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Bolivia: fra l'utopia e la real-politik: l'inizio di Evo


A tre settimane dal suo insediamento alla presidenza della Bolivia, Morales sta muovendo i primi passi. Un governo considerato «duro» e molto innovativo ma con alcuni «nei». Gesti simbolici e decisioni pratiche. I passi decisivi saranno l'assemblea costituente di agosto e come verrà attuata la «nazionalizzazione» degli idrocarburi
19 febbraio 2006 - Pablo Stefanoni
Fonte: Il Manifesto


Le prime tre settimane di governo di Evo Morales sono state piene di gesti simbolici tesi a rafforzare l'idea di «rivoluzione democratica e culturale» con cui la sinistra vuole iniziare il proprio mandato. Ci sono state le tre cerimonie di investitura, inclusa quella indigena a Tiwanako e il «giuramento» davanti al popolo nella piazza degli Eroi. Poi la nomina del governo, considerato «duro» dalla stampa locale. «Il governo raccoglie l'insieme delle domande di cambiamento e di trasformazione della politica boliviana. I nuovi ministri hanno lavorato o stanno lavorando con i movimenti sociali, hanno combattuto contro l'ordine neoliberista», dice il nuovo ministro della presidenza, il sociologo ed ex militare Juan Ramón Quintana. Nello strategico ministero degli idrocarburi è finito il combattivo Andrés Soliz Rada, sostenitore di una nazionalizzazione dura e critico su posizioni ancor più di sinistra del Movimento al Socialismo (Mas) sulla questione energetica. Nel nuovissimo ministero dell'acqua - uno dei temi sensibili in Bolivia - è stato nominato il leader della Federación de las Juntas Vecinales (Fejuve) della città di El Alto, Abel Mamani, che ha guidato, l'anno scorso, le lotte per l'espulsione dell'impresa idrica francese Suez.

Una delle sorprese è stata la designazione di Casimira Rodríguez - dirigente dell'associazione delle lavoratrici domestiche - al ministero di giustizia. «E' la rivendicazione storica di una grande maggioranza di lavoratrici domestiche tradizionalmente emarginate, invisibili alla società, maltrattate ed escluse, trattate molte volte come animali», continua Quintana. Con le nomine dell'ex cocalero Felipe Cáceres come nuovo zar antidroga e dell'intellettuale indigenista David Choquehuanca, alla testa della cancelleria, sono stati dati due segnali. «I diplomatici dovrebbero parlare quechua o aymara», ha detto il nuovo cancelliere, che ha minacciato di chiudere l'Accademia diplomatica perché «escludente».

Nelle sue prime e vertiginose tre settimane di gestione, il presidente Evo Morales ha messo in atto il promesso abbassamento degli stipendi dei funzionari statali - 57% in meno per il presidente, che guadagnerà meno di 2 mila dollari, e 50% per i parlamentari - e ha imposto un ritmo di lavoro marziale: entra a palazzo Quemado alle 5 di mattina e, a volte, prima. Dall'altra parte Morales ha rimosso tutto il vertice militare e ha tagliato le possibilità di carriera a due militari sospettati di aver partecipato all'inopinata consegna di 28 missili cinesi agli Stati Uniti «perché li disattivassero» per paura che cadessero nelle mani di gruppi terroristi; ha anche nominato un attivista di diritti umani, Sacha Llorenti, come ambasciatore a Washington «per riportare in Bolivia Gonzalo Sánchez de Lozada», l'ex presidente neo-liberista chiamato a rispondere per i 60 morti dell'ottobre del 2003, e sta preparando una legge di convocazione dell'Assemblea costituente che garantisca la maggioranza ai movimenti sociali e indigeni per «rifondare» la Bolivia.

La strada per il cambiamento però è irta di ostacoli e per far combaciare utopia e realpolitik il nuovo governo troverà le stesse difficoltà già incontrate da altri governi di sinistra. Inoltre i movimenti sociali e sindacali sono lontani dall'immagine idealizzata con cui a volte si mostrano all'esterno e spesso sono marcati dal corporativismo. Per esempio il nuovo ministro del lavoro Santiago Gàlvez Mamani è un operaio, dirigente della Federación de Fabriles che è a favore del Trattato di libero commercio con gli Stati uniti. Anche se gli stessi lavoratori delle fabbriche hanno organizzato il 23 ottobre scorso una marcia di massa, in alleanza con gli imprenditori tessili, che è arrivata fino alle porte dell'ambasciata statunitense, per protesta contro la firma del Tlc. Molti partecipanti provenivano dalla combattiva città di El Alto. Paradossalmente il governo ha come alleato anti-Tlc un settore dei grandi esportatori di Santa Cruz de la Sierra, soprattutto di soia, e per consolidare l'alleanza si profilano all'orizzonte accordi con il Venezuela e la Libia per esportare soia e zucchero.

La presenza nel governo del milionario «di sinistra» Salvador Ric Riera, figlio di catalani repubblicani esiliati e outsider tra i gruppi di potere dell'autonomista Santa Cruz, starebbe a significare la ricerca di un'alleanza con settori del capitale «nazionale».

Ma c'è anche qualche neo nel nuovo gabinetto: uno dei ministri più discussi è quello della difesa, Walker San Miguel, voluto dal sindaco di La Paz Juan del Granado, che si è messo in mostra come avvocato in varie privatizzazioni e fa parte del direttivo di Lloyd Aereo Boliviano, proprietà dell'imprenditore filomafioso Ernesto Asbún. Per molti uno dei temi che definirà l'indirizzo del governo socialista sarà la vendita all'asta del Mutín - la principale riserva di ferro e manganese della Bolivia - reclamata dai settori imprenditoriali di Santa Cruz e ambita da varie imprese transnazionali. Morales si è impegnato a dare il via libera all'asta ma i settori intransigenti del governo, come il ministro degli idrocarburi, Andrés Soliz Rada, si oppongono, reclamando che prima venga modificato il codice del settore minerario. Si spera anche in una definizione del tipo di «nazionalizzazione» petrolifera a cui darà il via la nuova amministrazione. La realtà è che, oltre il discorso nazionalista del nuovo governo, molti dei suoi progetti dovranno essere finanziati dalla cooperazione internazionale («Nel mio viaggio ho imparato che essere un bravo presidente è fare buoni affari», ha detto Morales al ritorno dal suo tour mondiale). E il «capitalismo andino» proposto dal vicepresidente Álvaro García Linera appare molto simile al «capitalismo nazionale» del vecchio populismo latino-americano. Dopo i simboli verranno le politiche concrete, dove si definirà una volta per tutte il profilo ideologico di questa sinistra sui generis che dovrà convertire la sua legittimità d'origine (54% dei voti) in una legittimità di governo.

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