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"Ci trattano peggio degli animali"

Nicaragua:intervista a Rolando Calero Avilés,ex lavoratore della Coca Cola FEMSA

Avilés ha 28 anni, sposato, due figli. Era Consulente di Vendita della Coca Cola FEMSA e membro attivo del Sindacato Unico dei Lavoratori (SUT). Un incidente sul lavoro ha compromesso molto seriamente la sua colonna vertebrale ed ha dovuto sottomettersi a tre chirurgie. Ora aspetta una quarta operazione. Dopo 18 mesi di malattia l'impresa ha deciso di licenziarlo, violando norme giuridiche nazionali ed internazionali. Ora sta lottando per essere reintegrato in un posto di lavoro che rispetti la sua invalidità parziale permanente, come stabilisce il Codice del Lavoro del Nicaragua. SIREL ha conversato con lui per conoscere la sua storia
3 marzo 2006 - Giorgio Trucchi (© Rel-Uita)

Rolando Calero appare nel recinto di baseball dell'impresa con la sua maglietta rossa che porta il logo della Coca Cola. Arriva per partecipare all'assemblea organizzata dal sindacato dove, tra gli altri punti, si informerà sulle azioni intraprese per la sua reintegrazione nel posto di lavoro che gli è stata negata dall'impresa.

Il dolore di cui ancora soffre lo obbliga a camminare lento. Continua a portare un busto di protezione che lascia intravedere una lunga cicatrice nella parte bassa della sua colonna vertebrale.


- Come è avvenuto l'incidente?
- Lavoravo come Consulente di Vendita. Il 26 agosto del 2004 ho avuto un grave incidente sul lavoro. Sono scivolato mentre salivo su uno dei camion dell'impresa, ho cercato di afferrarmi al tubo di sicurezza che hanno tutti i camion, ma non sono riuscito a raggiungerlo e sono caduto. Ho cercato di afferrarmi alle casse di bibite che era l'unica cosa alla mia portata, ma mi sono cadute addosso e cadendo al suolo sono solo riuscito a coprirmi la faccia. Sono caduto semiseduto e l'impatto è stato diretto con la parte lombare della mia colonna vertebrale. Ho avuto fratture in tre vertebre e anche un'ernia al disco.

- Chi ti ha soccorso dopo l'incidente?
- Mi hanno portato all'ospedale ed ho immediatamente riempito il foglio NAP, un requisito fondamentale quando un lavoratore si infortuna per poter essere garantito dalle leggi della Previdenza Sociale e del Codice del Lavoro. Dopo gli esami mi hanno sottoposto ad un'operazione per estrarre le schegge delle vertebre e mi hanno reciso i dischi danneggiati. Posteriormente, il chirurgo è giunto alla conclusione che c'era bisogno di un'altra operazione poiché il mio dolore persisteva; era incessante, di giorno e di notte. Neanche la seconda operazione ebbe successo ed il 7 dicembre del 2005 dovettero operarmi per la terza volta.

- Durante tutto questo tempo, la Previdenza Sociale ha riconosciuto la tua posizione di ammalato per un incidente lavorativo?
- Totalmente. L'Istituto Nicaraguense di Previdenza Sociale (INSS) ha coperto le spese dell'ospedale e sono rimasto in Malattia, facendo tutti i passi necessari con la Commissione Medica e ricevendo anche la valutazione medica della Commissione dell'INSS. Questa Commissione determinò un'invalidità parziale permanente, indicandomi che una volta che io mi fossi ristabilito delle mie operazioni, sarei potuto ritornare al mio lavoro in base all'articolo 113 Comma "F" del Codice del Lavoro..

- Che cosa dice esattamente questo articolo?
- È un articolo fondamentale. Dice che sono anche "obblighi del datore di lavoro dare al lavoratore che non possa svolgere il lavoro che realizzava prima dell'incidente, un altro posto di lavoro in base alla sua invalidità parziale, permanente o temporale". L'impresa era obbligata a reintegrarmi nel lavoro cercandomi un posto adeguato alle mie capacità attuali. Contemporaneamente ho iniziato le pratiche per la mia pensione.

- La Legge della Previdenza Sociale ed il Codice del Lavoro riconoscono la coesistenza di una pensione per invalidità e la reintegrazione nel posto di lavoro?
- E' così. Inoltre viene riconosciuto dal regolamento interno dell'impresa e dal Contratto Collettivo firmato con il sindacato, quando si tratta di un incidente sul lavoro e di una malattia professionale.

- Quale è stata la reazione dell'impresa?
- Mi sono presentato lo scorso 2 febbraio del 2006, alla scadenza dei 18 mesi di malattia previsti dalla legge, con una diagnosi del mio dottore nel quale si programmava una quarta operazione per il 21 febbraio, approfittando della presenza di alcuni medici nordamericani specializzati in questo tipo di chirurgia. Secondo il Regolamento interno dell'impresa, il certificato medico determina la mia situazione di salute e la data nella quale posso ritornare al lavoro.
Ho presentato alla Responsabile del Personale della Coca Cola, la signora María Inés Zerón, il certificato rilasciato dalla Commissione Medica dell'INSS, la diagnosi del mio dottore e i documenti della pratica per la pensione. La Responsabile ha comunque voluto una lettera del mio medico a lei indirizzata, confermando il mio stato di salute e gliel'ho consegnata dopo alcuni giorni.

- Che cosa ha risposto alla fine la Responsabile del Personale?

- Ha detto che avrebbe proceduto con il mio licenziamento per la scadenza dei 18 mesi di malattia e per il fatto che avrei ricevuto una pensione.
Inoltre ha aggiunto che non c'era un posto dove mi potesse collocare, dato non potevo riprendere il mio vecchio lavoro. L'unica cosa che mi riconosceva come diritto era la liquidazione corrispondente ad un mese di salario, più l'equivalente di due mesi come bonifico che mi davano come regalo, e questo nonostante avessi lavorato quasi tre anni nell'impresa. Non ho firmato la liquidazione, poiché mi sono reso conto che alla fine del documento c'era una clausola con la quale rinunciavo a tutti i miei diritti attuali e futuri di accusare giudizialmente l'impresa o di chiedere la mia reintegrazione.


- Quale è stata la tua reazione e quella del sindacato?


- Quando si ventilò il mio licenziamento, il Segretario Generale della rappresentanza sindacale venne con me dalla Responsabile del Personale per intercedere di fronte alle autorità dell'impresa, ma ci scontrammo con una posizione irremovibile.

A questo punto interponemmo una denuncia al Ministero del Lavoro e l'Ispettorato citò la Responsabile del Personale per parlare del tema. Venne citata tre volte e non si presentò. Chiesi un verbale di non comparizione e posteriormente il MITRAB mi inviò all'Ufficio di Conciliazione. Questo ufficio citò nuovamente la signora Zerón, ma nemmeno questa volta si presentò, dimostrando la sua mancanza di rispetto verso la mia persona e verso le autorità.

Attualmente abbiamo presentato un'altra denuncia al Centro Nicaraguense de Derechos Humanos (CENIDH) e alla Comisión Laboral dell'Assemblea Nazionale, ed il mio caso passerà ai Tribunali del Ministero del Lavoro per la violazione ai miei diritti.

- Ci sono altri casi simili al tuo?
- Ci sono vari casi e molte volte si tratta anche di repressione sindacale, perché la pressione affinché uno rinunci al sindacato è forte ed approfittano di qualunque situazione per licenziarti. Tutti i membri del sindacato vengono perseguitati e intimoriti dall'impresa che ha una strategia per distruggere la nostra Giunta Direttiva. Ho la certezza che negli ultimi due mesi cinque compagni del settore Vendite sono stati minacciati affinché abbandonassero il sindacato, e siccome non l'hanno fatto, dopo 15 giorni sono stati licenziati, applicando l'articolo 45 del Codice del Lavoro.


- Che cosa dice l'articolo 45? <7b>
- È un articolo che permette al datore di lavoro di rescindere il contratto di lavoro senza una giusta causa. Possono inventare qualsiasi motivazione e licenziarti. In questo caso il datore è obbligato a liquidarti un'indennità equivalente ad un mese di salario per ognuno dei primi tre anni di lavoro, venti giorni di salario per ogni anno di lavoro a partire dal quarto anno. Ma non rispettano mai queste condizioni.

Come ti senti?
- Mi sento molto male, perché ho avuto un incidente sul lavoro e nonostante ciò mi hanno buttato in strada e mi hanno trattato peggio di un animale. Sento che mi stanno discriminando perché mi considerano un lavoratore inutile per l'impresa. Ho un'invalidità, ma nonostante questo ho voglia di continuare a lavorare e farmi valere per i miei figli e per mia moglie. Chiedo che si diffonda tutta questa informazione, perché non è possibile che una multinazionale milionaria come la Coca Cola, che si arricchisce sfruttando il nostro lavoro e la nostra salute, continui a violare i nostri diritti umani, lavorativi e sindacali.

Note:

UITA - Secretaría Regional Latinoamericana - Montevideo - Uruguay

Wilson Ferreira Aldunate 1229 / 201 - Tel. (598 2) 900 7473 - 902 1048 - Fax 903 0905

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