le risorse idriche di Cochabamba innalzando le tariffe dell’80 per cento.

Costituita nel 1954, Petrobras è azienda leader del settore, operante in 15 paesi su tre continenti. Con una produzione di circa 1,8 milioni di barili al giorno, la multinazionale brasiliana rientra tra i primi 15 colossi petroliferi al mondo. Dopo avere colonizzato gran parte dell’America latina con stabilimenti in Argentina, Bolivia ed Ecuador, recentemente la direzione ha comunicato di avere acquistato dalla concorrente Shell ben 150 stazioni di servizio in Colombia e altre 90 in Uruguay. Sono inoltre in corso le trattative per la cessione del 51 per cento della Gaseba Uruguay (per un valore stimato in 12,8 milioni di dollari) da parte del colosso energetico francese Gaz de France alla multinazionale brasiliana.

Petrobras ha inoltre aderito alla Corporazione nazionale del petrolio della Libia, un accordo di concessione che prevede la possibilità di cercare nuovi giacimenti e pompare petrolio nel Paese nordafricano. Dopo 11 anni di assenza, la transnazionale d’oltreoceano torna in Libia grazie alla soppressione delle sanzioni economiche contro il regime libico decisa dalla comunità internazionale. E c’è di più: oggi Petrobras - che detiene grandi interessi anche in ambito europeo - estende le proprie mire verso la nuova frontiera dell’economia, la Cina. Nelle ultime settimane ha infatti stipulato un accordo - stimato intorno a 600 milioni di dollari - con l’impresa statale Sinochem International Oil per l’acquisto di 12 milioni di barili di greggio al giorno.

Nonostante abbia vinto recentemente il premio per «Il marchio più rispettoso nei confronti del consumatore» (categoria Responsabilità sociale e ambientale), l’impresa petrolifera brasiliana sta avendo non pochi problemi dagli ambientalisti di tutto il mondo. In Ecuador da anni gli indigeni della comunità huaorani (ridotti oggi a 20 gruppi e 2.300 persone) conducono una personale battaglia nei confronti di Repsol e Petrobras per impedire l`estrazione petrolifera nel parco nazionale dello Yanuní proclamato dall’Unesco «riserva della Biosfera».

L’operato delle multinazionali ha infatti provocato serie ripercussioni sull’ecosistema della regione. In particolare Petrobras intende installare in questo territorio - oltre alla strada di 30 km prevista dal progetto - due piattaforme petrolifere di 24 pozzi e una stazione centrale, con oleodotti e infrastrutture necessarie. La devastazione di 140 ettari e il controllo su altri 200mila ettari da parte della multinazionale rappresenta una grande minaccia per questa terra e i suoi abitanti, se si considera l’impatto ambientale delle attività petrolifere. Questa situazione ha scatenato le proteste da parte di scienziati e organizzazioni di tutto il mondo, prima fra tutte Amnesty International.

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