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Cile: i conti di Santiago

I numeri del Cile nelle urne presidenziali. Il 41% della ricchezza al 10% della popolazione, un ceto medio sempre più povero. Le grane che avrà l'uomo nuovo - o la donna nuova - al comando del paese ex-modello
14 gennaio 2006 - Andrea Bignami
Fonte: Il Manifesto


La periferia di Santiago non ha più quella bella accozzaglia di colori pastello di un tempo. A farla da padrone ora è il grigio topo. Gli edifici sono quadrati, gli appartamenti uniformi, le scale di sicurezza identiche, come anche le quantità di spazzatura che trovi sul retro di ogni palazzo. È la omogeneità della povertà, l'unico aspetto di egualitarismo che esiste in questo paese. Siamo a Puente Alto, a sud di Santiago, un quartiere che ogni inverno sale agli onori delle cronache per il fatto che in molte case piove dentro. Sembra che in casa ci sia più acqua che fuori, per strada: le pareti bagnate, i letti umidi, le finestre marce e gli angoli delle stanze con il muschio. Non fosse perché qua il natale arriva d'estate, sembrerebbe di essere dentro una grotta del presepe. Pepa vive qua da nove anni. Il suo appartamento, piccolissimo, ma in ordine, non si riempie di acqua d'inverno, però bisogna comunque vivere in due stanzette e un salotto - con giusto due poltrone e un tavolino in mezzo - in 5 persone. Lei e i suoi 4 figli. Pepa si alza alle 5 di mattina per andare a lavorare al quartiere dei ricchi, a Las Condes, nel nord-est di Santiago. Sono quasi 4 ore di viaggio, merito della liberalizzazione dei trasporti. La dittatura, infatti, privatizzò praticamente tutte le attività, trasporti compresi, e così ora Santiago è invasa da migliaia di autobus scalcinati di color giallo canarino, i `micros' come li chiamano qua, che si rincorrono solo sulle direttive più vantaggiose, quelle che partono o vanno verso il centro. Così Pepa è costretta ad arrivare quasi alla Moneda, in centro, per poi prendere un altro micro e arrivare a Las Condes, la periferia ricca. Se Pepa avesse una macchina in un paio d'ore sarebbe al lavoro e invece è costretta a passare 8 ore al giorno in corriera.

Quella dei mezzi di trasporto è forse una delle metafore più calzanti dell'attuale situazione cilena. La liberalizzazione selvaggia ha persino creato lavori assurdi: come quello di chi, per i pochi pesos che qualche conducente può dargli, gli dice a quanti minuti di distanza si trova dal micro che lo precede. Così almeno evita che, essendo troppo vicino, si ritrovi le fermate senza clienti. Gli incidenti, poi, sono all'ordine del giorno visto che per fare qualche soldo in più il codice della strada viene completamente stravolto.

Dal lunedì al venerdì Pepa si fa quasi tutta la città per guadagnare appena 200 mila pesos al mese (316 euro), di cui 33 mila (52 euro) se vanno per il mutuo di casa. Con quel che resta bisogna fare i salti mortali per arrivare alla fine del mese. Pepa non sa niente della crescita del Pil al 5%, delle grandi autostrade e delle milionarie esportazioni di rame. Pepa non c'entra niente con il miracolo economico cileno. Pepa ascolta alla televisione i due candidati alla presidenza, Michelle Bachelet e Sebastian Piñera, ma fa fatica a credere alle loro promesse. Domenica voterà per la socialista Bachelet, anche se 15 anni di governo della stessa coalizione di centro-sinistra non sembrano aver cambiato molto.

Con il suo stipendio, però, non è ritenuta una povera. Secondo le indicazioni dell'Inchiesta Casen del 2003, Pepa appartiene a tutti gli effetti alla classe media cilena, ovviamente medio-bassa, ma pur sempre classe media. Appartiene a quei 11 milioni di cileni che sembrano vivere in un paese diverso da quello che si vanta di essere la miglior economia del Sudamerica. Già, perché sarà anche vero che gli indicatori economici del Cile parlano di una economia florida, ma spesso si dimentica di dare il giusto risalto ad un altro dato. Il Cile, infatti, è il secondo peggior paese sudamericano come distribuzione del reddito. Peggio di lui solo il Brasile. L'undicesimo a livello mondiale.

A Pepa non importa un granché di statistiche e indicatori. Lei sa solo che i soldi non le bastano per condurre una vita decente. Ha lo sguardo rassegnato, un po' come quello di quel 9 milioni di cileni, su una popolazione di 15 milioni, che riceve in media 130 mila pesos al mese (206 euro). Sono gli esclusi dall'abbondanza del famigerato modello economico cileno.

Il 10% della popolazione detiene il 41% della ricchezza. Il consumismo è regola di vita. Santiago è diventata ormai la patria dei centri commerciali. Sorta di vetrina di una vita da sogno che solo in pochi, però, si possono permettere. Così la disperazione si è prende possesso dei cileni che vedono una classe ricca uscire in Mercedes da case di stampo hollywoodiano e svaligiare negozi. Loro, con in mano un panino di McDonald's e una Coca (il cibo americano sta letteralmente spopolando) si deprimono. Le farmacie registrano così un aumento continuo nelle vendite di antidepressivi. I giovani si disinteressano alla politica, i vecchi ricordano con favore i tempi della dittatura.

I due candidati alla presidenza hanno colto il disagio e non si sono lasciati sfuggire l'occasione di parlarne. Pinera, il ricco imprenditore cileno, si mostra come un benefattore ed elargisce regali. Sempre meglio dell'altro candidato di destra, il pinochestista Joaquin Lavin, escluso dal ballottaggio, che organizzava corsi di golf per i bambini poveri. Dall'altra parte, la Bachelet, promette una tassazione maggiormente progressiva e una crescita economica del 7% durante il suo mandato. Gli economisti l'hanno già avvertita che è impossibile. La verità, secondo gli studiosi, è che il problema principale in Cile è quello dell'istruzione.

Pepa è riuscita almeno a far prendere il `quarto medio' (il diploma) a una delle sue figlie e sta cercando di mandare all'università il maggiore, ma farà fatica. Anche l'istruzione è privata in Cile e Pepa, che riesce a pagare i 6 mila pesos (9 euro e mezzo) di retta mensile delle superiori non riesce ad immaginare come pagare i 100 pesos mensili (158 euro) dell'università. Sono la metà del suo stipendio. L'unica possibilità è quella di fare un prestito e ipotecare la vita di suo figlio.

Così solo 1 giovane su 7 del 20% più povero della popolazione cilena riesce ad andare all'università e lo fa grazie soprattutto a borse di studio. Mentre per quel che riguarda il 20% più ricco ben 4 giovani su 5 si laurea. Per non parlare poi della istruzione inferiore, fortemente segmentata per classi sociali. Così i poveri vanno alla scuola pubblica, dove lo stato investe pochissimi soldi e il livello di istruzione è, spesso, talmente basso da inibire qualsiasi velleità universitaria. Considerato poi che per accedere alle migliori università conta il risultato alla PSU (la Prova di Selezione Universitaria). Ovvio che i ricchi, istruiti nei migliori licei privati, raggiungano quasi sempre i migliori risultati.

C'è poi il problema della salute. Il sistema pubblico è migliorato negli anni, ma rimane inadeguato. Nel suo quartiere il dottore della Sapu (la sanità pubblica) riceve un malato ogni 5 minuti. La sanità privata si vanta invece di aver raggiunto i livelli americani. E poi, dulcis in fundo, ci sono le pensioni. Il disastro risale al periodo della dittatura, quando un giovane ministro di Pinochet, José Pinera, fratello del Sebastian candidato, privatizzò completamente il sistema previdenziale. Risultato: milioni e milioni di pesos dei cileni riversati in borsa. Boom del mercato azionario e promesse di pensioni stellari. Ora, quelle pensioni da nababbo, ce le hanno solo i ricchi, quelli che hanno potuto pagare le quote con regolarità. Per gli altri, Pepa compresa, che lavorano praticamente in nero, la vecchiaia riserva solo miseria. Non sappiamo ancora se sarà una donna o un uomo il prossimo presidente del Cile, ma già sappiamo che avrà molto lavoro da fare.

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